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Israele, gli ostaggi e la dottrina Biden

di Vittorio Ferla

 

“Come presidente degli Stati Uniti la mia priorità più alta è la liberazione degli ostaggi”, ha detto Joe Biden la settimana scorsa in occasione del suo abbraccio a Israele, vittima della mattanza orchestrata da Hamas. La Casa Bianca sta cercando di ritardare l’offensiva israeliana di terra a Gaza. Nel frattempo, gli Usa trasferiscono risorse militari nella regione per mostrare sostegno e per scoraggiare altre forze del terrore, come Hezbollah sostenuto dall’Iran, dalla tentazione di unirsi alla guerra santa contro gli ebrei. Ieri, durante la sua visita a Tel Aviv, Emmanuel Macron ha rafforzato la posizione di Biden. Per il presidente francese il rilascio di tutti i 200 ostaggi sequestrati da Hamas dovrebbe essere il “primo obiettivo” di Israele e dei suoi alleati. Allo stesso modo le capitali occidentali chiedono a Israele più tempo per i negoziati e l’ingresso di maggiori aiuti a Gaza prima dell’offensiva di terra. Questa settimana i leader dell’UE diffonderanno un appello per una “pausa umanitaria” nelle ostilità per far entrare più acqua, cibo e medicine a Gaza e dare più tempo ai negoziati in vista del rilascio degli ostaggi.

Il quotidiano americano Axios riporta le dichiarazioni di alti funzionati israeliani che ammettono: “Sia Israele che l’amministrazione Biden vogliono compiere ogni sforzo per cercare di far uscire gli ostaggi da Gaza. Se Hamas propone un grosso pacchetto, ovviamente saremo pronti a fare qualcosa in cambio”. viceversa, Israele non è disponibile a cessare il fuoco solo per il rilascio di un paio di ostaggi. È quello che Hamas aveva chiesto la settimana scorsa prima della consegna delle due donne americane, Judith Raanan e sua figlia Natalie, e, lunedì, prima del rilascio di due anziane donne israeliane, Yocheved Lifshitz e Nurit Cooper. Israele ha rifiutato la richiesta di Hamas per un motivo ovvio. Sarebbe stato un precedente pericoloso che, se ripetuto per ogni coppia di ostaggi, avrebbe consentito ai terroristi di Hamas di riorganizzarsi e di spostarsi da un nascondiglio all’altro sfuggendo ai tentativi di intercettarli.

In ogni caso, Washington resta in prima fila per facilitare i negoziati per il rilascio. Steven Gillen, inviato speciale Usa per la questione ostaggi, è all’opera con i suoi omologhi israeliani. Tuttavia, spiegano le fonti di Tel Aviv, anche se venisse raggiunto un accordo sugli ostaggi, l’esercito israeliano non abbandonerà i suoi piani per un attacco di terra a Gaza. Da qui nasce la seconda preoccupazione di Joe Biden. Come spiega il New York Times, il presidente Usa “teme che Israele non abbia obiettivi militari realizzabili a Gaza e che le forze di difesa israeliane non siano ancora pronte a lanciare un’invasione di terra con un piano che possa funzionare”. Nelle conversazioni telefoniche con il suo omologo israeliano, Yoav Gallant, il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin ha sottolineato la necessità di considerare attentamente l’ipotesi dell’invasione di Gaza, dove Hamas può contare su ramificate e labirintiche reti di tunnel realizzate sotto aree densamente popolate. Austin, nel biennio 2016-27 a capo del comando centrale statunitense che tentò la liberazione della città irachena di Mosul dai combattenti dell’Isis, ha risposto così, domenica scorsa, alle domande di Abc News: “La prima cosa che tutti dovrebbero sapere, e penso che tutti sappiano, è che il combattimento urbano è estremamente difficile”. Insomma, gli americani sono sempre più preoccupati che un’invasione di terra a Gaza possa provocare un’enorme perdita di vite civili, trasformandosi in un boomerang sia per l’esercito israeliano, che potrebbe finire in una trappola mortale, sia per il governo Netanyahu, che diventerebbe oggetto della massima riprovazione internazionale.

L’obiettivo di sradicare definitivamente Hamas è condivisibile, ma la Casa Bianca teme che le forze di difesa israeliane non abbiano ancora un piano d’azione sensato per realizzarlo. Biden lo ha detto esplicitamente la settimana scorsa a Tel Aviv: Israele avrà bisogno di “chiarezza sugli obiettivi e di una valutazione onesta sul fatto che il percorso che sta seguendo raggiungerà tali obiettivi”. Forti dell’esperienza in Iraq, gli Usa chiedono a Israele di decidere se utilizzare attacchi aerei chirurgici combinati con raid mirati da parte di truppe per operazioni speciali – come hanno fatto gli aerei da guerra americani e le truppe irachene e curde a Mosul – o entrare a Gaza con carri armati e fanteria, come fecero i marines americani, insieme a iracheni e britannici, a Falluja nel 2004. Entrambe le tattiche comporteranno pesanti perdite, ma l’operazione di terra è di certo la più sanguinosa, per i militari e per i civili. Per il Pentagono le operazioni di sgombero di Mosul e Raqqa in Iraq, più di un decennio dopo Falluja, sono un modello migliore per la guerra urbana. E tuttavia sia Mosul che Raqqa hanno provocato troppe vittime civili: secondo l’Associated Press il numero di civili uccisi durante gli sforzi per liberare Mosul dalle forze dell’Isis è compreso tra nove e undici mila. Dalle colonne del New York Times, Michael Knights, membro del Washington Institute, avverte che “Hamas ha avuto 15 anni per preparare una fitta difesa ‘in profondità’ che integra fortificazioni sotterranee, a livello del suolo e in superficie, tunnel di comunicazione, postazioni e posizioni di combattimento così come potenziali campi minati, ordigni esplosivi improvvisati, mine anti-corazza ed edifici attrezzati come trappole esplosive”. Insomma, la soluzione della guerriglia urbana non convince. Né Joe Biden ha interesse a trascinare il Medio Oriente in un magma incandescente generalizzato. Sul prossimo numero della rivista specializzata Foreign Affairs, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan spiega bene la ‘dottrina Biden’: “Nel prossimo decennio, i funzionari statunitensi trascorreranno più tempo rispetto agli ultimi 30 anni a parlare con paesi con cui non sono d’accordo, spesso su questioni fondamentali”. Se nel mondo aumentano contraddizioni e conflitti, continua Sullivan, “l’America non può parlare solo con coloro che condividono la sua visione o i suoi valori”. È ovvio che gli Stati Uniti restano pronti per “rispondere all’aggressione delle grandi potenze” (come nel caso della Russia che invade l’Ucraina), ma promuoveranno “la propria visione di un mondo libero, aperto, prospero e sicuro” soprattutto attraverso “investimenti sull’economia nazionale” e la “costruzione di alleanze e partenariati”. La dottrina Biden, appunto.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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