Israele, il prezzo della sopravvivenza - Fondazione PER
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Israele, il prezzo della sopravvivenza

di Alessandro Maran

 

La guerra tra Israele e Hamas continua. Come andrà a finire?
Proviamo a ricapitolare. Sono in molti a ritenere che ci sia ancora motivo di sperare che le potenze arabe possano condurre la guerra tra Israele e Hamas verso una pace durevole. Vari commentatori hanno suggerito che una forza araba multinazionale potrebbe controllare Gaza dopo l’ipotetico sfratto di Hamas, facilitando forse la transizione verso il governo di un’Autorità Palestinese riformata.
🇶🇦 🇸🇦 C’è inoltre un fatto nuovo, che in molti hanno sottolineato. Il Qatar (che in passato ha finanziato la ricostruzione di Gaza, ha ospitato importanti leader politici di Hamas ed è stato in grado di mediare la recente tregua di più giorni che ha visto il rilascio di ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi) si è rivelato un interlocutore chiave. Contestualmente, l’Arabia saudita, anziché sentirsi minacciata dalla ritrovata importanza diplomatica di un rivale del Golfo, ha assunto un ruolo di leadership regionale (a novembre Riyadh ha ospitato un vertice congiunto arabo-islamico). Al punto che, come scrive Lina Khatib sulla World Politics Review, mentre la guerra continua, sembra essere emersa un’atmosfera cooperativa tra i ricchi e potenti stati del Golfo (👉https://www.worldpoliticsreview.com/qatar-israel-hamas-war/).
🇮🇱 🇵🇸 Resta una grande domanda senza risposta che riguarda il futuro di Hamas. Israele ha promesso la completa distruzione di Hamas, obiettivo che alcuni commentatori dubitano sia realizzabile. In un articolo su American Purpose, Robert Satloff e Dennis Ross invitano a considerare un’altra opzione che spezza la morsa della scelta binaria – guerra o cessate il fuoco – attualmente in discussione e che porta ad un risultato simile alla vittoria israeliana ma con un rischio minore e meno vittime civili: la resa di Hamas. I due analisti sostengono, ovviamente, che è improbabile che Hamas si arrenda, ma che se si potesse rispondere a una serie di questioni spinose (dal destino dei leader di Hamas e degli altri autori dell’attacco del 7 ottobre a quello della base di Hamas – ovvero quanto in profondità si spingerà nella società di Gaza il processo di “de-hamasificazione” -, dalla definizione e dall’attuazione della smilitarizzazione e del meccanismo per impedire un successivo riarmo al collegamento tra la resa di Hamas a Gaza e lo status di Hamas in Cisgiordania e di combattenti terroristi come la Jihad islamica palestinese, dalle implicazioni della resa di Hamas per la sua leadership esterna agli impegni israeliani nel contesto della resa, ecc.) la guerra potrebbe concludersi proprio in questo modo.
“Le guerre moderne raramente finiscono con la resa”, scrivono. “È ancora più raro che la resa significhi lo scioglimento effettivo di una delle parti in conflitto (…) Nella situazione attuale, Hamas probabilmente non è abbastanza vicino alla sconfitta sul campo di battaglia per prendere in considerazione l’opzione di deporre le armi. Mantiene una significativa capacità militare nel sud di Gaza e pochi dei suoi leader di più alto livello sono stati uccisi. Tuttavia, se le operazioni militari israeliane dentro, intorno e sotto Khan Younis cominciassero a raggiungere i loro obiettivi, questa situazione potrebbe cambiare rapidamente. Se risultasse che Hamas ha perso il comando/controllo della maggior parte delle sue unità militari, se una massa critica di alti dirigenti venisse catturata o uccisa, o se il rivolo delle protesta di piazza contro il governo di Hamas a Gaza diventasse un’alluvione, perseguire la capitolazione di Hamas potrebbe diventare una vera opzione politica. È importante, quindi, iniziare a discutere e valutare l’idea adesso”(👉 https://www.americanpurpose.com/articles/ending-the-war/). Allo stesso modo, Frida Ghitis ha sostenuto in un recente editoriale sulla CNN che i leader di Hamas potrebbero accettare l’esilio in cambio della loro vita, sempre che Israele sia d’accordo (👉 https://edition.cnn.com/…/israel-gaza-path…/index.html?).
Il risultato più probabile, sostiene invece l’editorialista di Foreign Policy Steven A. Cook, è quello che la maggior parte delle parti in campo ritiene indesiderabile: la rioccupazione da parte di Israele della Striscia di Gaza, che aveva lasciato nel 2005. “Negli ultimi due mesi di guerra in Medio Oriente, Cook scrive: “nessuno a Washington o altrove ha avuto una buona idea su cosa dovrebbe accadere nella Striscia di Gaza quando i combattimenti finiranno. Allo stesso tempo, tutti sembrano concordare sul fatto che la rioccupazione di Gaza da parte di Israele sia una cattiva idea (…) Tuttavia, la probabilità di una rinnovata occupazione israeliana è maggiore di quanto molti potrebbero sospettare. Questo perché gli israeliani vogliono la sicurezza, e tutte le idee attuali per Gaza sono impraticabili o politicamente insostenibili (o entrambe le cose). Allo stesso tempo, gli israeliani considerano lo scontro con Hamas in termini esistenziali e sembrano quindi disposti a tollerare il disprezzo internazionale se questo è il prezzo della sopravvivenza” (👉 https://foreignpolicy.com/…/israel-gaza-reoccupation…/).
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Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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