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Jens Weidmann, il nemico di Draghi, si dimette. Alla Bce ci sarà più spazio per le ‘colombe’

di Vittorio Ferla

 

Con le sorprendenti dimissioni da presidente della Banca centrale tedesca comunicate ieri da Jens Weidmann, 53 anni, al presidente della Repubblica federale Frank-Walter Steinmeier, l’Europa potrebbe assistere a un’altra svolta storica. Non al livello della fine dell’era Merkel, forse, ma poco ci manca. L’iniziativa, infatti, arriva solo poche settimane dopo le elezioni generali del paese, a ridosso della costituzione di un nuovo governo (dal quale la Cdu resterà molto probabilmente fuori) e poco prima di decisioni cruciale sul futuro della politica monetaria dell’eurozona.

L’ormai ex capo della Bundesbank, prima di arrivare al vertice dell’istituto, è stato consigliere economico della Merkel. Poi, alla guida della “BuBa” per dieci anni, a partire dal 2011, è stato uno dei più duri avversari di Mario Draghi, nel suo periodo di presidenza della Banca centrale europea. Nel 2012, per esempio, rivolto al settimanale Spiegel, Weidmann stronca il piano salvaeuro – suggerito da Draghi e imperniato sugli acquisti di bond dei Paesi in difficoltà – con queste parole: “La Bce deve guardarsene bene, perché è come finanziare gli Stati con una stampatrice di banconote: può creare dipendenza come una droga”. Stesso trattamento per un altro pilastro della politica di Super Mario, il tetto antispread: “Non è compito della Bce garantire la permanenza di un Paese nell’Eurozona a qualunque costo. Fissare i tassi di inflazione per i titoli di Stato è per me un’idea scabrosa. E non credo di essere il solo ad avere mal di pancia al riguardo”. Weidmann, almeno su una cosa, aveva ragione: non era da solo. Fu proprio Angela Merkel a dargli man forte: “È un bene che Jens Weidmann metta in guardia i politici. Lo appoggio. E credo sia un bene che lui, come capo della Bundesbank, abbia influenza nella Bce”. Era l’anno della crisi greca, con il rischio di default del paese mediterraneo, chiamato a un piano di austerità da lacrime e sangue, sotto la presa degli artigli dei falchi europei, tra i quali era proprio Jens Wiedmann. Nel 2016, di fronte alla crisi bancaria ed economica, Draghi definì “molto interessante” l’idea dell’helicopeter money: se le banche sono paralizzate e sono bloccati i canali tradizionali attraverso cui la moneta passa alle tasche dei cittadini, non resta che ‘gettare denaro dall’elicottero’ per stimolare la domanda e la crescita in Europa. Jens Weidmann saltò giù dalla sedia. E avvertì: “è un’idea che deve tornare nel cassetto delle ipotesi accademiche”. È per queste posizioni che in passato Mario Draghi ha liquidato Weidmann con l’espressione Nein zu allem, che in tedesco significa “No a tutto”. Proprio in quel periodo il dibattito in Germania era così acceso che il ministero delle Finanze tedesco non escludeva l’ipotesi di una battaglia legale e costituzionale contro la Bce per chiarire i limiti del suo mandato. Tuttavia, nel 2019, quando Draghi giunse a scadenza del suo mandato, fu lo stesso Weidmann a riabilitarlo, probabilmente ispirato dal proposito di sostituirlo sullo scranno di Francoforte. “La Corte di giustizia europea ha esaminato il quantitative easing e ha determinato che è legale. Aggiungo anzi che fa parte a pieno titolo dell’attuale politica monetaria”, dichiarò allora Weidmann al quotidiano tedesco Die Zeit. Alla guida della Bce andò poi Christine Lagarde: il falco Weidmann sarebbe stato davvero troppo. Il Covid-19 ha fatto il resto: di fronte alla crisi sanitaria ed economica, Weidmann si è ammorbidito fino al punto di accettare la recente revisione strategica della Bce che ha consentito un temporaneo superamento dell’inflazione al di sopra dell’obiettivo del 2%.

Grazie a questa grande sfida tra la politica monetaria europea e il rigorismo tedesco, incarnati da Draghi e Weidmann, l’Europa ha finalmente sfatato due tabù. Il primo è lo strapotere della Bundesbank sulle pratiche della Bce, costruita a immagine della sua omologa tedesca e, non a caso, basata a Francoforte. Il secondo è il paradigma delle banche centrali come istituzioni conservatrici, votate ad alzare e abbassare i tassi d’interesse in maniera quasi meccanica. Con la ‘politicizzazione’ avviata da Draghi, quel modello – sostenuto dalla Bundesbank – è andato definitivamente in crisi. E con esso sembra quasi archiviata una stagione della politica europea. Potrebbe essere questo il movente delle dimissioni di Weidmann? Non possiamo dirlo con certezza perché la lettera di addio non approfondisce il punto. Tuttavia è legittimo sospettarlo, anche perché Weidmann getta clamorosamente la spugna nemmeno due due anni dopo che il suo mandato è stato esteso per altri otto anni. Pur auspicando che la Bce continui a rispettare il suo “stretto mandato”, nella lettera rivolta ai dipendenti della BuBa Weidmann riconosce infatti che “la crisi finanziaria, la crisi del debito sovrano e adesso la pandemia hanno portato a decisioni in politica e nella politica monetaria che avranno effetti duraturi”. È probabile, a questo punto, che il suo successore sarà scelto tra le “colombe”, modificando pure la maggioranza del consiglio direttivo della Bce.

L’addio del capo della Bundesbank arriva mentre Francoforte si prepara a scadenze cruciali: entro dicembre dovrà decidere quanto velocemente ridurre l’enorme pacchetto di stimoli che ha lanciato in risposta alla pandemia e quanto saranno accomodanti le sue politiche dopo. Weidmann ha recentemente avvertito che la Bce corre il rischio di sottovalutare le pressioni inflazionistiche, rafforzate da due concause. La prima è l’aumento dei costi dell’energia con il conseguente aumento delle bollette energetiche in tutta Europa. La seconda è il collo di bottiglia nelle catene di approvvigionamento: dopo la pandemia, le portacontainer in tutto il mondo sono rallentate o bloccate nei porti provocando l’aumento vertiginoso dei costi di trasporto.

A partire da novembre, l’innalzamento del limite – oggi al 10% – sugli acquisti di obbligazioni emesse dall’Ue da parte della Bce è sempre più probabile. La mossa rafforzerebbe il programma di debito comune lanciato dall’Ue nel corso di quest’anno proprio nel momento in cui la Commissione europea prevede di espandere la quantità di obbligazioni da emettere il prossimo anno nell’ambito del Ngeu. Queste operazioni ridurrebbero i costi di finanziamento dell’Ue e rafforzerebbero lo status delle obbligazioni dell’Unione a dispetto dei Bund tedeschi. Con buona pace di Jens Weidmann.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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