Kissinger, diplomatico del secolo - Fondazione PER
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Kissinger, diplomatico del secolo

di Vittorio Ferla

 

Henry A. Kissinger è morto nella notte del 29 novembre nella sua casa del Connecticut. Aveva 100 anni. Studioso, statista e celeberrimo diplomatico, ha esercitato un potere senza precedenti sulla politica estera degli Stati Uniti nel ruolo di Segretario di Stato (ovvero di ministro degli esteri) al fianco dei presidenti Richard Nixon e Gerald Ford. Per diversi decenni, come consulente e scrittore, ha fornito suggerimenti e opinioni che hanno plasmato la politica e l’economia a livello globale. Era nato a Furth, in Germania, il 27 maggio 1923, con il nome di Heinz Alfred Kissinger, e i suoi genitori erano erano rispettabili ebrei della classe media. Aveva 12 anni quando le leggi naziste privarono gli ebrei tedeschi della cittadinanza. La sua famiglia lasciò la Germania per gli Usa nell’agosto del 1938. L’umiliazione di suo padre e la distruzione della comunità ebraica tedesca, scrisse il giornalista Walter Isaacson, “gli fecero cercare l’ordine, e lo portarono ad avere fame di accettazione, anche se ciò significava cercare di compiacere coloro che considerava intellettualmente inferiori”. A Washington, almeno fino a dopo la seconda guerra mondiale, quasi mai gli ebrei ebbero incarichi in politica estera, intelligence e difesa. Prima  di Kissinger, la carica di segretario di stato era stata ricoperta esclusivamente da cristiani maschi bianchi. Kissinger è, dunque, il primo ebreo a raggiungere i massimi livelli nel governo americano.

La sua azione diplomatica può annoverare almeno tre grandi successi. Il primo e, forse, il più grande è la trattativa segreta che portò alla visita di Nixon in Cina nel febbraio del 1972: un evento che rimodellò gli equilibri di potere globali. Nixon aveva costruito la sua carriera politica sull’opposizione al comunismo ma capì che il dialogo con Pechino era necessario. Quel viaggio produsse, tra le altre cose, lo Shanghai Communique, valido ancora oggi, con cui gli Stati Uniti riconoscono che “Taiwan è una parte della Cina”. Il secondo successo di Kissinger è il trattato SALT I del 1972 sul controllo degli armamenti, negoziato con l’Unione Sovietica quando le due superpotenze nucleari erano bloccate dalla Guerra Fredda e si confrontavano in conflitti per procura in tutto il mondo. Gli accordi posero limiti ai sistemi di difesa antimissile balistici e allo schieramento di missili offensivi e impegnarono i due paesi alla distensione. Il terzo dei grandi successi dell’ex segretario di stato americano è la “shuttle diplomacy”, definizione coniata dai media che seguirono Kissinger mentre faceva la spola, per visite lampo in aereo, tra le varie capitali del Medio Oriente. Svolta tra gennaio e maggio del 1974, l’iniziativa seguì la guerra in Medio Oriente del 1973 e gettò le basi per la risoluzione del conflitto arabo-israeliano.

Tuttavia, a dispetto dei successi, la storia politica e diplomatica di Kissinger, dal Cile al Vietnam, dalla Cambogia all’Iran, fino agli stessi palazzi del potere di Washington, è stata costellata di ombre e ha attirato pesanti stroncature. Molti critici hanno giudicato il suo pragmatismo privo di principi, indifferente al rispetto dei diritti umani e, perfino, della vita umana. “Rimasero ciechi di fronte ai costi umani delle loro azioni”, ha scritto per esempio il giornalista Seymour M. Hersh, nel suo libro The Price of Power, a proposito di Nixon e Kissinger, sospettati anche di responsabilità nel golpe in Cile.

Tra gli episodi oscuri c’è la visita del 25 settembre 1974 di Aldo Moro, allora ministro degli esteri e impegnato a coinvolgere sempre più il Pci nel governo del paese. Fu Corrado Guerzoni, portavoce di Moro, a raccontare quel colloquio con Kissinger in una testimonianza giurata nel corso di un processo contro le Brigate rosse. L’avvertimento perentorio – confermato poi dalla moglie di Moro, Eleonora Chiavarelli – suonava pressapoco così: Onorevole lei deve smettere di perseguire il suo piano per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Altrimenti la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”. Una minaccia che turbò profondamente Moro e divenne inevitabilmente oggetto di sospetti e speculazioni dopo il suo assassinio nel maggio del 1978. Ma il segretario di stato americano ha sempre smentito questa versione dei fatti.

Nel volume Ending the Vietnam War, pubblicato nel 2003, Kissinger – che si descriveva come un ‘realista’ – scriveva: “La storia presenta alternative inequivocabili solo nelle circostanze più rare: la maggior parte delle volte, gli statisti devono trovare un equilibrio tra i loro valori e le loro necessità”. Nei suoi lavori accademici giovanili aveva scritto: “La politica è l’arte di soppesare le probabilità; la sua padronanza sta nel cogliere le sfumature delle possibilità”.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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