La Cina è la protagonista dell’economia globale. Ma il capitalismo asiatico ha molte crepe | Fondazione PER
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La Cina è la protagonista dell’economia globale. Ma il capitalismo asiatico ha molte crepe

di Francesco Gastaldi e Vittorio Ferri*

 

I contributi di FondazionePer di Vittorio Ferla, Alessandro Maran e altre firme, si sono spesso soffermati sul capitalismo cinese come (nuovo) grande protagonista dell’economia globale.

Nella Repubblica Popolare Cinese l’obiettivo di conseguire una migliore e durevole crescita è stato raggiunto grazie alle riforme economiche e all’efficienza della burocrazia: il tasso medio di crescita del PIL è molto superiore rispetto ad altri casi di capitalismo politico in Asia e in Africa e più in generale rispetto ad altri modelli di capitalismo. In particolare, sono aumentate le quote del reddito da capitale e della nuova classe media (dirigenti e professionisti del settore pubblico e privato).

Dopo l’entrata nel WTO (World Trade Organization, 1999) che ha comportato una crescita economica e rilevanti cambiamenti sociali in un periodo estremamente breve, i principali indicatori economici (reddito pro capite, prodotto interno lordo, propensione all’export) continuano a crescere, in un quadro di profondi squilibri fra le zone rurali interne e le aree urbane costiere; questo provoca un continuo afflusso di contadini dalle campagne verso le città e impone alle municipalità più grandi di prevedere poli di espansione esterni che limitino i processi di inurbamento.

Tutte le principali aree urbane cinesi si trasformano con una rapidità impensabile fino a qualche decennio fa, spesso tutto questo avviene senza alcuna forma di tutela ambientale, si è di fronte ad una crescita di tipo quantitativo di cui non si sono ancora avvertiti tutti i limiti ed i rischi connessi. A Pechino e a Shanghai si assiste a fenomeni di dilatazione e terziarizzazione urbana dirompenti, nascono centri commerciali, grattacieli, hotel di lusso. Tutto questo è possibile grazie a costi di costruzione particolarmente bassi per effetto dell’ampia disponibilità di manodopera.

I prezzi bassissimi degli immobili e del costo del lavoro e una rete infrastrutturale efficiente e in continua crescita hanno attratto molti investitori europei o provenienti dai paesi asiatici più sviluppati.

Come ben evidenziato nel volume di Branko Milanvovic (Capitalismo contro capitalismo, Laterza, Roma-Bari, 2020), a differenza del capitalismo occidentale, attivato dalle democrazie più consolidate, il capitalismo politico è stato costruito da regimi politici autocratici (o autoritari).

I limiti del capitalismo politico cinese sono però in primo luogo l’assenza dello stato di diritto e l’applicazione discrezionale delle leggi che ha consentito l’accumulo di ricchezza nelle mani di miliardari e reso evidente il problema della dimensione della gabbia entro la quale contenere il settore privato.

In secondo luogo al netto del costo della vita, resta molto elevato il divario tra redditi delle popolazioni delle campagne e delle città, ma la conoscenza approfondita delle diseguaglianze di reddito tra i territori è limitata per la scarsità di dati disponibili.

In terzo luogo, la corruzione endemica è generata da processi decisionali discrezionali, con intensità diversificata che aumenta verso l’alto dei livelli della burocrazia e dei governi territoriali. La corruzione ha come contropartita possibili effetti negativi sulla crescita economica, aumenta le diseguaglianze e il gap tra élites e strati base della popolazione.

Questi caratteri essenziali del capitalismo politico cinese sono presenti anche in altri paesi dell’Asia, Vietnam, Malesia, Laos, Singapore e dell’Africa, Algeria, Tanzania, Angola, Botswana, Etiopia, Ruanda. Nella maggior parte di questi casi, da tempo il partito di governo è comunista o pseudo comunista. Rispetto alle altre tipologie di capitalismo, ad esempio anglosassone o tedesco (renano), o per semplificare liberale, possiamo osservare che quello politico assicura una gestione efficiente dell’economia, tassi di crescita e livelli di occupazione elevati, mentre quello liberale offre un sistema politico con processi decisionali democratici che costituiscono un bene primario.

Da una parte abbiamo la priorità accordata a libertà fondamentali e reddito, dall’altra livelli elevati di reddito e di ricchezza sono i soli obiettivi da garantire. Si tratta di due forme di capitalismo opposte.
Riuscirà il capitalismo politico a continuare a garantire più crescita, più reddito, più beni e servizi senza meccanismi democratici, senza stato di diritto e con un’elevata corruzione che costituisce una minaccia per il sistema politico? Oppure dovrà costruire un compromesso tra reddito e libertà politica?

Risulta difficile fare ipotesi sulle evoluzioni e sulle eventuali convergenze del capitalismo liberale e di quello politico. Per entrambi esiste il nodo da sciogliere tra concentrazione della ricchezza, del potere, del ruolo delle élite, della tecnica/tecnologia e della finanza. Inoltre non va dimenticato il ruolo dei cittadini elettori, non previsto – è bene ricordarlo – nel capitalismo politico che ha tra i suoi obiettivi, non dichiarati, quello di alimentare il disinteresse per la politica democratica.

 

*Vittorio Ferri è attualmente Assegnista di ricerca presso l’Università IUAV di Venezia, ha conseguito il dottorato di ricerca in Politiche pubbliche del territorio presso la stessa università. E’ stato docente a contratto presso l’Università di Milano Bicocca, le Università di Pavia e Ferrara, autore di numerose pubblicazioni fra cui il volume Governare le Città Metropolitane, Carocci, Roma, 2009.

Francesco Gastaldi
Francesco Gastaldi
gastaldi@per.it

Francesco Gastaldi (1969) è Professore associato di urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia. È stato ricercatore presso la stessa università nel periodo 2007-2014. Laureato in architettura presso l’Università degli Studi di Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale presso il Politecnico di Torino. Svolge attività di ricerca su temi riguardanti le politiche di sviluppo locale, la gestione urbana, le vicende urbanistiche della città di Genova dal dopoguerra ad oggi. Partecipa a ricerche MIUR e di ateneo, ricerche e consulenze per soggetti pubblici e privati.

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