La corsa dei prezzi che nessuno ha previsto - Fondazione PER
19720
post-template-default,single,single-post,postid-19720,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

La corsa dei prezzi che nessuno ha previsto

di Amedeo Lepore

 

In questi giorni Project Syndicate, una delle fonti più autorevoli per la comprensione dell’evoluzione dell’economia e della geopolitica globale, ha ospitato una serie di interventi sul tema dell’inflazione, che servono ad approfondire un fenomeno ormai dirompente.

Jason Furman si domanda “Perché quasi nessuno ha visto arrivare l’inflazione?”, parafrasando il famoso interrogativo della regina Elisabetta II, quando, facendo visita alla London School of Economics nel 2008, chiedeva le ragioni della mancata previsione della crisi economica mondiale da parte degli economisti. Egli considera l’inflazione meno grave di una recessione finanziaria, perché, a differenza di quest’ultima, è prevedibile e, se non subisce un’impennata – come, invece, sta accadendo – e coincide con un rapido miglioramento dell’economia, può avere anche conseguenze benefiche.

Per quale motivo, però, pur essendo “un punto fermo della modellazione economica”, l’inflazione attuale non è stata presagita, soprattutto negli Stati Uniti, dove ha già mostrato una portata inusitata? In quel Paese, in molti (esperti di stime del settore privato, economisti di varia tendenza e istituzioni finanziarie) hanno fallito ogni pronostico sul suo andamento, ritenendo si mantenesse di poco superiore al 2% nel 2021.

Tuttavia, la combinazione perversa stabilitasi tra una spedita riapertura delle attività economiche e la ripresa dei consumi, l’impatto delle varianti del Covid-19 e le restrizioni nelle catene di approvvigionamento e nelle reti di produzione globali ha innescato, nella somma dei diversi effetti, un’inflazione sempre più pervasiva.

Furman, di fronte all’incapacità dei modelli più sofisticati di compiere valutazioni attendibili, indica nella facoltà di previsione fondata “sull’estrapolazione del passato recente” un metodo in grado di fornire un quadro più preciso di altri.

Secondo Howard Davies, le principali banche centrali hanno perso il controllo delle aspettative di inflazione dei consumatori. Infatti, la loro propensione a concentrarsi sulla cosiddetta “inflazione core” induce a sottacere alcuni fattori, come gli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, che le istituzioni monetarie non possono governare. Perciò, l’incremento dell’inflazione è stato reputato transitorio, trascurando la sua incidenza sui consumatori e sulle famiglie e le sue ripercussioni in termini di richieste di miglioramenti salariali.

A parere di Jean Pisani-Ferry, sebbene sia la Fed che la Bce possano essere incolpate di non avere compreso tempestivamente l’entità della risalita dei prezzi, l’inflazione è un fenomeno diverso ai due lati dell’oceano e le prospettive degli Stati Uniti sono peggiori di quelle dell’Europa, poiché qui vi è un modello sociale più efficace e un sostegno fiscale più mirato.

Nouriel Roubini ha focalizzato l’attenzione sulla necessità che, di fronte all’incedere dell’inflazione, gli investitori ripensino le proprie strategie di portafoglio per “proteggersi dal rischio di enormi perdite future”. Infatti, un balzo dei prezzi può comportare danni sia per le azioni che per le obbligazioni, il cui valore è contraddistinto da una correlazione negativa (quando sale l’uno, l’altro scende), ma solo in condizioni di bassa inflazione.

Una lievitazione eccessiva dei prezzi, come è avvenuto negli anni Settanta, porta a perdite sulle azioni e sulle obbligazioni parallelamente. E questo vale anche per i titoli tecnologici, esposti ad aumenti dei tassi d’interesse a lungo termine. Se l’inflazione continuasse a superare i livelli del periodo della “Grande moderazione” precedente l’ultima crisi globale, l’allocazione tradizionale della ricchezza – secondo la regola del 60/40 (60% di azioni più volatili ma di maggior rendimento e 40% di obbligazioni più stabili ma di minor rendimento) – indurrebbe perdite smisurate e, perciò, andrebbe diversificata.

I rimedi per affrontare questo fenomeno sono di diverso tipo, ma, osservando la polarizzazione di posizioni nel dibattito più recente, resta l’impressione di una risposta parziale e inadeguata sia nelle impostazioni che invocano un sollecito inasprimento delle strategie anti-inflazione, sia negli approcci che propongono la prosecuzione di politiche espansive pure e semplici.

È probabile, al contrario, che, considerando la pericolosità di un’inflazione elevata e di lunga durata e guardando all’Inflation tracker costantemente aggiornato dal Financial Times, vadano introdotte scelte più flessibili e innovative, in grado di integrare strategie e strumenti di diversa natura, capaci di non accrescere le disuguaglianze e di assicurare contemporaneamente stabilità e sviluppo a un’economia ancora in sofferenza.

Amedeo Lepore
lepore@per.it

Professore di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli e docente presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss – “Guido Carli” di Roma. È componente del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza della SVIMEZ. È stato assessore alle Attività produttive della Regione Campania. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero. Tra i più recenti: "La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano", Rubbettino; "Mercado y empresa en Europa", Universidad de Cadiz

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.