L’autoinganno dei comunisti italiani dopo il fallimento dell’ideologia
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L’autoinganno dei comunisti italiani dopo il fallimento dell’ideologia

di Andrea Graziosi

 

Politiche della memoria e sussulti identitari, o capire il passato per provare a immaginare un nuovo futuro?

 

Scossa dalla caduta del muro di Berlino e dal collasso dell’Unione sovietica, vale a dire dall’implosione del socialismo reale, la Comunità europea fece nei primi anni Novanta scelte giuste e coraggiose, ma anche azzardate.

 

I primi passi dell’unificazione europea

Essa decise da un lato di costituirsi in un’Unione di cui noi siamo oggi cittadini e dotata in prospettiva di una moneta unica (che arrivò nel 1998) e di una costituzione (poi bocciata nel 2005, una bocciatura che ne sanzionò la condizione di proto-stato mal definito e malfermo), e dall’altro di aprire questa stessa Unione ai paesi dell’Europa centro-orientale, anche se non alla Russia, all’Ucraina e alle altre ex repubbliche sovietiche, a eccezione di quelle baltiche.

Passi importanti verso una maggior coesione furono quindi fatti insieme a passi che andavano o potevano andare invece nella direzione opposta. In assenza per esempio della realizzazione del sogno costituzionale, la decisione di anticipare con una moneta unica (primo caso di una moneta che anticipa uno stato pienamente formato) una maggiore unità politica, che si sperava le esigenze derivate da quella stessa moneta avrebbero poi sollecitato (come era accaduto più volte nella storia della costruzione europea), poteva trasformarsi in un elemento di tensione disgregatrice oltre che di maggior possibile coesione, come gli ultimi anni ci stanno dimostrando.

A livello politico e culturale, l’associazione a una Unione appena nata di stati e popolazioni che avevano vissuto buona parte del XX secolo in maniera molto diversa da quella dell’Europa occidentale era allo stesso tempo un ammirevole atto di speranza e coraggio, una scommessa positiva sul futuro, e un indebolimento dei legami “oggettivi” da cui il nuovo sforzo politico unitario avrebbe dovuto/potuto trarre alimento. Ciò era tanto più vero perché i nuovi venuti avevano per anni nutrito un comprensibile risentimento, misto ad invidia, nei confronti di vicini favoriti (e quindi in qualche modo anche complici, talvolta ahimè coscienti) da quello stesso muro che quei nuovi venuti aveva oppresso.

 

La risoluzione europea e il dibattito in Italia

Il faticoso equilibrismo della relativamente banale e tutto sommato ragionevole recente risoluzione del Parlamento europeo sulla Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, costretta a tenere insieme parti difficilmente conciliabili, è di per sé una testimonianza dell’indebolimento dei legami su cui si dovrebbe basare l’unificazione europea. Ma questo indebolimento è dimostrato con ancor più chiarezza – a quasi 30 anni dalle coraggiose decisioni di Maastricht -dal divisivo dibattito che ha portato alla sua adozione e dalle ripercussioni che la stessa risoluzione ha avuto per esempio in Italia, paese scopertosi improvvisamente più “diverso” di quanto credesse.

Queste ripercussioni italiane sono state di sicuro minori di quelle che si sarebbero avute solo alcuni anni fa, ma la cosa—senz’altro positiva—mi sembra più il segno di un rassegnato e quasi fisiologico esaurimento di vecchie credenze e passioni, che di una maturazione intellettuale provocata da una riflessione sul passato capace di aprire a una reinvenzione del futuro. Malgrado il titolo della risoluzione, insomma, siamo di fronte a una ripresa, ancorché più stanca, di battaglie sulla memoria legate a passati diversi e fondate su elementi identitari piuttosto che a uno sforzo di comprensione di un passato che non può essere “unificato”, ma che andrebbe fatto dialogare per arrivare a una visione capace di comprendere, e quindi includere, le differenze, aprendo a un futuro nuovo.

 

Lo sforzo di far convivere due storie

L’elemento forse più interessante è costituito dai problemi che scaturiscono dallo sforzo di far convivere due storie, e due passati (ma in realtà molti più di due), davvero diversi ma entrambi “veri”: la Seconda guerra mondiale a est è stata infatti essenzialmente diversa da quella a ovest (di fatto una non guerra tra il 1940 e il 1943-44) e ancora più diverso è stato il dopoguerra.

Restando in Italia, non c’è dubbio che il fascismo, specie dopo le leggi razziali e soprattutto a causa delle ripetute sconfitte in guerra e della responsabilità nel provocare la doppia occupazione tedesca e alleata, è, almeno nella memoria di molti, associato a repressioni, umiliazioni e fallimenti (anche se questa memoria presenta importanti paradossi su cui tornerò), mentre il comunismo è rimasto per decenni un orizzonte di speranze e riscatto, riconosciuto come tale anche da molti suoi avversari italiani, nella Democrazia cristiana come nel Partito d’Azione o in quello Repubblicano, per non parlare dei socialisti.

 

In Europa dell’Est un’esperienza tragica di repressione

Ma è altrettanto se non ancora più indubbio che nell’Europa centro-orientale e in Unione sovietica, l’esperienza del dominio comunista sia stata una esperienza tragica di repressione, chiusura, e sofferenza, ben più tragica di quella fascista. Come per esempio la storiografia più avvertita ormai discute da alcuni anni, il problema non è se il regime sovietico sia stato un regime ‘genocidario’, ma quello di quanti e quali siano i genocidi, o gli stermini categoriali di massa, di cui si è reso responsabile tra il 1918 e il 1953, sul suo territorio come su quelli che via via occupava o influenzava. E la piccola ‘liberazione’ legata al disgelo e al socialismo dal volto umano, associata a un piccolo benessere ben più misero e di corta durata di quello occidentale, ha avuto un respiro assai breve e una portata molto limitata. Se aggiungiamo catastrofi come quelle provocate dal Grande balzo in avanti in Cina, dall’esperienza dei Khmer rossi in Cambogia, dal regime di Menghistu in Etiopia, o la realtà di paesi come la Corea del Nord, è facile capire come la verità italiana (e in parte anche francese o spagnola, e persino statunitense) si ribalti su scala mondiale nel suo contrario.

 

L’effetto ‘isolazionista’ dell’esperienza italiana

Abbiamo insomma la presenza di più verità, nel nostro caso per esempio quella italiana e quella generale sul comunismo, di cui la prima è però vera solo localmente e falsante a livello generale, e finisce così per l’essere fuorviante e “sbagliata” e con l’avere importanti effetti “isolazionisti”, ma non per questo resta meno “vera” al suo livello. Ovviamente queste verità di diverso grado sono presenti anche in altri paesi (non solo in Italia il comunismo è apparso/stato quello che è da noi apparso/stato), ma non c’è dubbio che da noi tale contraddizione è stata a lungo, e in parte ancora è, particolarmente forte.

Ne nasce un problema duplice: da un lato vi è quello posto a livello globale e interpretativo dalla compresenza di più verità, che restano tali pur essendo però gerarchicamente ordinabili (e di fatto ordinate) dal punto di vista generale, intellettuale e morale (non vi è dubbio infatti che l’esperienza comunista sia stata nel suo complesso catastrofica). Si tratta di una questione teoricamente interessante che non posso però affrontare qui.

Rimanendo in Italia, il problema è invece quello dell’impatto culturale, psicologico e politico di una esperienza e di una verità nazionali che contraddicono quella più generale, sia a livello europeo che a livello mondiale. Provo a discuterne qui sommariamente, cercando così indirettamente anche di spiegare i sussulti di una cultura italiana di sinistra che sembra ormai in crisi terminale ma che non è purtroppo stata superata intellettualmente e criticamente, come se la sua sia destinata a essere una morte “naturale” che preclude una rinascita di cui solo una critica radicale e viva potrebbe gettare le fondamenta.

 

Il provincialismo culturale della sinistra italiana

La prima conseguenza importante mi sembra essere quella del rafforzamento di un provincialismo culturale già alimentato — checché oggi talvolta se ne dica, ricordando spesso a sproposito i frutti tardivi del grande sforzo risorgimentale — dal fascismo e da una certa cultura cattolica (non tutta, e nemmeno la sua parte maggioritaria, per nostra fortuna). La forza del giudizio positivo sul comunismo ha infatti contribuito a una lettura “italiana” del mondo, certo originale, ma in parte slegata dalle grandi correnti culturali internazionali, e in primo luogo da quelle di origine anglo-americana che hanno dominato la seconda metà del XX secolo.

Questo isolamento, ovviamente relativo vista la nostra fortunata collocazione geografica e politica dopo il 1943, si è combinato a mio avviso con una forte spinta all’autoinganno (di regola sincero ma talvolta—e spesso ai più alti livelli politici e intellettuali—venato di cosciente ipocrisia) generata dalla prima guerra mondiale, dal fascismo e da una sconfitta talmente umiliante da favorire il “non vedere” (nonché nel mondo dell’alta dirigenza comunista dalla piena coscienza di quanto di mostruoso avveniva nell’Urss staliniana, ma non si poteva dire).

Dalla vittoria mutilata del primo dopoguerra si è passati agevolmente alla negazione del 1940-43 in nome di una guerra ricondotta e ridotta a una Resistenza che certo e per fortuna pure c’è stata. Su questa negazione, che è poi quella della fase “impopolare” del fascismo, si è costruita, anche a sinistra, una accettazione nemmeno troppo sotterranea della prima fase di esso che non può che sorprendere. Chi ha occasione di recarsi al Visconti, “il primo liceo della capitale”, è ancora accolto da una grande lapide che celebra l’educazione fascista e che nessuno di tanti collettivi di studenti e docenti ha mai fatto rimuovere; chi si è riunito per decenni al CONI lo ha fatto, senza protestare, sotto un murales che esalta il duce e il fascismo; la corte costituzionale era adorna fino a poco tempo fa del busto di un suo presidente (ora rimosso ma solo per “restauro”) che aveva prima presieduto il Tribunale della razza; i tanti intellettuali antifascisti che hanno frequentato la Treccani hanno incontrato e ancora incontrano un busto di un Gentile in fondo, e nemmeno tanto in fondo, ammirato; i professori della Sapienza si riuniscono in un’aula magna dominata da un potente e lugubre trionfo della cultura italiana dipinto da Sironi e completo di un grande fascio e di un Mussolini a cavallo; il ruolo dell’IRI è stato esaltato da generazioni di storici economici progressisti; il fascistissimo Ungaretti osannato come un vate ecc. in un elenco che si potrebbe estendere quasi all’infinito e che non ha credo paragoni in nessuno dei paesi ex “totalitari”, occidentali o orientali che siano, se non in Russia.

 

La riproduzione del nazionalismo italiano

In Italia la adesione al comunismo si è quindi sposata a una evidente, ma ben dissimulata dalla sua stessa evidenza, persistenza di una cultura nazionale identificatasi a lungo col fascismo. Tanto che verrebbe quasi da dire che l’antifascismo, e in parte anche il comunismo, italiani sono stati anche una invenzione del nazionalismo, della cultura, e degli intellettuali italiani che si sono grazie ad esso salvati, e ripuliti, scaricando le colpe su chi era riuscito a portarli al potere anche perché più intelligente e moderno di loro. Con importanti eccezioni nel campo scientifico e industriale, nonché nel mondo cattolico, il nazionalismo italiano, vero responsabile delle nostre sfortune nel XX secolo, e sembra anche nel XXI secolo, ha potuto così continuare a riprodursi, anche associando il rifiuto del vincitore dominante con l’esaltazione di quello lontano.

Questa combinazione di isolamento, autoinganno, e forte resilienza, ancorché sottotraccia, di una cultura nazionale e nazionalista non è credo estranea al carattere prolungato e estremo, e per questa due caratteristiche singolare, della scelta comunista rinnovata da tanti giovani italiani alla fine degli anni Sessanta, a soli pochi anni dal fallimento conclamato della ideologia da cui era ispirata.

 

La sinistra italiana tra fallimento e depressione

Credo che in questo fallimento, che percorre gli anni Ottanta e culmina nel 1989-1991 (ma era già scritto per tutti almeno dal 1956), stia la radice profonda di quella che non esiterei a definire la profonda depressione della cultura di sinistra italiana, che aveva rinnovato la sua fede quando questa stessa fede stava per implodere, rivelando la contraddizione tra le due verità di cui ho parlato all’inizio.

Di qui anche la progressiva afasia, figlia chiara e diretta dell’incapacità di applicare per tempo — e anche fuori tempo — alle proprie tradizioni e credenze (peraltro rinnovate in senso nazionale dalla reazione degli anni Novanta alla sia pur rozza critica leghista alla tradizione italiana) un pensiero critico peraltro spesso invocato. E di qui quei sussulti alle manifestazioni della “minorità” della “verità italiana”, tra cui si può annoverare anche la risoluzione del Parlamento europeo, sussulti peraltro sempre più deboli perché sempre più fragile, nell’incapacità di rinnovarsi e aprirsi, è la tradizione culturale da cui sono animati.

Credo insomma si possa dire che anche alcune delle reazioni alla risoluzione ci indichino in realtà l’incapacità della nostra sinistra intellettuale di “immaginare” tra il 1956 e il 1991 un mondo giusto (e una strada per arrivarci) diverso da quello disegnato dal comunismo, un mondo che poteva essere fondato solo su una critica radicale a quest’ultimo, e quindi alle tradizioni e agli autoinganni italiani.

Siamo così arrivati invece in un deserto, animato appunto solo da sussulti identitari poco produttivi, un deserto che sarebbe fondamentale lasciarsi alle spalle, anche grazie al coinvolgimento della parte migliore dei nostri giovani, che però purtroppo proprio questo deserto spinge comprensibilmente a “fuggire” intellettualmente e psicologicamente, anche quando restano in Italia.

 

Andrea Graziosi
Andrea Graziosi
graziosi@perfondazione.eu

Laureato con lode in economia all’Università di Napoli Federico II, ha condotto ricerche di storia americana e del lavoro a Pittsburgh e Yale con David Montgomery, e di storia sovietica con Lisa Foa in Italia e Moshe Lewin alla University of Pennsylvania. Ricercatore di storia economica dal 1983 e professore di storia dell’Europa orientale all’European University Institute nel 1997-1998, è ordinario di storia contemporanea a Napoli dal 2000. E’ stato presidente della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea dal 2007 al 2011. Ha scritto una Storia dell'Unione Sovietica in due volumi per il Mulino (2007-2008).

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