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La difesa dell’Occidente: cornice necessaria per la politica estera americana

di Alessandro Maran

Qualche tempo fa, nel corso di un dibattito, Loris Zanatta ha rammentato, citando l’ultimo libro di Michael Kimmage, che «Donald Trump è il primo presidente non occidentale degli Stati Uniti». Incuriosito, ho seguito il consiglio di Zanatta e mi sono procurato il libro (che raccomando).

Il titolo stesso del lavoro di Michael Kimmage (che insegna storia alla Catholic University of America), «The Abandonment of the West: The History of a Idea in American Foreign Policy», arriva come un’improvvisa rivelazione. Perché, certo, chi parla più dell’«Occidente» nel campo della politica estera? È un’idea che abbiamo più o meno abbandonato, no?

La caduta del Muro di Berlino ha messo a nudo i fallimenti del comunismo sovietico. Ora, scrive Michael Kimmage, «è un Occidente tentennante a trovarsi sotto processo». La difesa dell’Occidente (che lo storico americano presenta come un concetto geopolitico e culturale piuttosto che come un luogo geografico) è stato il nucleo che ha dato vita alla politica estera americana dall’inizio del ventesimo secolo. Kimmage descrive l’ascesa del concetto nella prima metà del secolo scorso e poi il suo graduale declino sotto le critiche sia della sinistra (che giudicava lo schema troppo «bianco» e troppo «imperiale») sia della destra (che lo ha visto troppo «multinazionale»), fino alla sua scomparsa dopo la fine della Guerra fredda.

Una volta, infatti, i presidenti americani propagandavano regolarmente l’Occidente nei loro discorsi, e le università richiedevano corsi introduttivi sulla civiltà occidentale. Ora non più. Kimmage illustra i costi della scomparsa di un idea che aveva fornito all’America una ragione per l’impegno internazionale, una bussola per affrontare le sfide autoritarie da parte di stati come la Cina e la Russia, e una serie di principi guida più ampi per la propria politica estera. Per gran parte del ventesimo secolo, gli americani hanno visto la loro nazione come parte di una civiltà occidentale condivisa, radicata negli ideali illuministici europei di libertà e autogoverno e nell’eredità della Grecia classica e di Roma. E per gran parte del secolo, una visione della libertà occidentale ha guidato la politica estera degli Stati Uniti, dalle crociate delle due guerre mondiali all’alleanza strategica con l’Europa nella guerra fredda contro l’Oriente comunista. Ma oggi, lamenta Kimmage, sono altre le idee che guidano la politica estera americana: da un lato, la ricerca di un «ordine internazionale liberale universale» e, dall’altro, il nazionalismo illiberale di «America First».

Nel suo libro, lo storico Michael Kimmage descrive l’ascesa dell’Occidente e il suo declino nella politica estera americana dal 1890; e sostiene che per l’America oggi sia essenziale far rivivere l’Occidente per promuovere l’unità nazionale e resistere alle nuove minacce geopolitiche. Le radici dell’affinità dell’America con l’Occidente sono profonde, dall’abbraccio di Colombo come eroe nazionale al disegno neoclassico della capitale del Paese. Dopo la prima guerra mondiale, nonostante i tentativi naufragati di Woodrow Wilson per persuadere gli americani ad assumere la leadership dell’Occidente, le università americane promossero nuovi programmi di studi sulla civiltà occidentale. Nel 1945, dopo la Seconda guerra mondiale, l’Occidente era il concetto dominante nella politica estera americana. I presidenti Truman, Eisenhower e Kennedy promossero il progetto bipartisan di salvare l’Occidente dall’Oriente sovietico nella Guerra fredda. Poi questo consenso si è dissolto.

Con la guerra del Vietnam e le rivoluzioni dei diritti degli anni Sessanta, la sinistra sollevò nuovi dubbi sulla relazione tra l’Occidente, l’imperialismo e la supremazia bianca; le università americane passarono a discipline come il multiculturalismo e gli studi etnici. La destra, dal canto suo, favorì una visione più circoscritta e religiosa dell’Occidente, quasi altrettanto critica dei «liberal» in patria come lo era dei comunisti all’estero. E dopo la fine della Guerra fredda, i presidenti Clinton, Bush e Obama evitarono sempre più di invocare l’Occidente, cercando invece di creare democrazie liberali ovunque. Donald Trump ha poi respinto abbondantemente gli ideali occidentali di libertà, sostenendo leader autoritari e denigrando le istituzioni occidentali come la NATO.

Il libro si conclude con una difesa dell’Occidente in quanto cornice necessaria della politica estera americana di oggi. Nonostante i limiti del passato, far rivivere l’Occidente, sostiene Kimmage, è essenziale per ripristinare una politica estera radicata nella libertà e nell’autogoverno e resistere all’autoritarismo di Russia e Cina. In America, un Occidente rivitalizzato ed espansivo può offrire infatti un’alternativa stimolante alla politica dell’identità a destra e a sinistra. Ricco di intuizioni, «The Abandonment of the West» descrive la nascita della superpotenza americana, la ricerca dell’identità dell’America di oggi e indica chiaramente il bivio in cui si trova oggi il paese.

 

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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