La 'dottrina Biden' per il Medio Oriente - Fondazione PER
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La ‘dottrina Biden’ per il Medio Oriente

di Alessandro Maran
🇺🇸 Non è corretto dire che oggi il Medio Oriente sia invischiato nella guerra più profondamente di quanto lo sia stato nel recente passato. Solo nell’ultimo decennio, la feroce guerra civile in Siria è stata caratterizzata da torture e armi chimiche, un’altra nello Yemen ha ucciso centinaia di migliaia di persone e l’Isis ha costruito un califfato genocida grande quanto la Gran Bretagna.
Tuttavia, gli analisti ammoniscono che la regione è sull’orlo del baratro: come ha recentemente osservato Robin Wright su The New Yorker, la serie di conflitti in corso in Medio Oriente potrebbe confluire in un’unica grande guerra che contrappone Stati Uniti e Israele all’Iran (👉 https://www.newyorker.com/…/how-ten-middle-east…).
La portata del pericolo è stata eguagliata dall’ampiezza delle congetture sulle possibili risposte. Pochi giorni dopo il massacro di civili israeliani da parte di Hamas il 7 ottobre, i commentatori si sono subito chiesti se un grande accordo diplomatico potrebbe porre fine ai combattimenti a Gaza, creare uno stato palestinese e risolvere in modo duraturo il decennale conflitto israelo-palestinese.
Questi discorsi si stanno moltiplicando. L’approccio statunitense alla regione sembra evolvere – il presidente Joe Biden ha annunciato sanzioni contro i violenti coloni israeliani in Cisgiordania – e su The New York Times, Thomas Friedman scrive che si sta sviluppando una nuova “dottrina Biden” sul Medio Oriente (“And It’s Big”). Secondo Friedman, questa dottrina americana di politica estera si baserebbe sul mantenere una posizione di fermezza nei riguardi dell’Iran, esercitare pressioni su Israele affinché accolga uno stato palestinese, consolidare l’alleanza degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita e convincere il regno a riconoscere Israele diplomaticamente (👉 https://www.nytimes.com/…/opinion/biden-iran-israel.html).
The Economist percepisce un analogo movimento. “Nel contesto di un’intensa attività diplomatica, guidata da America e Arabia Saudita, sta prendendo forma un accordo trasformativo”, scrive la rivista. “La sua novità, abbiamo appreso, è quella di utilizzare la proposta di rilascio di ostaggi per resettare la politica israeliana; utilizzare tale reset per aprire la strada verso uno Stato palestinese; e poi utilizzare l’impegno di Israele in tal senso come base per un accordo tra Israele e l’Arabia Saudita, in cui il riconoscimento reciproco è sostenuto dalle garanzie di sicurezza americane. Le autorità dicono che le probabilità di un accordo sugli ostaggi potrebbero essere del 50% e, sistemato questo problema, le probabilità di un accordo tra Arabia Saudita e Israele potrebbero anche essere del 50%. Il successo è tutt’altro che certo, ovviamente, ma promette una nuova architettura economica e di sicurezza in Medio Oriente” (👉 https://www.economist.com/…/how-to-end-the-middle-easts…).
D’altro canto, in un articolo su Foreign Affairs, Dalia Dassa Kaye e Sanam Vakil si chiedono se Washington possa davvero intervenire per stringere un accordo che rimodella la regione ipotizzando che solo il Medio Oriente possa aggiustare il Medio Oriente. “Aspettare che gli Stati Uniti prendano l’iniziativa nella gestione efficace di Gaza e nella realizzazione di una pace duratura in Medio Oriente sarebbe come aspettare Godot”, scrivono: “Le attuali dinamiche regionali e globali rendono semplicemente troppo difficile per Washington giocare quel ruolo dominante (…) Data questa realtà emergente, le potenze regionali – in particolare gli immediati vicini arabi di Israele, Egitto e Giordania, insieme a Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti (EAU), che si stanno coordinando dall’inizio della guerra – devono urgentemente intensificare e definire una via collettiva da seguire (…) Tra le difficili realtà che la guerra a Gaza ha messo in luce, una delle più nette potrebbero riguardare i limiti del potere americano” (👉 https://www.foreignaffairs.com/…/fix-middle-east-united…).
Secondo Fareed Zakaria l’America dovrebbe seguire il consiglio del Padrino e cercare di allentare le tensioni politiche. Gli ultimi 15 anni di politica statunitense nei confronti del Medio Oriente possono essere riassunti da una famosa frase de Il Padrino, Parte III, ha osservato Fareed nel corso della puntata di GPS di domenica sulla CNN. In quel film un anziano Michael Corleone, che ha preso le distanze dai suoi affari mafiosi, si lamenta: “Proprio quando pensavo di essere fuori, mi hanno riportato dentro” (👉 https://youtu.be/UneS2Uwc6xw?si=3Kd6kaFglymMz6uV).
Dopo che un attacco di droni ha ucciso tre soldati statunitensi in Giordania, provocando una ritorsione degli Stati Uniti contro le forze appoggiate dall’Iran nella regione, Fareed ha suggerito che il presidente americano Joe Biden potrebbe pensarla allo stesso modo. Quanto a come gli Stati Uniti dovrebbero procedere, Fareed consiglia: “La risposta più efficace a questa più ampia spinta sostenuta dall’Iran contro gli interessi americani nella regione sarebbe quella di dimostrare non che Washington può reagire militarmente, cosa che ovviamente può fare, ma che può bloccare l’escalation politicamente, nel senso che può sfruttare la crisi di Gaza per creare condizioni per una stabilità a lungo termine. E questo significa lavorare per creare le condizioni per la sicurezza israeliana e le aspirazioni palestinesi ad uno Stato, il che renderebbe molto più semplice non solo la riconciliazione con l’Arabia Saudita ma la più ampia riconciliazione arabo-israeliana. Questo tipo di risposta politica e diplomatica non placherebbe i falchi belligeranti di Washington, ma sarebbe il modo più efficace per contrastare i nemici dell’America. Come dice Michael Corleone nello stesso film: “Non odiare mai i tuoi nemici. Influisce sul tuo giudizio’” (👉 https://edition.cnn.com/…/fareeds-take-us-foreign…?).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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