La frode di Bannon rivela che il populismo mondiale è una truffa | Fondazione PER
17825
post-template-default,single,single-post,postid-17825,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

La frode di Bannon rivela che il populismo mondiale è una truffa

di Vittorio Ferla

 

Steve Bannon, l’ex stratega dell’amministrazione Trump, è stato arrestato ieri con l’accusa di frode. Secondo i pubblici ministeri federali di New York, Bannon avrebbe utilizzato centinaia di migliaia di dollari per il proprio profitto grazie alla copertura di tre collaboratori – Brian Kolfage, Andrew Badolato e Timothy Shea. La somma sarebbe stata sottratta alla campagna di crowdfunding We Build the Wall che aveva raccolto oltre 25 milioni di dollari.

I donatori, appartenenti all’estrema destra razzista americana, pensavano di alzare un bel muro per impedire ai messicani di entrare negli States in un posto che si chiama Sunland Park. Il paesaggio è di deserto e ruggine: cumuli di mattoni, un ponte su cui passano vecchi treni merci, aride montagne. Il nome del luogo richiama questa scenografia alla Mad Max, ma suona come quello di un parco divertimenti. Gli unici a divertirsi qui, però, alle spalle degli immigrati, sarebbero stati i sovranisti americani, uniti nel grido: “Make America Great Again”. Oggi – ironia della sorte – i gruppi MAGA si ritrovano tra le mani un atto di accusa che smonta il loro disegno: coperto da un’organizzazione no-profit, Bannon avrebbe incassato più di 1 milione di dollari finanziare le sue spese personali. Ovviamente l’imputazione è tutta da verificare, ma la vicenda assume ormai contorni farseschi e getta una luce sinistra pure sulla credibilità dell’amministrazione Trump. L’accusa contro Bannon fa di lui il “sesto elemento” dell’alta dirigenza della campagna Trump 2016 a essere colpito con indagini federali. Gli altri sono Roger Stone, Michael Flynn, Rick Gates, Paul Manafort e Michael Cohen: tutti accusati dal rapporto del procuratore speciale Robert Mueller per il coinvolgimento attivo nelle interferenze russe nella campagna presidenziale di quattro anni fa.

Il sito web di We Build the Wall’s prometteva la “costruzione di porzioni di un muro di confine meridionale degli Stati Uniti” e la gestione delle “operazioni di supporto necessarie e i processi associati a progettazione, ingegneria, costruzione e manutenzione del muro”. La procura di New York conferma che l’organizzazione ha effettivamente speso soldi per un muro di confine, ma aggiunge che “centinaia di migliaia di dollari sono stati sottratti per uso personale”. Tra le altre cose: viaggi, hotel, beni di consumo e debiti con carte di credito personali. Kolfage avrebbe utilizzato la sua quota per “ristrutturazioni di case, pagamenti per una barca, un suv di lusso, un carrello da golf, gioielli, interventi di chirurgia estetica, pagamenti di tasse personali e debiti con carta di credito”. Una truffa bella e buona, insomma.

Se tutto ciò fosse confermato, potrebbe essere per Bannon il definitivo flop del sogno di rifondare l’America sul principio della segregazione e del primatismo bianco e di metterla alla guida di una “internazionale populista”.

Considerato il principale artefice della vittoria di Donald Trump nel 2016, Steve Bannon, ufficiale di marina per sette anni, specializzato in Economia alla Harvard Business School, un passato da produttore a Hollywood (diciotto film tra il 1991 e il 2016), è stato direttore del sito di news Breitbart, vicino al movimento di estrema destra Alt-Right. Dopo aver lasciato la Casa Bianca (defenestrato, assicurano i media, per sua scelta, ribatte lui), non ha mai smesso di predicare il trumpismo. Tra le sue performance più astruse si ricorda anche il supporto ideologico al governo gialloverde Di Maio-Salvini, che per Bannon rappresentava il perfetto prototipo di quel populismo mondiale che predica fin dagli esordi. Nel frattempo, il governo gialloverde è morto, Bannon è finito nei guai e i sondaggi danno Trump in netto svantaggio. Chissà se il prossimo 3 novembre gli elettori americani daranno la spallata finale a questo delirio.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.