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La lezione della Georgia: “l’infrastruttura politica” conta come il lavoro di lungo periodo

di Alessandro Maran

L’assalto al Campidoglio, che ha comprensibilmente calamitato l’attenzione generale, ha finito purtroppo per distogliere l’attenzione dei media dalla vittoria dei democratici nei due ballottaggi in Georgia. Il che è un vero peccato, perché la recente tripletta messa a segno dai democratici ha molto da insegnare anche alla politica di casa nostra (e, in generale, agli italiani).

La conquista della maggioranza al Senato da parte dei democratici non è certo una casetta da nulla. Potranno confermare i giudici della Corte Suprema, i membri del gabinetto di Biden e le tante nomine (diplomatiche, giudiziarie, ecc.) che richiedono il voto favorevole del Senato, potranno approvare ulteriori provvedimenti di stimolo per rilanciare l’economia colpita dalla pandemia e le leggi di bilancio. Certo, per far passare altre leggi di riforma dovrebbero abolire il filibustering (cosa molto improbabile), o, più verosimilmente, dovranno cercare di ottenere la collaborazione di un certo numero di repubblicani. Ma, intanto, si sono tolti dai piedi l’ex leader di maggioranza Mitch McConnell e potranno imporre la loro agenda: d’ora in avanti sarà, infatti, il democratico Chuck Schumer a dettare il calendario dei lavori. Inoltre, l’esito dei ballottaggi ha messo nudo i limiti della coalizione repubblicana (con o senza Trump) e le lacerazioni interne al partito. Non è ancora chiaro, infatti, quale strada prenderà il GOP dopo il violento assalto al Congresso da parte dei seguaci più fanatici di Trump.

C’è anche un significato simbolico. La Georgia è diventata (più di ogni altro Stato, ad eccezione forse del Texas) il simbolo di una coalizione emergente composta da elettori bianchi istruiti e da un grande numero di elettori black e di altre minoranze. Inoltre, sia Warnnock che Ossof sono candidati nuovi, che non hanno molto a che vedere con i moderati centristi (i Blue Dogs bianchi) che i democratici hanno tradizionalmente proposto in Georgia. Senza contare che i ballottaggi si sono svolti in un momento in cui Trump e i suoi seguaci hanno cercato di ribaltare e sovvertire i risultati elettorali e di minare la fiducia nel processo democratico. Se ai repubblicani dovesse arrivare forte e chiaro il messaggio che le azioni anti-democratiche hanno conseguenze negative sul piano elettorale, in futuro potrebbero essere meno inclini a spingere le cose (e la democrazia) al limite.

Va da sé che, nonostante i progressi compiuti, la Georgia non è diventata un Blue State. I repubblicani controllano ancora la maggior parte dello Stato e (sebbene sia ancora più «a destra» del Paese nel suo complesso: Biden ha vinto con 0.2 punti percentuali rispetto ai 4,5 punti di vantaggio nel voto popolare nazionale) la Georgia è ora quello che si dice un Purple State, uno Stato nel quale circa metà degli elettori votano democratico e l’altra metà circa vota repubblicano.

La sconfitta del GOP nei ballottaggi è dipesa soprattutto dalla scarsa affluenza alle urne, specialmente nelle contee rurali tradizionalmente repubblicane, nelle quali Trump una volta riusciva a mobilitare gli elettori bianchi. Il fatto è che Trump riesce a mobilitare (contro di lui) anche la base dei democratici e, dopo quattro anni alla Casa Bianca, ha chiamato alle urne anche gli swing voters. Quattro anni fa, Trump aveva battuto di misura Hillary Clinton tra gli elettori indipendenti, ma questa volta quegli stessi elettori hanno dato a Biden 13 punti di vantaggio. In aggiunta, con Trump o senza Trump, i repubblicani hanno problemi sempre più grossi nell’elettorato incerto delle periferie, persino nelle loro vecchie roccaforti; e le scene di violenza al Campidoglio non possono che esacerbare i loro problemi.

Ma le cose non sono cadute dal cielo. È questa la lezione del voto in Georgia. Se i democratici hanno strappato agli incumbent repubblicani due seggi del Senato e la Georgia è diventata un Battleground State, buona parte del merito va a Stacey Abrams. Come ha spiegato il New York Times, l’ex leader dell’opposizione nel Parlamento dello Stato, ha speso un decennio per «costruire l’infrastruttura politica dei Democratici» (prima con il suo New Georgia Project e ora con Fair Fight, l’organizzazione per il diritto di voto che ha fondato dopo aver perso la campagna per l’elezione a governatore nel 2018) che ha permesso di cambiare lo status della Georgia. Ovviamente, non l’ha fatto da sola. Come racconta il quotidiano newyorkese, moltissime donne nere hanno partecipato ad uno sforzo organizzativo decennale per cambiare gli orientamenti dell’elettorato dello Stato. «Non siamo sorprese che la Georgia sia diventata blu, perché ci stiamo lavorando da più di 15 anni», ha detto, infatti, con un certo ottimismo, Deborah Scott, la fondatrice di Georgia Stand Up, dopo la vittoria di Biden alle presidenziali. Ma fino all’ultimo, in prima linea per spingere gli elettori a votare c’era una faccia, quella di Stacey Abrams. Tanto che ora i democratici, galvanizzati dal successo (e scommettendo sulle divisioni tra i repubblicani che l’uscita di scena di Trump potrebbe alimentare), puntano a sconfiggere nel 2022 il governatore in carica Brian Kemp ricandidando Stacey Abrams (che è diventata ormai una star nazionale) in una riedizione della competizione del 2018.

Ovviamente, non c’è nulla di scontato. Specie in uno Stato nel quale i repubblicani mantengono ancora la maggior parte delle leve del potere. Il che significa che l’enorme lavoro decennale che è stato fatto sul campo per costruire «l’infrastruttura politica» necessaria, dovrà essere ripetuto più e più volte. Ma proprio questo è il punto. «L’infrastruttura politica», quella che una volta si chiamava «l’organizzazione», è come sempre (e forse oggi più che mai) decisiva. E checchè se ne dica dalle nostre parti, i partiti politici (sia pure, va da sé, di tipo nuovo) servono ancora (per rappresentare e coinvolgere le persone che hanno ancora voglia di occuparsi di politica e perché senza i partiti, il capitale sociale generato dalle mobilitazioni collettive rischia di disperdersi).

È questa, insomma, la lezione da apprendere: l’organizzazione conta, e contano il lavoro di lungo periodo e la coerenza. In America come in Italia e come dappertutto. Non basta la «comunicazione» (che può andar bene al massimo per conquistare qualche poltrona, come la parabola del M5s dovrebbe aver chiarito una volta per tutte) per risolvere i problemi. Specie se si vogliono introdurre cambiamenti profondi e duraturi (e quello di aver trascurato il partito che ha finito per ridursi in tanti territori in una confederazione di correnti e conventicole, è stato forse il principale errore di Renzi quand’era segretario del Pd). Non si tratta, ovviamente, di tornare a vecchi modelli di organizzazione politica ormai esauriti, ma di sperimentarne di nuovi, come hanno cercato di fare, appunto, in Georgia, i democratici americani. Ma, come ha scritto Sandro Brusco, un approccio come quello di Stacey Abrams «richiede pazienza, disponibilità al lavoro duro e unglamorous e umiltà». Qualità che (e vale per entrambi i lati dell’Atlantico) «sono molto rare tra i politici di oggi».

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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