La maternità surrogata tra libertà e responsabilità: come cambia il rapporto con il corpo | Fondazione PER
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La maternità surrogata tra libertà e responsabilità: come cambia il rapporto con il corpo

di Claudia Mancina

 

La maternità surrogata (o GPA, gestazione per altri) è un argomento spinoso e difficile. Perché coinvolge l’immagine del corpo e l’uso della libertà. E dunque piomba come un impensabile sulla cultura che il femminismo del secondo Novecento ha prodotto e che sta alla base di tante lotte e di tante vittorie, oltre che di qualche sconfitta.

Quella cultura ha messo al suo centro una nuova etica, che muove dall’esperienza delle donne come soggetti privilegiati (anche se spesso repressi e sfruttati) della sfera dei rapporti personali e affettivi. Rifiutando la priorità della sfera pubblica, di più, denunciandone l’effettiva anche se rimossa dipendenza dalla sfera “privata”, la riflessione delle donne ha profondamente mutato la cultura pubblica. Al centro di questa riflessione è stata proprio la maternità, nelle sue varie declinazioni: maternità realizzata o cercata, desiderata o rifiutata, in ogni caso un nocciolo duro dell’identità femminile, terreno del difficile rapporto con la propria madre e col maschile. Maternità come capacità di generare, che in tutte le donne – anche in quelle che non sono o non vogliono essere madri – si presenta come nucleo di un paradigma etico che in verità ci si augura diventi sempre di più patrimonio comune anche agli uomini. Con un apparente paradosso, la riflessione sulla maternità è partita dall’aborto. La capacità di decidere del proprio corpo (autodeterminazione) non è stata intesa, nella cultura femminista, come una pura e semplice manifestazione di libertà individuale (come nella sentenza Roe vs. Wade, che ha legalizzato l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti, nel 1973), ma come manifestazione di una relazione e quindi di una responsabilità verso l’altro, o gli altri. Basti citare il celebre libro di Carol Gilligan (In a different voice, 1982, trad. it. Con voce di donna, 1987) e il vastissimo dibattito che ne è seguito. Senza arrivare a certi estremi dell’etica della cura, il paradigma teorico-pratico della relazione è stato senz’altro il centro da cui si è sviluppato un insieme di pensieri e di attitudini che sono oggi parte essenziale del nostro paesaggio morale. Ora, è proprio questo paradigma che viene negato dalla maternità surrogata, nella quale la essenziale relazione della gravidanza viene azzerata e sostituita da un contratto di cessione. Per quanto i casi di sfruttamento, o almeno di scambio mercantile, siano certamente prevalenti, non è necessario negare la possibilità di GPA come dono – basti pensare a una sorella o un’amica che si presta nel caso di una donna che non ha più l’utero – per sentirsi turbate da questa negazione del valore della gravidanza e del suo peso nella vita del bambino così come in quella della donna che lo ha partorito. Di fronte a questo fenomeno, oggi sempre più diffuso anche in paesi come Stati Uniti e Canada, due sono le risposte più diffuse: la tesi ultraliberista per cui le donne fanno quello che vogliono con il loro corpo, o, all’opposto, la crociata contro “l’utero in affitto”. Ambedue queste posizioni non si chiedono che cosa stia succedendo tra le donne, tra le nuove generazioni di donne, e come questa realtà si possa articolare con ciò che noi donne abbiamo imparato di noi stesse negli ultimi decenni.

Fondamentalmente il dubbio è che qualcosa di molto importante stia cambiando nell’idea che le donne di oggi hanno della maternità: un cambiamento che dovremmo anzitutto cercare di comprendere. Non ogni cambiamento, certamente, è per il meglio: ma comprendere è comunque necessario.

Anche la nostra idea della maternità e della gravidanza ha una storia. Nello sviluppo del paradigma della relazione ha agito la convergenza di vari e diversi motivi: l’accesso di massa delle donne al lavoro e alla vita pubblica, senza il quale non ci sarebbe stato spazio per l’emergere di una soggettività femminile autonoma; la scoperta dell’inconscio e dunque dell’importanza dei legami affettivi nello sviluppo dell’io; le conquiste della medicina, sia rispetto al controllo della fertilità, sia soprattutto rispetto alla caduta, sino alla quasi totale scomparsa nell’area di mondo in cui viviamo, della mortalità infantile.

Questi mutamenti, che hanno prodotto una diminuzione del numero di gravidanze nella vita “normale” di una donna, hanno reso possibile l’affermazione della centralità della gravidanza stessa, intesa come una relazione profonda, moralmente oltre che psicologicamente significativa, tra madre e feto.

Questa affermazione è definitiva o corrisponde a una fase storica, della quale è stata protagonista la generazione che ha vissuto il femminismo del secondo Novecento? La risposta è difficile, ma la domanda va posta, per cercare di capire le generazioni venute dopo di noi. Non c’è dubbio infatti che le donne più giovani appaiano più aperte alla maternità surrogata, e quindi a un’idea di libertà femminile che non è quella sviluppata dalla cultura femminista. Forse dobbiamo anche chiederci come mai non siamo riuscite a diffondere le nostre idee, quelle che riteniamo le nostre più preziose scoperte, al di fuori di una cerchia non molto vasta.

Una cosa che mi pare si possa dire è che è profondamente cambiato, nel mondo intorno a noi, il rapporto col proprio corpo: e questo vale allo stesso modo per uomini e per donne. In una misura mai vista prima, il corpo sta diventando oggetto, non dell’altro – persecutore, sfruttatore, manipolatore – ma dello stesso io che è quel corpo. E’ l’io il principale manipolatore del proprio corpo. Pensiamo ai tatuaggi, che si allargano progressivamente quasi sino a coprire il corpo intero. Si potrebbero citare altri fenomeni, anche più gravi, come quello che chiamerei della self-pornografia. In queste esperienze il corpo è reso oggetto dell’io stesso che lo abita e che dovrebbe identificarsi con esso. E’ reso oggetto per scelta dello stesso individuo, maschio (più spesso nel caso dei tatuaggi) o femmina (più spesso nel caso dei selfie pornografici: e anche queste ricorrenze danno da pensare).

La donna che si presta alla GPA – non pensiamo alla povera indiana o ucraina che cerca di guadagnarsi la sopravvivenza, ma alla studentessa americana che pensa di pagarsi gli studi – usa il proprio corpo per fare un bambino, che sarà ceduto ad altri come suoi veri genitori. E’ un uso del corpo fino a ieri impensabile, e tuttavia in armonia con i fenomeni citati prima. Dovremmo sapere di più, riflettere di più su cosa sta avvenendo nella mente delle giovani donne (e uomini) intorno a noi.

 

 

 

 

 

 

 

Claudia Mancina
Claudia Mancina
mancina@perfondazione.eu

Professore associato di Etica all’Università “La Sapienza” di Roma, fa parte della presidenza di Libertà Eguale ed è componente del Cda della Fondazione PER. Il suo ultimo libro è “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014). Altre pubblicazioni: Differenze nell‘eticità. Amore famiglia società civile in Hegel (1991); Oltre il femminismo (2002); il saggio Il bene, in N. Vassallo, Donna m'apparve (2009); La laicità al tempo della bioetica (2009). Tra le più recenti: Tra pubblico e privato: la scoperta dell'intimità, in Mancina-Ricciardi, Famiglia italiana (2012), e Multiculturalismo, in C. Botti, Le etiche della diversità culturale (2013). Dal 1988 al 1992 è stata vicedirettore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dal 1992 al 1994, e dal 1996 al 2001 è stata deputata al Parlamento italiano. Ha fatto parte del Comitato nazionale di Bioetica. Si occupa di etica femminista, di laicità, di ragione pubblica.

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