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La politica estera autolesionistica della Cina

di Alessandro Maran

 

Come ha osservato di recente Fareed Zakaria, il conduttore del più importante programma di politica internazionale della CNN, la diplomazia aggressiva della Cina le si sta ritorcendo contro. Mentre il mondo intero è ancora alle prese con il Covid-19, la Repubblica popolare cinese sembra usare la catastrofe globale per espandere la propria influenza, garantirsi vantaggi e riaffermare la propria leadership in Asia. Il 2 aprile scorso ha speronato e affondato un peschereccio vietnamita nel Mar cinese meridionale; il 28 maggio ha approvato la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong togliendo alla città ogni speranza di autonomia; il 29 maggio ha minacciato un’azione militare contro Taiwan «se non ci sarà un altro modo per impedirle di diventare indipendente»; tra il 5 maggio e il 15 giugno ha attaccato l’India lungo il confine che separa il Ladakh dall’Aksai Chin. E quel che più sorprende sono proprio «i grossolani errori strategici della Cina». Dall’incursione al confine con l’India alle tensioni crescenti con l’Australia (e le Filippine, il Vietnam, il Giappone, ecc.), la Cina si sta alienando i vicini. Al punto che, come sostiene il conduttore di Global Public Square, «per colpa delle azioni degli ultimi anni sotto Xi Jinping», la Cina «oggi si trova nella stessa situazione strategica dell’Unione sovietica durante la Guerra fredda, circondata da paesi sempre più ostili».

Anche sul blog del think tank australiano Lowy Institute, che ospita le analisi e i commenti di esperti di tutto il mondo, due articoli recenti sostengono un punto di vista molto simile.

Fino a non molto tempo fa, gli imprenditori australiani erano pronti a passare sopra alla repressione interna alla Cina badando a trarre profitto dal commercio con la terraferma, scrive Mark Beeson. Ma ora, proprio a causa dell’atteggiamento più aggressivo cinese, «questo patto tacito sta cominciando a sgretolarsi» e la «classe dei capitalisti» australiana «ha decisamente una minore influenza nei dibatti sulla Cina rispetto ad una volta».

Inoltre, mentre gli Stati Uniti possono, ad esempio, mantenere relazioni diplomatiche sia con la Cina che con Taiwan, una recente vicenda che coinvolge le Isole Solomone, uno stato insulare dell’oceano Pacifico meridionale, fornisce, come racconta Joseph D. Foukona, un esempio di ciò che i paesi più piccoli devono sopportare. Gli Stati Uniti possono farla franca e mantenere relazioni con la Cina continuando ad avere relazioni commerciali e culturali con Taiwan perché sono una potenza globale. Quando il senatore Ted Cruz e il governatore del Texas Greg Abbott incontrarono la presidente taiwanese Tsai Ing-wen nonostante le obiezioni di Pechino, Cruz dichiarò: «In America decidiamo da soli chi incontrare». Ma non è così per tutti.

Durante la pandemia, una delle nove province delle Isole Solomone, la provincia Malaita, accettò l’aiuto di Taiwan (sotto forma di mascherine facciali) che ringraziò pubblicamente (sottolineando che l’aiuto era stato fornito su basi umanitarie e non con l’intento di minare le relazioni del suo paese con la Cina). Pechino reagì duramente. Il rappresentante di Pechino proclamò sui media locali che la dichiarazione del premier di Malaita lasciava intendere che Taiwan fosse un paese indipendente, condannò i riferimenti a Taiwan come Repubblica di Cina e giudicò «illegittima, inappropriata e del tutto sbagliata» l’esposizione in pubblico della «cosiddetta ‘bandiera nazionale’» e insorse contro la supposta violazione «della sovranità e dell’integrità territoriale della Cina».

Il modo in cui la Cina ha indirizzato le proteste (sui media anziché rivolgersi, come prevede il protocollo diplomatico, al ministro degli esteri delle Isole Solomone) getta luce sul suo approccio alla diplomazia. «Rispecchia – scrive Foukona – il modo in cui lo stato cinese amministra l’ordine e richiede obbedienza in Cina – e si aspetta che i paesi con i quali ha relazioni diplomatiche facciano lo stesso». Insomma, Pechino sembra pretendere che le persone delle Isole Solomone seguano la sua agenda politica. Ma gli altri paesi non si comportano in questo modo.

 

 

 

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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