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La prima grande sconfitta di Erdoğan. Brilla la nuova stella di Imamoğlu

di Vittorio Ferla

Con le elezioni locali di domenica il dominio del presidente Recep Tayyip Erdoğan sulla Turchia e del suo partito islamo-conservatore Akp (Partito Giustizia e Sviluppo) subisce un duro colpo, forse il più devastante nei suoi vent’anni al comando. Dal Bosforo all’Anatolia fino all’est del paese vince il Partito repubblicano del popolo (Chp), la principale forza di opposizione che mantiene o conquista le città più grandi del paese. Si tratta della prima vittoria elettorale dal 1989 del Chp, una grande onda rossa che capovolge l’esito delle elezioni presidenziali turche del maggio 2023, dalle quali il partito repubblicano era uscito tramortito. Il Chp si assicura il controllo di un’ampia fascia della Turchia occidentale e ottiene vittorie nelle regioni più conservatrici vicine al Mar Nero e all’Anatolia centrale, aree tradizionalmente considerate ostili.

Il più grande trionfo, ovviamente, è quello di Istanbul, dove Ekrem Imamoğlu è stato rieletto sindaco. Istanbul, la città più grande d’Europa con oltre 15 milioni di abitanti, vanta il 18% della popolazione turca e rappresenta un terzo della sua economia. Una sorta di città-stato che oggi sembra la principale oppositrice alle politiche reazionarie del presidente. “Miei cari abitanti di Istanbul, oggi avete aperto la porta a un nuovo futuro. La Turchia sboccerà in una nuova era democratica a partire da domani. Il 31 marzo 2024 sarà il giorno in cui l’erosione della democrazia finirà e la democrazia inizierà a riprendersi”, ha detto Imamoğlu nel discorso della vittoria pronunciato domenica sera di fronte alla folla festante. Poi ha aggiunto: “Da domani la Turchia sarà diversa. Avete aperto la porta alla crescita della democrazia, dell’uguaglianza e della libertà”.

Imamoğlu, stella dell’opposizione turca e principale spina nel fianco del presidente, conquista la megalopoli con oltre il 51% dei voti e batte Murat Kurum, ex burocrate e ministro dell’ambiente del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan, con un distacco di quasi 10 punti. È molto probabile che la scelta di Murat Kurum, nato e cresciuto ad Ankara, per sfidare il carismatico sindaco di Istanbul, abbia alimentato negli elettori la convinzione che Erdoğan cercasse un solo risultato: riportare Istanbul nella sfera di controllo del governo centrale, a dispetto degli interessi reali della città. Kurum, da parte sua, ha peggiorato la situazione con una serie di attacchi contro İmamoğlu che si sono rivelati controproducenti. In particolare, quando ha affermato che il sindaco uscente era buono solo per “andare a gestire un negozio di polpette”, che sono un popolare alimento turco. Ma Imamoğlu è stato bravo a capovolgere a suo vantaggio questi commenti sprezzanti. Un giorno, di fronte alla folla di sostenitori, ha risposto: “Sapete perché amo queste elezioni? Nelle urne il produttore di polpette e il ministro sono uguali”. Una prova del fatto che il suo sfidante non era in contatto con il sentiment della popolazione di Istanbul. Il successo dovuto al mix di visione progressista e di ancoraggio alla base popolare rende adesso il sindaco riconfermato come il principale esponente dell’opposizione contro quello che Mario Draghi aveva definito ‘dittatore’ senza troppi giri di parole. “Questi risultati metteranno Imamoğlu e il CHP al centro della politica turca”, assicura Yusuf Can, analista del Woodrow Wilson International Center for Scholars di Washington. Imamoğlu è visto ormai da tutti come il futuro sfidante di Erdoğan: conquistare la città che ha catapultato alla ribalta nazionale l’attuale presidente (che vinse la carica di sindaco nel 1994, esattamente 30 anni fa) rappresenta un risultato simbolico.

L’opposizione sembra destinata a crescere anche perché la Turchia è afflitta da una crisi economica provocata dalle politiche di governo che hanno colpito più duramente le popolazioni delle principali città. Dopo aver conquistato la rielezione l’anno scorso, Erdoğan ha nominato un nuovo ministro delle finanze e governatore della banca centrale, che ha introdotto riforme e misure di austerità che alcuni osservatori consideravano essenziali, ma che hanno peggiorato le condizioni di vita mentre l’inflazione continua a salire. Nonostante la terapia d’urto della banca centrale, nel mese di febbraio il carovita è salito del 67,1% su base annuale, con un rialzo mensile del 4,5%. Nel mese di gennaio, sempre su base annua, l’inflazione era cresciuta del 64,9%. Ma il dato più preoccupante è che, a febbraio, il carovita è andato oltre le previsioni degli analisti, che segnalavano un aumento del 65,7%. Lo scorso gennaio la banca centrale turca aveva portato i tassi di interesse al 45% per frenare l’inflazione, annunciando sostanzialmente la fine di un ciclo di rialzi durato otto mesi. Ma l’ultimo dato del mese di febbraio, spinto principalmente dai prezzi quasi raddoppiati nei settori accoglienza (+94,7%) e educazione (+91,8%), fanno pensare a un possibile nuovo intervento da parte delle autorità monetarie. “Le pressioni sui prezzi continuano ad essere forti e se continua così, la possibilità di un riavvio del ciclo di inasprimento della banca centrale non potrà che aumentare nei prossimi mesi”, avverte Liam Peach, economista senior dei mercati emergenti presso Capital Economics. “Gli elettori conservatori hanno punito l’Akp alle urne per la crisi del costo della vita”, assicura Selin Nasi, visiting fellow presso l’Istituto Europeo della London School of Economics, ricordando che il Chp ha superato le sue roccaforti costiere, raccogliendo ampi consensi anche nel cuore dell’Anatolia. Un risultato che supera la tradizionale dicotomia tra città e campagna e tra centro e periferia e consolida la posizione di Imamoğlu, che in precedenza aveva vinto due volte la carica di sindaco della città nel 2019 dopo che le autorità avevano annullato la sua elezione iniziale. “È l’unico politico che è riuscito a battere Erdoğan tre volte”, precisa Nasi.

Per adesso, Erdoğan abbozza. Ammette la sconfitta e promette di ascoltare il messaggio lanciato dagli elettori turchi: “Il 31 marzo non è la fine per noi, ma un punto di svolta”. Sarà, ma nel frattempo il Chp ha vinto anche nella capitale turca, Ankara, così come a Izmir, Bursa e Adana, portando il suo consenso al 37,4% a livello nazionale, mentre il partito islamico di Erdoğan è rimasto indietro al 35,7%, perdendo anche le roccaforti conservatrici come Adıyaman, Afyonkarahisar e Zonguldak. Nella notte della sconfitta Erdoğan ha fatto buon viso a cattivo gioco sottolinenando che in Turchia “la democrazia è forte”. Ora, però, anche l’opposizione contro di lui è diventata più forte.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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