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La risposta sempre uguale (e sconsiderata) di Putin

di Alessandro Maran

 

Decine di migliaia di manifestanti russi si sono radunati nel corso del weekend per sollecitare il rilascio di Alexey Navalny, l’attivista che si batte contro la corruzione, inondando i centri delle città e scontrandosi con la polizia. Sul New York Times, Anton Trojanovski, Andrew E. Kramer e Andrew Higgins hanno scritto che quella di sabato scorso è stata «la più grande giornata di
protesta in tutto il paese da almeno il 2017», con 112 città coinvolte e più di 3000 arresti.

Le proteste sono scoppiate dopo l’arresto del leader dell’opposizione e la pubblicazione della video-inchiesta del team di Aleksej Navalny (il video ha avuto più di 92 milioni di visualizzazioni), che ha rivelato i lussuosi interni della (presunta) residenza sul mar Nero, con piscina, casinò, bunker e sala pole dance (finanziata, secondo l’attivista, da fedelissimi del Cremlino) del presidente russo, Vladimir Putin. Per anni Putin ha dato del filo da torcere a Wahington e ora che il leader russo è alle prese con proteste sparse in tutto il paese, gli Stati Uniti sono nella condizione di rendergli la pariglia. I giorni in cui un presidente americano magnificava il leader del Cremlino sono alle nostre spalle.

Secondo quando riferito dalla Casa Bianca, nel corso della sua prima telefonata con Mosca, Biden avrebbe parlato dell’accoglienza riservata a Navalny, della repressione dei dimostranti, del supposto hackeraggio ai danni del governo americano e dell’aggressione russa all’Ucraina. Ma, riflettendo il pragmatismo che orienta la sua politica estera, dopo aver messo in chiaro che gli Stati Uniti agiranno fermamente in difesa dei loro interessi nazionali in risposta a eventuali «malign actions» da parte della Russia, Biden ha confermato a Putin la sua volontà di estendere il trattato START sugli armamenti nucleari. Tuttavia, con il ritorno a casa di Navalny e l’esplosione delle proteste che sfidano la morsa d’acciaio del presidente russo, gli Stati Uniti potrebbero essere tentati di scuotere ulteriormente Putin.

L’aperto sostegno per il prigioniero Navalny confermerebbe l’impegno di Biden di rilanciare la democrazia globale. Senza contare che Putin deve ancora pagare lo scotto dell’ingerenza russa nelle elezioni americane del 2016. Ma si tratta di acque insidiose. Qualsiasi manovra degli Stati Uniti per estromettere Putin potrebbe rendere ancora più precaria la situazione di Navalny e alimentare la tesi che dietro alle manifestazioni ci sia Washington. Dopo tutto, le stesse agenzie di intelligence americane hanno sostenuto (nel report del 2017) che le interferenze di Putin avevano l’obiettivo di «minare» la fiducia degli americani nel processo democratico e «screditare» la ex segretaria di stato Hillary Clinton e danneggiare le sue possibilità di elezione, perché avrebbe «incitato le proteste di massa contro il regime alla fine del 2011 e all’inizio del 2012» con l’obiettivo di spodestarlo.

Va da sé che, per ovvie ragioni, le eventuali ritorsioni americane per l’hackeraggio non diventeranno di dominio pubblico; ed è probabile, invece, che una rappresaglia alla luce del sole contro Mosca utilizzi lo strumento più familiare delle sanzioni. Resta il fatto che, sebbene non si veda all’orizzonte la possibilità di un (auspicabile) «reset» nelle relazioni russo-americane del tipo di quello lanciato all’inizio dell’amministrazione Obama, non ha senso per l’America imbarcarsi in una nuova Guerra Fredda, specie se si considera che ce n’è un’altra che incombe con la Cina. Non c’è dubbio, tuttavia, che tira di nuovo un’aria gelida tra la Casa Bianca e il Cremlino.

Ma c’è di più: Putin cosa pensa di fare? Sul New Yorker, Masha Gessen è rimasta ammirata dalla strategia di Navalny di pubblicare il video solo dopo il suo ritorno in Russia dalla Germania, dove si è rimesso in sesto dopo l’avvelenamento. Gessen si chiede anche che cosa rappresentino le proteste per Putin, che in passato sembrava temere le manifestazioni di massa e ha risposto alle proteste con la dura repressione. «Viene da chiedersi, qual è il progetto finale di Putin?», scrive Gessen. «Se sbatte dentro Navalny per diversi anni, come appartenente intende fare – perfino se alla fine lo fa uccidere – che cosa pensa succederà con le decine di migliaia di russi che sono disposti a rischiare la loro sicurezza, anche le loro vite, per protestare? Che ne sarà delle strutture che Navalny ha costruito? Che ne sarà di Yulia Navalnaya (la moglie di Alexey Navalny), che spicca come un simbolo popolare di buon senso, pazienza e amore? Che dire poi della pressione internazionale e delle sanzioni che saranno probabilmente intensificate? Che cosa pensa Putin?». Il fatto è, conclude Gessen, che «Non sta pensando».

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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