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La storica foto segnaletica di Trump sarà il suo gadget elettorale

di Vittorio Ferla

 

Dal momento in cui è stata scattata giovedì scorso nell’ufficio dello sceriffo della contea di Fulton ad Atlanta, in Georgia, la foto segnaletica di Donald Trump è diventata per gli americani la foto dell’anno o, addirittura, del secolo. Un’immagine che resterà storica e sarà citata per sempre: è, infatti, la prima foto segnaletica di un presidente americano, che immortala la quarta incriminazione di Donald Trump, fondata su ben tredici capi d’accusa, tra cui cospirazione e violazione della legge anti racket, derivanti dai suoi tentativi di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 in Georgia. Schedato con tanto di rilevamento delle impronte digitali, Trump ha evitato la cella grazie a una cauzione da 200mila dollari e ora è sottoposto a divieti severi di parlare con testi e co-imputati o di minacciarli, anche via social. Trattandosi dell’unica foto segnaletica in circolazione, sarà certamente utilizzata nel discorso pubblico per rappresentare anche le altre tre imputazioni che incombono sul capo del tycoon. Il suo volto è illuminato dall’alto da un accecante lampo bianco che colpisce come un riflettore i capelli biondo cenere. Come sempre, è vestito con i colori della bandiera americana: abito blu scuro, camicia bianca, cravatta rosso brillante. Lo sguardo che emerge dalle sopracciglia aggrottate è torvo e minaccioso, gli occhi sembrano sfidare l’interlocutore e promettono battaglia, il mento è ritirato in dentro e pare quasi che stia per prendere a testate la fotocamera. Una immagine cruda, tutt’altro che insolita nel campionario bellicoso e superomistico del protagonista.

Nel corso della storia degli Stati Uniti, le foto segnaletiche sono state utilizzate come strumenti di propaganda o per gettare l’ombra del discredito su quelle star che si sono macchiate di gravi reati: basti pensare allo sguardo allucinato di Michael Jackson, accusato di pedofilia, o ai volti segnati dalle droghe di Mick Jagger, David Crosby, Ozzy Osbourne e Dennis Hopper. In questo caso, ovviamente, dobbiamo prepararci ad un uso politico dell’immagine, cosa che a Trump riesce molto bene. Appena la foto è diventata pubblica, infatti, il tycoon l’ha subito rilanciata su X (per anni conosciuto come Twitter, il canale social sul quale non postava dall’8 gennaio 2021, interdetto dopo l’assalto al Campidoglio) con la scritta: “Interferenza elettorale. Mai arrendersi”, ma tagliando fuori lo stemma dello sceriffo di Fulton. Subito dopo Elon Musk, il magnate proprietario di X, ha ritwittato il post dell’ex presidente con l’espressione “Next-level” che significa “Livello superiore”. Siamo molto lontani dal caso di Martin Luther King Jr., che usò le foto segnaletiche per opporsi agli abusi di potere nel nome dei diritti civili, o da quello di Jane Fonda, la cui foto segnaletica del 1970 (con il pugno alzato contro la guerra del Vietnam, dopo l’arresto per false accuse di traffico di droga) è diventata un appello libertario e pacifista. Poco prima di costituirsi, infatti, Trump ha di nuovo attaccato la procuratrice Fani Willis che lo ha incriminato definendola “spregevole e radicale di sinistra”, accusandola di perseguire ingiustamente lui invece di occuparsi dei crimini nella sua città. Subito dopo la scarcerazione, poi, l’ex presidente ha rilasciato nuove dichiarazioni bellicose: “Credo davvero che questo sia un giorno molto triste per l’America. Quello che è successo qui è una parodia della giustizia. Non abbiamo fatto nulla di male. Questa è una interferenza elettorale. Non c’è mai stato niente di simile nel nostro Paese. È il loro modo di fare campagna elettorale”. È evidente, insomma, che Trump, nella sua coriacea sfida populista contro l’ordine liberale americano, cercherà di trasformarsi sempre più in vittima e martire della malagiustizia pilotata dagli avversari politici e userà la sua foto segnaletica come simbolo del martirio politico-giudiziario e come gadget elettorale in vista delle presidenziali del 2024.

L’arresto di Trump è arrivato proprio all’indomani del primo dibattito in tv per le primarie del partito repubblicano in scena a Milwaukee che ha visto impegnati otto candidati che sembrano già pronti alla disfatta: il governatore della Florida Ron DeSantis, l’ex vicepresidente Mike Pence, gli ex governatori di New Jersey e Arkansas Chris Christie e Asa Hutchinson, l’ex ambasciatore all’Onu Nikki Haley, il senatore Tim Scott, il governatore del North Dakota Dpug Burgum e l’imprenditore ultratrumpista Vivek Ramaswamy. L’ex presidente ha boicottato e ridotto a insignificante passerella il primo match delle primarie repubblicane con un’intervista pre-registrata all’amico Tucker Carlson trasmessa su X alla stessa ora. Un botta e risposta concordato dove ha ribadito la tesi delle “elezioni truccate” dai democratici nel 2020 e ha attaccato Joe Biden, definendolo “corrotto”. D’altra parte, saltare i dibattiti con i suoi competitor fa parte del programma di Trump per conquistare la nomination per le presidenziali. Il tycoon sa bene che, così facendo, dimostrerà ulteriormente il suo completo controllo sul Grand Old Party e l’inconsistenza degli avversari di partito. Una situazione evidenziata plasticamente nel momento cruciale del dibattito televisivo quando di fronte alla domanda se avrebbero sostenuto Donald Trump come presidente in caso di condanna, ben sei candidati su otto hanno timidamente alzato la mano per confermare il loro sostegno, ad esclusione dei due ex governatori Chris Christie e Asa Hutchinson. Il che mostra il danno che Trump ha inflitto al suo stesso partito. Ben sei personaggi politici che si propongono di guidare gli Stati Uniti nel 2024 ritengono che sarebbe giusto avere un criminale condannato come amministratore delegato del paese. Vivek Ramaswamy, il primo ad alzare la mano e il più convinto tra tutti, ha chiesto di chiudere l’FBI e di graziare immediatamente Trump: per lui l’ex presidente è imputato per “accuse politicizzate” e il sistema giudiziario “corrotto”. Poi ha aggiunto: “Non possiamo creare un precedente in cui il partito al potere utilizzi la forza di polizia per incriminare i suoi oppositori politici”. È la tesi che Trump sostiene da sempre: le imputazioni sono armi politiche e i pubblici ministeri agiscono per conto dei democratici. Un attacco alle fondamenta dello stato di diritto che il tycoon porterà fino in fondo, dopo aver sbaragliato senza problemi i suoi avversari repubblicani, sbandierando la sua torva foto segnaletica per le strade dell’America.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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