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L’America, Israele e l’elefante che vola

di Alessandro Maran

 

🐘 🇺🇸 🇮🇱 La decisione degli Stati Uniti di non porre il veto alla risoluzione Onu che chiede un cessate il fuoco a Gaza segna il punto massimo di tensione tra America e Israele.
“Una delle mie regole inviolabili del giornalismo – ha scritto sull’argomento Thomas Friedman, vincitore per tre volte del premio Pulitzer – è questa: quando vedi un elefante volare, non ridere, non dubitare, non sfottere, prendi appunti. Sta succedendo qualcosa di nuovo e di importante e dobbiamo capirlo”.
La guerra tra Israele e Hamas e le domande su cosa avverrà in futuro nella Striscia di Gaza hanno provocato un divergenza significativa tra i leader degli Stati Uniti e di Israele (di questo – lo Stato ebraico sta perdendo il fondamentale sostegno americano? Che tipo di piano postbellico per Gaza potrebbe essere realizzabile? – Fareed Zakaria ha discusso l’altro ieri con l’editorialista del New York Times Bret Stephens e Daniel Kurtzer, ex ambasciatore degli Stati Uniti sia in Israele che in Egitto: 👉https://edition.cnn.com/…/24/gps-0324-israel-us-rift.cnn).
La settimana scorsa ho scritto dell’importante discorso del leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer, un sostenitore di Israele da sempre e il rappresentante ebreo di più alto rango negli Stati Uniti, che è intervenuto al Senato invitando gli israeliani a indire le elezioni il prima possibile per scaricare il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo gabinetto di estrema destra. Il presidente Joe Biden, significativamente, lo ha elogiato (👉https://www.c-span.org/video/?c5110380/president-biden-praises-senator-schumers-speech-path-middle-east-peace) e, sul New York Times, l’editorialista Thomas Friedman ne ha riassunto il significato scrivendo appunto che, metaforicamente, aveva appena visto un elefante volare (👉https://www.nytimes.com/…/opi…/chuck-schumer-israel.html).
Sul merito della controversia, Richard Haass del Council on Foreign Relations ha scritto in un articolo su The Wall Street Journal che Israele non era obbligato a condurre una campagna che sarebbe costata così tante vite palestinesi e avrebbe incorso in una critica globale così aspra. Avrebbe potuto ritardare la sua operazione militare mentre i dettagli del 7 ottobre diventavano chiari e si consolidavano ulteriormente le opinioni pubbliche mondiali contro Hamas. Avrebbe potuto condurre una guerra più mirata, appoggiandosi maggiormente alle operazioni di terra delle forze speciali e meno ai bombardamenti, scrive Haass. Ora, sostiene ancora Haass, Israele dovrebbe porre fine alle sue principali operazioni militari, rifiutarsi di lanciare un’operazione nella città di Rafah, a Gaza, e aprire le porte ad uno Stato palestinese (👉https://www.wsj.com/…/the-war-that-israel-could-have…).
Questa è la linea preferita dalla Casa Bianca. La settimana scorsa due articoli hanno ipotizzato che cosa potrebbe fare Biden per costringere Netanyahu a seguirlo. Sul Financial Times, l’editorialista Gideon Rachman ha sostenuto che Biden potrebbe “condizionare ulteriori aiuti militari a un cambiamento nella strategia militare di Israele. Gli Stati Uniti potrebbero anche smettere di bloccare le risoluzioni delle Nazioni Unite che chiedono un cessate il fuoco immediato a Gaza. L’amministrazione Biden potrebbe anche imporre sanzioni ai ministri israeliani più estremisti: Itamar Ben-Gvir, il ministro della sicurezza nazionale e Bezalel Smotrich, il ministro delle finanze” (👉https://www.ft.com/…/dfb43fba-fcc7-45a6-bb52-bf324bcf35d8). Su Foreign Affairs, Jonah Blank ha esposto una serie di opzioni simili: limitare l’assistenza militare, trattenersi dal portare avanti un accordo di normalizzazione israelo-saudita e cambiare rotta alle Nazioni Unite (👉https://www.foreignaffairs.com/…/how-biden-can-get…).
Il voto di astensione americano è un brutto segno, scrive oggi Giuliano Ferrara su Il Foglio. Così Netanyahu e Tsahal sono diventati il capro espiatorio dell’opinione pubblica internazionale e degli establishment umanitari. E Hamas esulta (👉https://www.ilfoglio.it/…/l-assedio-contro-israele-l…/). Tuttavia, poiché la decisione americana sembra proprio un elefante volante bello grosso, non sarebbe male chiedersi: perché Netanyahu è diventato un tale problema per gli Stati Uniti e per Biden a livello geopolitico e politico? “La risposta breve – ha scritto Thomas Friedman elencando poi sei ragioni (che ‘influiscono sulla sfida e sul destino politico di Biden’ e) che ‘spiegano perché Israele e gli Stati Uniti hanno bisogno di un partner palestinese e di una visione per una soluzione a due Stati’ – è che l’intera strategia americana in Medio Oriente in questo momento – e, direi, gli interessi a lungo termine di Israele – puntano sulla collaborazione di Israele con l’Autorità Palestinese non-Hamas con sede a Ramallah, in Cisgiordania, sulle esigenze di sviluppo a lungo termine dei palestinesi e, in definitiva, su una soluzione a due Stati. E Netanyahu lo ha espressamente escluso, così come qualsiasi altro piano dettagliato per il giorno dopo a Gaza”.
Tuttavia, come sottolinea The Economist, nonostante la superiorità militare, Israele appare “profondamente vulnerabile” e ad un bivio. “In ottobre ha lanciato una giustificata guerra di autodifesa contro Hamas, i cui terroristi hanno commesso atrocità che mettono a repentaglio l’idea stessa che Israele sia una terra dove gli ebrei sono al sicuro. Oggi Israele ha distrutto forse la metà delle forze di Hamas. Ma in molti aspetti la sua missione è fallita”. E Israele potrebbe ritrovarsi impantanato “nella traiettoria più desolante dei suoi 75 anni di esistenza, caratterizzata da un’occupazione senza fine, politiche di estrema destra e isolamento”. L’America deve perciò aiutarla a trovare una strategia migliore. La rivista scrive: “Il danno alla reputazione di Israele potrebbe rendere più difficile la lotta a Gaza. La minaccia a lungo termine proviene dall’Iran e dai suoi proxies, compreso Hezbollah. Per dissuaderla è necessario un parternariato militare con l’America che necessita del sostegno bipartisan e, idealmente, anche del sostegno degli arabi del Golfo. L’economia (israeliana) dipende dalle esportazioni tecnologiche e da esperti che hanno accesso ai mercati globali. E invece di garantire la sicurezza degli israeliani, l’occupazione permanente (dei territori palestinesi) avvelena la politica incoraggiando l’estrema destra e alimentando il radicalismo palestinese. Gli israeliani hanno ragione nel dire che oggi non hanno alcun partner per la pace, ma sono nella posizione migliore per spezzare il circolo vizioso”
Abbiamo visto un elefante volare. E come scrive Francesco Cundari, lamentando gli “opposti cretinismi”, la decisione degli Stati Uniti (“un fatto clamoroso, ma certo né improvviso né imprevedibile”) mette a nudo “uno scontro durissimo che solo la malafede di Donald Trump (il vero alleato e maggiore complice di Netanyahu in questi anni) e l’idiozia scambiata per ideologia di certi intellettuali della sinistra occidentale potevano ignorare o addirittura spacciare per connivenza” (👉 qui per iscriversi alla newsletter: https://www.linkiesta.it/newsletter/).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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