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7 ottobre, un nuovo episodio del conflitto tra democrazie e autocrazie

di Vittorio Ferla

 

Di fronte alle immagini e alle notizie di morte che arrivano da Israele dopo l’attacco terroristico di Hamas ci si chiede ancora oggi: perché? La risposta più semplice potrebbe essere quella che viene dal quotidiano israeliano Haaretz: l’estremismo del primo ministro Benjamin Netanyahu. “Il primo ministro, che si vanta della sua vasta esperienza politica e della sua insostituibile saggezza in materia di sicurezza, non è riuscito assolutamente a identificare i pericoli verso i quali stava consapevolmente conducendo Israele quando ha istituito un governo di annessione ed espropriazione”, recita un editoriale di Haaretz dell’8 ottobre. E poi aggiunge che Netanyahu ha adottato “una politica estera che ignorava apertamente l’esistenza e i diritti dei palestinesi”. Oggi il primo ministro israeliano è impegnato nel massimo sforzo di rispondere all’attacco subìto con tutta la potenza militare disponibile. Probabilmente il nuovo clima di solidarietà nazionale attirerà su di lui il sostegno di chi fino ad oggi lo ha aspramente criticato. Ma è altrettanto probabile che, appena l’emergenza sarà finita, tutti gli errori di Netanyahu gli si ritorceranno contro: così, la controffensiva potrà avere successo ma il suo dominio sulla politica israeliana potrebbe finire per sempre. Sarebbe un errore, tuttavia, leggere l’attacco tragico di Hamas semplicemente come la reazione alle mosse sbagliate del capo del governo di Tel Aviv.

Dietro all’offensiva terroristica islamista c’è qualcosa di più: il deragliamento progressivo del vecchio ordine mondiale. Come ha spiegato sul sito internet del quotidiano Yediot Ahronoth il colonnello Richard Kemp, un ex comandante delle forze armate britanniche, “le mani che hanno spinto avanti questi assassini sono a Mosca. Non volendo portare lo scontro direttamente contro la Nato, Putin ha fomentato il conflitto tra Azerbaigian e Armenia, Serbia e Kosovo, in Africa occidentale e ora in Israele”. L’obiettivo? Distogliere l’attenzione e le risorse degli Usa dalla guerra in Ucraina. “Non dimentichiamo che gli Stati Uniti hanno recentemente ritirato ingenti scorte di munizioni immagazzinate in Israele e le hanno trasferite in Ucraina”, avverte Kemp. Così, se la nuova guerra di Israele contro Hamas dovesse intensificarsi ulteriormente, cosa che potrebbe benissimo accadere, sarà necessario impiegare risorse, forniture militari e azioni che altrimenti potrebbero essere destinate all’Ucraina per essere utilizzate contro la Russia. Mosca ha mantenuto e sviluppato collegamenti con gruppi terroristici palestinesi e singoli estremisti, fin dall’epoca sovietica, quando lo stesso Putin, come ufficiale del Kgb, aveva rapporti con i terroristi del Medio Oriente. Dall’inizio della guerra in Ucraina, i leader di Hamas, incluso il capo terrorista Ismail Haniyah, hanno effettuato numerose visite a Mosca, incontrando alti funzionari governativi, tra cui il ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Anche una delegazione della Jihad islamica presente a Gaza, guidata dal suo capo Ziyad al-Nakhalah, ha visitato Mosca a marzo. Allo stesso modo, sono stati graditi ospiti a Mosca i leader degli Hezbollah che hanno combattuto fianco a fianco con le truppe russe in Siria e, da allora, hanno contribuito ad aiutare Mosca a eludere le sanzioni ricevendo probabilmente armi in cambio.

L’altro protagonista, neanche tanto occulto, di questa vicenda è l’Iran che da tempo dirige, addestra, finanzia e fornisce armi ad Hamas e alla Jihad islamica a Gaza, così come in Giudea e Samaria, o in Cisgiordania. Teheran fornisce droni alla Russia per attaccare i civili ucraini e difende Mosca nelle sedi internazionali, contribuendo al disegno del Cremlino di sabotare il funzionamento delle organizzazioni internazionali eredi dell’ordine liberale nato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Così, mentre l’intesa tra Russia e Iran è totale, gli ayatollah hanno approfittato della politica di pacificazione della Casa Bianca che ha recentemente visto la consegna a Teheran di beni congelati per un valore di 6 miliardi di dollari. È molto probabile, dunque, che questi fondi siano stati utilizzati per fomentare obiettivi terroristici in giro per il mondo, ma soprattutto in Israele, considerato il nemico per eccellenza, che nella visione delirante del governo teocratico di Teheran merita di essere cancellato. Proprio come l’Ucraina dovrebbe essere totalmente riassorbita nell’impero russo.

I disegni di Russia e Iran (ma al gruppo andrebbe aggiunta la Cina, con Taiwan che in futuro potrebbe diventare oggetto di attacco come l’Ucraina e Israele) sono stati però fronteggiati dalla controffensiva diplomatica dell’amministrazione Biden, che ha abbandonato l’isolazionismo irresponsabile di Donald Trump ricordando al mondo che la sfida odierna si gioca tra le democrazie liberali e le autocrazie orientali. Così, nonostante l’ascesa del multipolarismo che ogni giorno erode la supremazia globale di Washington, “gli Stati Uniti rimangono il paese più potente del mondo, con una capacità unica di stringere alleanze e pace”, spiega bene Davide Leonhardt sul New York Times. In Medio Oriente, l’amministrazione Trump ha convinto Israele e altri quattro paesi – Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco – a firmare accordi diplomatici senza precedenti, noti come Accordi di Abramo. Negli ultimi mesi, l’amministrazione Biden ha fatto progressi verso un accordo ancora più ambizioso, tra Israele e Arabia Saudita.

L’intesa tra Tel Aviv e Riyad è fondamentale del resto per garantire la cosiddetta Via del Cotone, ovvero il progetto di corridoio tra India, Medio Oriente e Unione Europea frutto del memorandum d’intesa sottoscritto a New Delhi, a margine del G20 del settembre scorso, sottoscritto dai leader di Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Francia, Germania, Italia e Unione europea. Si tratta di due collegamenti: uno ferroviario tra l’Europa e il Golfo (che attraverserebbe Emirati, Arabia Saudita, Israele, Giordania), l’altro portuale tra India e Golfo. Entrambi sono strumenti per disinnescare la Via della Seta, il progetto di egemonia cinese sui paesi del Sud Globale, e per rispondere alle attese di questi ultimi senza abbandonarli nelle mani delle autocrazie.

Si capisce meglio, pertanto, che l’attacco di Hamas di sabato scorso non ha certo l’obiettivo impossibile di piegare o conquistare Israele, le cui dotazioni strategiche e militari sono superiori a qualsiasi potenziale avversario dello scacchiere mediorientale, bensì ha l’obiettivo di impedire la pacificazione e il dialogo che rafforzerebbero l’Autorità palestinese, renderebbero il fondamentalismo terrorista poco attraente e, soprattutto, creerebbero un clima di collaborazione nell’area vantaggioso per il “mondo libero” a scapito della multinazionale dell’instabilità e della guerra guidata da stati canaglia come la Russia e l’Iran. Il tragico paradosso, insomma, è che ad Hamas serve proprio il massacro dei civili per affermare il proprio dominio sulla Palestina. L’unica cosa certa in questo caos è che Israele resta, per l’Occidente, l’estremo bastione della democrazia.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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