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Lavoratori Usa: basta ufficio, restiamo a casa

di Vittorio Ferla

 

Nelle settimane scorse, un gruppo di dipendenti della Apple si è opposto al ritorno agli uffici annunciato dall’azienda. Tim Cook, l’amministratore delegato della compagnia digitale, aveva chiesto ai dipendenti di entrare in ufficio il lunedì, il martedì e il giovedì a partire da settembre, dando loro la possibilità di continuare a lavorare da remoto il mercoledì e il venerdì. La risposta di Executive Leadership, un gruppo di dipendenti organizzato in un canale Slack con 2.800 membri, è stata chiara: nell’ultimo anno – si legge in una lettera aperta – molti dipendenti si sono sentiti in grado di fare “il lavoro della loro vita, non vincolati dalle difficoltà che quotidianamente si impongono negli uffici”. La reazione non deve stupire. Un recente sondaggio di YouGov sui dipendenti statunitensi che lavorano da remoto – condotto nel gennaio 2021 e reso pubblico in questi giorni – rivela infatti che tornare al posto di lavoro a tempo pieno è un’opzione che alletta pochissimi. Secondo il sondaggio, infatti, l’83% degli americani che attualmente lavorano da casa ne apprezzano le comodità. E l’opzione preferenziale per la postazione domestica cresce sempre più: nell’aprile dell’anno scorso i risultati di un sondaggio simile dicevano che il gradimento era fermo al 56%.

A quasi un anno dalla diffusione del virus, insomma, la maggior parte dei dipendenti non vuole tornare indietro e spera di mantenere la prassi dell’home working. Quasi nove persone su 10 che lavorano da casa (86%) si dichiarano interessate a continuare a farlo dopo la pandemia. 

Qual è il lavoro ideale post-pandemia? Gli americani non hanno dubbi: per 4 su 10 il lavoro ideale sarebbe “a tempo pieno a distanza”, mentre il 32% spera nel lavoro da remoto “per la maggior parte del tempo, con l’opzione di andare sul posto di lavoro occasionalmente”. 

Sulle modalità di lavoro a distanza ci sono però diverse preferenze: un quarto dei dipendenti (24%) vorrebbe rimanere a distanza a tempo pieno, un altro 37% per la maggior parte del tempo ma con la possibilità di andare sul posto di lavoro. Uno su cinque (19%) vorrebbe dividere l’orario di lavoro perfettamente a metà tra casa e ufficio. Tra le ragioni che orientano verso la scelta dell’home working le più importanti sono la fine del pendolarismo (68%) e l’orario flessibile (63%): chi ha provato questa nuova condizione non vorrebbe più rinunciarvi. Così come sono molto apprezzate alcune piccole libertà quotidiane: “vestirsi in modo più casual” (gradita al 55% dei lavoratori) e “svolgere piccoli lavori domestici mentre si lavora” (52%). 

Tuttavia, molti lavoratori costretti a casa dal virus lamentano la fatica di conciliare il lavoro con altri compiti domestici (34%), soffrono la totale assenza di relazioni con i colleghi (33%) e non riescono a far fronte alle distrazioni provocate dalla convivenza con gli altri membri della famiglia (31%). Una cosa, comunque, è certa: l’home working è qui per restare.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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