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Le relazioni Usa-Cina tra de-risking e dialogo

di Alessandro Maran

 

Si conclude oggi la visita di quattro giorni della segretaria al Commercio statunitense, Gina Raimondo, a Pechino. Quella di Raimondo è la quarta missione, dopo quelle di Blinken, Yellen e Kerry, di un alto funzionario dell’Amministrazione di Joe Biden in Cina. Per le due maggiori potenze globali è essenziale mantenere solide relazioni economiche e Washington e Pechino hanno lavorato tutta l’estate per rafforzare i legami commerciali. Come sottolinea oggi Giulia Pompili, l’azione diplomatica di Joe Biden sta dando dei frutti: la Casa Bianca prende decisioni politiche di derisking e allo stesso tempo cerca il dialogo. Tuttavia, Pompili rileva anche che la Cina, cioè la sfiducia in Pechino, è diventata un punto centrale nella campagna per la leadership del Partito repubblicano e che “è anche sulla Cina, e sul grande reset voluto da Biden, che si guarda alle prossime elezioni americane” (https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/08/30/news/il-reset-con-la-cina-voluto-da-biden-da-i-suoi-frutti-il-gop-lo-critica-5630822/).
A proposito di Cina, segnalo il “first-person account of history as it unfolded” che Foreign Affairs ripropone anche questa settimana. In questo vecchio articolo (tratto dal suo libro “Out of the Gobi: My Story of China and America”, Wiley, 2019), Weijian Shan, presidente del gruppo e amministratore delegato di PAG, una società di investimento con sede a Hong Kong, ripesca dalla memoria i ricordi della Rivoluzione Culturale di Mao e racconta come l’eredità di quel periodo continui a plasmare la politica cinese. Come osserva Shan, fu “un periodo caotico e violento di grande scompiglio sociale”, che è “ancora fresco nei ricordi di coloro che lo vissero, me compreso e inclusi molti membri della classe dirigente cinese contemporanea”. Per comprendere la Cina di oggi, “è d’aiuto avere un’idea di come fosse la vita in quei momenti bui e intensi”.
Nel 1966, la Cina era ancora scossa dagli effetti dello sfortunato Grande Balzo in Avanti di Mao, un programma mirato a trasformare la Cina attraverso una rapida industrializzazione che portò invece a una carestia devastante, che uccise decine di milioni di persone dal 1958 al 1962. A seguito del colossale fallimento del programma, Mao cercò un modo per riaffermare il controllo sul Partito e iniziò a promuovere la lotta di classe e la “rivoluzione continua”. Nell’estate del 1966 cominciò a denunciare le infiltrazioni “borghesi” nel Partito comunista cinese e a incoraggiare studenti e cittadini a criticare le autorità tradizionali e i funzionari del partito.
A quel tempo, Shan era uno studente a Pechino. Quella primavera aveva sentito parlare della Rivoluzione Culturale di Mao. Ma “la rivoluzione ci sembrava ancora un po’ distante, finché, un giorno di giugno, non lo fu più”. I compagni di studio decisero di lasciare l’aula e partecipare alle denunce pubbliche; e presto, i membri del personale della scuola iniziarono ad accusarsi a vicenda di essere “cattivi elementi” e “nemici di classe”. “La scuola precipitò rapidamente nel caos”, scrive Shan. Un caos analogo si diffuse nei sistemi giudiziari e di polizia del Paese e nelle piazze: “Perché la gente dovrebbe fermarsi al semaforo rosso, simbolo della rivoluzione? No. Il rosso dovrebbe segnalare il “via libera” e il verde dovrebbe segnalare lo “stop”.
Ma per quanto emozionanti e liberatori Shan trovasse i primi giorni della Rivoluzione Culturale, presto divenne terribile e violenta. Una sera vide diverse ragazze picchiare una vecchia, la loro vice preside. “Non è sopravvissuta a quella notte”, scrive Shan. “Mao aveva promesso che la Rivoluzione Culturale avrebbe portato ‘un grande caos che avrebbe condotto a un governo fantastico’. Ma cominciai a pensare che avrebbe portato solo a ulteriore caos”.
Le stime sul numero delle vittime della Rivoluzione Culturale vanno da centinaia di migliaia a milioni di morti, con decine di milioni di persone perseguitate. Coloro che furono denunciati furono sottoposti a umiliazioni pubbliche, torture, lavori forzati e spesso furono passati per le armi. Nel 1969, oltre dieci milioni di giovani delle aree urbane furono mandati ai lavori forzati in campagna. Tra questi giovani c’erano anche Shan, che trascorse sei anni lavorando duramente nel deserto del Gobi, e Xi Jinping, ora presidente della Cina, anch’egli inviato in campagna per essere “rieducato”. Oggi, l’eredità di quel periodo sopravvive nei dibattiti su come governare la Cina e su dove è diretto il Paese. “Anche se la maggior parte di loro ne discute raramente in pubblico”, scrive Shan, “la Rivoluzione Culturale ha avuto un impatto determinante su molte delle persone che ora guidano la Cina e le più grandi aziende del paese”.
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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