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L’eccezionalità democratica dell’India sta svanendo?

di Alessandro Maran

La scorsa settimana, Freedom House (un think tank che ha sede negli Stati Uniti, fondato nel 1941 e presieduto dall’ex First Lady statunitense Eleanor Roosevelt) ha pubblicato il suo rapporto annuale sullo stato della libertà e della democrazia nel mondo. Secondo la più antica organizzazione americana dedicata al sostegno e alla difesa della democrazia, della libertà politica e dei diritti umani in tutto il mondo, «la democrazia è sotto assedio». Durante il 2020, mentre le principali democrazie si concentravano sui loro problemi interni, i tiranni e i regimi autoritari sono diventati, infatti, più spavaldi, contribuendo al quindicesimo anno consecutivo di declino della libertà globale.
Secondo il rapporto, «mentre una pandemia letale, l’insicurezza economica e fisica e il conflitto violento hanno devastato il mondo, i difensori della democrazia hanno subito nuove pesanti perdite nella loro lotta contro i nemici autoritari, spostando l’equilibrio internazionale a favore della tirannia»: 73 paesi hanno peggiorato il loro punteggio e solo 28 hanno visto dei miglioramenti.

Il rapporto ha declassato lo status dell’India, la più grande democrazia del mondo, a «parzialmente libera» e lo «stato critico» della democrazia americana, la più antica democrazia del mondo, è diventato «evidente nei primi giorni del 2021 quando una teppaglia di insorti, istigata dalle parole del presidente uscente Donald Trump e dal suo rifiuto di ammettere la sconfitta nelle elezioni di novembre, ha preso d’assalto il Campidoglio e ha interrotto temporaneamente la certificazione finale del voto da parte del Congresso».

Ma il problema più grande non è rappresentato dalla disgregazione nelle democrazie consolidate. Mentre «i paesi con le prestazioni migliori sono in ritirata da diversi anni, nel 2020 sono le democrazie in difficoltà e gli stati autoritari a rappresentare la maggior parte del declino globale», scrive il think tank. Tanto per fare un esempio, Algeria, Bielorussia e Venezuela hanno visto il loro punteggio crollare.

L’India del Primo ministro Narendra Modi, declassata a «parzialmente libera», sembra essere all’avanguardia dell’erosione democratica. Di recente su The Indian Express, Ashutosh Varshney ha scritto che «l’arretramento democratico in India è particolarmente preoccupante perché la democrazia dell’India, secondo la maggior parte dei principali studiosi, costituiva un fatto eccezionale. Decenni di ricerche hanno dimostrato che le democrazie potevano effettivamente essere impiantate con bassi livelli di reddito, ma tendevano a sopravvivere generalmente con alti livelli di reddito. Fino a poco tempo fa, salvo l’eccezione del 1975-77, l’India aveva sfidato in modo spettacolare questa teorizzazione statisticamente valida. Solo un paese in via di sviluppo, il Costa Rica, ha prestazioni democratiche migliori. Ma il Costa Rica è infinitamente più piccolo e sei volte più ricco dell’India. Robert Dahl, il principale teorico della democrazia del mondo dopo la seconda guerra mondiale, definì l’India la più grande eccezione contemporanea alla teoria democratica». Il guaio è, scrive Varshney, che «l’eccezionalità democratica dell’India sta ora svanendo».

Questo «deperimento» ha a che fare con quello che Varshney e altri vedono come un arretramento prepotente delle libertà sotto il partito di governo indù-nazionalista di Modi. Varshney ha scritto: «Le democrazie non accusano i manifestanti pacifici di sedizione, non hanno principi di esclusione basati sulla religione per la cittadinanza, non limitano le libertà di stampa intimidendo giornalisti e giornali dissenzienti, non attaccano università e studenti perché non conformi ideologicamente, non tiranneggiano artisti e scrittori in disaccordo, non equiparano gli avversari ai nemici, non esaltano i linciaggi e non coltivano il servilismo giudiziario».

Il punteggio dell’India nel rapporto della Freedom House è sceso a 67 su 100 nel 2021 (da 77 nel 2018, 75 nel 2019 e 71 nel 2020) ed ha portato al cambiamento nella classificazione. Il Ministero degli Affari Esteri e il Ministero dell’Informazione e della Radiodiffusione indiani hanno reagito con veemenza al rapporto definendolo «fuorviante, sbagliato e fuori luogo».

Anche prima dell’elezione di Narendra Modi nel 2014, l’India non soddisfava i suoi ideali democratici, ma raramente fino a questo punto e così profondamente, ha detto ieri il giornalista indiano-americano Fareed Zakaria nel suo programma di politica internazionale sulla CNN, soffermandosi sul nuovo rapporto della Freedom House. «Lo slittamento illiberale dell’India è stato costante e ora è rapido sotto il Primo ministro Narendra Modi e il suo BJP», ha aggiunto alla luce di quella che considera una continua repressione delle libertà civili nel paese.

Nel segmento del programma intitolato «Il declino democratico dell’India», il conduttore di GPS ha detto: «Negli ultimi anni, l’India ha messo sotto pressione la libertà di parola. La polizia ha presentato accuse penali contro attivisti, giornalisti e politici dell’opposizione per aver semplicemente criticato il governo secondo una legge sulla sedizione dell’epoca coloniale».
Commentando l’accusa contro l’attivista climatica Disha Ravi, Zakaria ha detto che è stata arrestata «a quanto sembra per non aver fatto niente di peggio che la stesura e la condivisione di un documento a sostegno delle proteste in corso degli agricoltori». Ha anche osservato che il gruppo di ricerca indiano Article14 ha scoperto che, da quando Modi è salito al potere, in India 7.136 persone sono state accusate in base alla legge sulla sedizione.

Zakaria ha riconosciuto che negli Stati Uniti l’amministrazione di Joe Biden ha riportato la normalità nella più antica democrazia del mondo, ma ha detto che, nella più grande democrazia del mondo, le cose stanno «diversamente».  «Il paese (l’India) non è ancora perso come ancoraggio per la democrazia nel mondo, ma potrebbe accadere, se continua a scivolare», ha detto. «Un risultato che sarebbe catastrofico per essa, ma anche per un mondo nel quale l’India è sempre stata un faro luminoso, una vigorosa confutazione dell’idea che la democrazia sia qualcosa di più adatto all’Occidente o ai paesi ricchi»

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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