L'eredità di Henry Kissinger - Fondazione PER
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L’eredità di Henry Kissinger

di Alessandro Maran

 

Henry Kissinger è morto all’età di 100 anni. Molti lo hanno amato e molti altri lo hanno detestato. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di stato americano lascia dietro di sé un’eredità complicata. È stato il diplomatico più famoso e più importante d’America, quello che ha plasmato la politica estera degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e, quindi, plasmato il mondo come lo conosciamo oggi. Non sorprende perciò che necrologi e retrospettive oscillino tra l’agiografia e il disprezzo, con la complessità (di cui tanto si parla oggi) a farla da padrone.
Philippe Bernard e Henri Pierre scrivono su Le Monde: «”Dottor Stranamore”, “il Metternich di Nixon”, “Ciclone del Medio Oriente”: questi nomignoli attribuiti a Henry Alfred Kissinger (…) testimoniano la personalità eccezionale e l’immenso potere negli affari mondiali, dal 1968 al 1977, di colui che veniva per lo più chiamato “Caro Henry”, per affetto o per scherno. La sua vita illustra lo straordinario successo di un accademico, di un teorico della diplomazia promosso ad attore di primo piano sulla scena internazionale (…) La sua carriera testimonia la mobilità della società americana, nella quale un emigrante ebreo tedesco senza risorse è riuscito a raggiungere i vertici del potere, fino a diventare il diplomatico più famoso del mondo» (👉 https://www.lemonde.fr/…/henry-kissinger-ancien…).
Facendo notare che Kissinger è stato il consigliere di 12 presidenti (in veste formale ed informale), da Kennedy a Biden, il necrologio di David E. Sanger su The New York Times ritrae Kissinger («considerato il più potente segretario di stato nell’era successiva alla seconda guerra mondiale») come uno «studioso convertito in diplomatico che ha progettato l’apertura degli Stati Uniti alla Cina, ha negoziato la sua uscita dal Vietnam e ha usato astuzia, ambizione e intelletto per ricostruire i rapporti di potere americani con l’Unione Sovietica al culmine della Guerra Fredda, a volte calpestando i valori democratici per riuscirci» (👉https://www.nytimes.com/…/29/us/henry-kissinger-dead.html).
Riguardo a questo tradimento dei valori democratici, Gary J. Bass scrive su The Atlantic che Kissinger ha condotto gli Stati Uniti verso alcune delle politiche per le quali sono più criticati a livello globale. Bass scrive: «Tuttavia, nonostante tutti gli apprezzamenti rivolti alle intuizioni di Kissinger sugli affari globali e al suo ruolo nello stabilire relazioni con la Cina comunista, le sue politiche sono ricordate soprattutto per la sua insensibilità nei confronti delle popolazioni più indifese del mondo. Quanti dei suoi incensatori si cimenteranno con tutto il suo curriculum completo in Vietnam, Cambogia, Laos, Bangladesh, Cile, Argentina, Timor Est, Cipro e non solo?» (👉 https://www.theatlantic.com/…/henry-kissingers…/676177/). Sul Washington Post, Rebecca Tan e Regine Cabato esaminano il ruolo di Kissinger nella campagna segreta di bombardamenti statunitensi in Cambogia durante la presidenza di Richard Nixon, scrivendo: «Gli storici affermano che le sue decisioni portarono a decenni di violenza che hanno continuato a tormentare la società cambogiana» (👉 https://www.washingtonpost.com/…/henry-kissinger…/).
Come teorico e specialista di politica estera, Kissinger sarà per sempre associato alla scuola del realismo: una dottrina che si concentra sull’hard power, sugli interessi in competizione e sul bilanciamento delle dinamiche di potere per ottenere risultati vantaggiosi. In un necrologio su Foreign Policy, Michael Hirsh sintetizza questo aspetto indelebile di Kissinger: «L’unico approccio ragionevole nei confronti della Cina e delle altre grandi potenze, ha sostenuto a lungo Kissinger, era un tipo di realpolitik che non cercasse di risolvere i problemi del mondo in modo idealistico, ma piuttosto gestirli attraverso un’attenta cura dei continui cambiamenti degli equilibri di potere (…) La chiave del suo approccio era identificare obiettivi realizzabili piuttosto che soluzioni permanenti». Hirsh cita il libro di Kissinger del 1994 “Diplomacy”, in cui Kissinger scriveva:«I sistemi internazionali vivono in modo precario. Ogni “ordine mondiale” esprime un’aspirazione alla permanenza (…) Eppure gli elementi che lo compongono sono in costante mutamento; anzi, con il passare dei secoli, la durata dei sistemi internazionali si è ridotta» (👉 https://foreignpolicy.com/…/henry-kissinger-obituary…/).
In merito alle aspre critiche rivolte all’eredità di Kissinger, Hirsh riporta il punto di vista (e il riconoscimento) di una voce critica:«”Era molto più consapevole del ruolo della moralità in politica estera di quanto gli venga dato credito”, ha detto Joseph Nye, diplomatico e politico scienziato che fu allievo di Kissinger – e in seguito divenne un rivale politico – ad Harvard. “Sapeva che l’ordine poggia sull’equilibrio di potere e, allo stesso tempo, sulla legittimità. La sua non era una realpolitik rozza. Era una realpolitik sofisticata».
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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