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L’Europa deve darsi una mossa. O per l’Ucraina sarà troppo tardi

di Vittorio Ferla

 

La Germania e l’Ue devono adottare misure immediate per aiutare l’Ucraina. È il messaggio di 96 docenti universitari ed esperti di Europa orientale e di sicurezza internazionale – provenienti dalle università di tutta Europa, ma non dall’Italia – in una lettera aperta al governo tedesco di qualche giorno fa. “Le politiche tedesche e dell’Ue nei confronti dell’Europa orientale dovrebbero concentrarsi in modo più netto sulla necessità primaria di aiutare l’Ucraina a sopravvivere oggi, piuttosto che sull’adozione di misure che entreranno in vigore solo dopo settimane o mesi”, quando sarà troppo tardi, avvertono gli intellettuali. Che aggiungono: “l’egoismo miope della Germania nello sforzo congiunto dell’Europa per resistere all’aggressione del presidente russo Vladimir Putin deve cessare”. E concludono: “tutte le misure disponibili per aumentare il prezzo di questa guerra per la Federazione Russa devono essere prese ora”. Quali siano queste misure è evidente: da un lato, “l’interruzione totale dell’acquisto di petrolio, gas naturale o altre materie prime dalla Russia”, e, dall’altro, la fornitura al governo di Kiev sia di armi leggere e difensive sia di armi offensive pesanti, dalle contraerei agli aerei da combattimento, dalle navi da guerra ai veicoli militari.

Secondo questo nutrito gruppo di intellettuali – che scrivono dalle università di Berlino, Amburgo, Monaco, Londra, Kiev, Dublino, Vienna, Amsterdam, Washington, Edmonton, ecc. – la Germania e l’Europa sono già in ritardo.

In effetti, tutte le cancellerie europee, dopo il primo mese di reazioni dure contro l’aggressione della Russia all’Ucraina, sembrano in una fase di stallo. Temono le conseguenze della guerra sulle economie nazionali e le proteste dei cittadini. Olaf Scholz aveva annunciato il cambiamento più sconvolgente e radicale della politica estera e di difesa tedesca dai tempi della seconda guerra mondiale. Ma per invertire davvero la politica di sicurezza della Germania, non bastano gli annunci. Investire all’improvviso 100 miliardi sulla difesa militare non è un’operazione semplice. Scholz deve affrontare le resistenze del suo stesso partito, l’Spd, che fatica a rinunciare a una visione della politica estera vecchia di decenni. L’idea che la Germania, a causa del suo passato nazista, debba stare fuori da tutti i conflitti armati e cercare un rapporto speciale con la Russia è ancora profondamente radicata. Non solo tra i socialdemocratici tedeschi. L’impasse sulla fornitura di armi pesanti all’Ucraina è il frutto di questa idea e, al contempo, della paura di una reazione diretta da parte di Mosca. Il vicecancelliere tedesco Robert Habeck, espressione dei Verdi, resiste alle richieste di inviare carri armati in Ucraina, temendo che l’iniziativa temendo di finire nel mirino della Russia. “Le armi pesanti sono sinonimo di carri armati e tutti i paesi della Nato hanno finora evitato questa opzione per non diventare loro stessi bersagli”, spiega Habeck. Non è un caso se il presidente ucraino Volodymyr Zelenski abbia rifiutato nei giorni scorsi di incontrare il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier. Le politiche tedesche di dialogo con la Russia hanno costruito nel corso degli ultimi decenni un rapporto di dipendenza diretto di Berlino da Mosca. Con la conseguenza di indebolire i paesi dell’Europa orientale che si trovano in mezzo ai due giganti. Più di tutti l’Ucraina che, a differenza di tutti gli altri, non può godere nemmeno dell’ombrello protettivo della Nato o dell’Ue. Lo sgarbo di Zelensky – stigmatizzato da molti in Europa, da Macron a Letta – non può essere derubricato a una gaffe diplomatica. Dietro il rifiuto c’è un messaggio chiaro: è ora che l’Europa tagli definitivamente i ponti con il dittatore sanguinario che sta al Cremlino. Allo stesso modo, non sono gaffe le uscite del presidente americano Joe Biden contro Vladimir Putin, accusato di essere un ‘macellaio e un ‘criminale di guerra’ che si è macchiato di ‘genocidio’. Si tratta, piuttosto, di una strategia precisa che mira a liberare l’Europa dalla sudditanza culturale e psicologica nei confronti della Russia. A superare le divisioni che attraversano l’Europa (con i paesi orientali terrorizzati da Mosca e i paesi occidentali più disposti alla trattativa). A costruire quell’alleanza delle democrazie che è chiamata a fronteggiare la minaccia degli autoritarismi in tutto il mondo. Il piagnisteo di molti intellettuali e politici europei (soprattutto in Italia) sottolinea in questi giorni la diversità di interessi tra Usa e Ue: i paesi europei ricaverebbero solo degli svantaggi dalla reazione contro la Russia, mentre a guadagnare sarebbero gli americani. È vero esattamente il contrario. Gli Usa sono concentrati sulla competizione con la Cina e non hanno alcun desiderio di impegnarsi in Europa. Per l’America il conflitto in Ucraina è una deviazione dal loro obiettivo esistenziale. L’Europa, invece, è direttamente minacciata dall’incombere di una dittatore delirante che, se non trovasse alcun ostacolo alla propria volontà di potenza, potrebbe decidere a breve di puntare la mira sugli altri paesi europei confinanti. E quale dovrebbe essere l’interesse esistenziale più urgente dell’Europa se non difendere i propri confini, la pace, la libertà e la prosperità guadagnate in questi decenni (grazie peraltro alla protezione militare degli Usa)? Davvero l’ingordigia nazional-imperialista di Vladimir Putin non è una minaccia sufficiente a scatenare rapidamente una reazione di autodifesa?

Viceversa l’Europa traccheggia, specie quando si parla di energia. Non solo Berlino resiste alle pressioni per porre fine subito a tutte le importazioni di gas dalla Russia. Le stesse resistenze provengono da Austria, Grecia e Italia. Il ministro austriaco per gli affari europei Karoline Edtstadler ha dichiarato di recente: “Dobbiamo rimanere realistici. Anche se va detto che questa grande dipendenza dal gas russo non ci piace affatto, non possiamo sostituirlo dall’oggi al domani”. Lo stesso vale per il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis: “Non possiamo sostituire il gas russo da un giorno all’altro. Né accettare una soluzione che ci metta in una posizione più debole della Russia”. Il ministro italiano per la transizione ecologica Roberto Cingolani promette di sostituire il gas russo in tre anni (nel corso dei quali l’Italia continuerà a “finanziare la guerra di Putin”, come ha ammesso di recente il premier Mario Draghi). Ma fra tre anni l’Ucraina potrebbe già essere stata completamente devastata e digerita dal famelico orso russo. Intanto, ogni paese europeo sembra muoversi in modo autonomo alla ricerca di nuove forniture: basti pensare ai viaggi del ministro Luigi Di Maio, in giro per il mondo per firmare nuovi contratti. Dal tetto al prezzo del gas alla diversificazione dell’approvvigionamento all’indipendenza energetica, l’Ue appare ancora incapace di adottare delle politiche comuni. Ma non c’è più tempo da perdere: senza l’unità di intenti e una rapida azione dei paesi europei la ferita ucraina nel cuore del vecchio continente potrebbe diventare immedicabile.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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