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Lezioni americane. E se vaccinassimo anche nei supermercati?

di Alessandro Maran

 

Negli Stati Uniti un partenariato pubblico-privato con 40 mila punti di somministrazione. La difficile via italiana, con le chiusure del mercato e le liberalizzazioni tradotte in compromessi. Ora contro il Covid si fa avanti Coop

 

E se, come in America, vaccinassimo nei supermercati? In Cile ci si vaccina anche in chiesa e come racconta Les Echos, il principale giornale economico finanziario francese, negli Stati Uniti sono scesi in campo i colossi della grande distribuzione e le vaccinazioni si fanno anche nei supermercati. Walmart, Costco e Publix partecipano al programma di vaccinazione con due milioni di dosi settimanali assegnate a 40.000 farmacie integrate nei supermercati e con l’obiettivo di coprire i territori meno serviti dagli altri canali di distribuzione.

“Tra le patatine e le confezioni di birra del supermercato Publix di Pensacola, nel nord della Florida, Mark, 67 anni, sta per ricevere la sua seconda dose di vaccino Moderna contro il Covid-19. Il supermercato vaccina ogni giorno fino a 85 persone, che si sono iscritte in anticipo sul suo sito web”, scrive Véronique Le Billon. “‘Siamo aperti a tutte le persone che hanno diritto al vaccino in Florida, cioè gli over 65 e il personale sanitario. E abbiamo una grande domanda’, assicura Alyssa, un tecnico della farmacia della catena di supermercati Publix”, racconta la corrispondente dagli Stati Uniti del quotidiano francese; ed è, prosegue Le Billon, una giovane cassiera, Ty, che gestisce il banco di accoglienza dei candidati al vaccino, su un semplice tavolo posato davanti alla farmacia: “E’ in rotazione con altre hôtesse de caisse del Publix. Ed è una buona opportunità per lei: vorrebbe lavorare in un ospedale”.

Insomma, i supermercati sono parte integrante della strategia vaccinale americana. Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Joe Biden, che punta a rendere i vaccini disponibili per tutti (indipendentemente dall’età o dallo stato di salute) entro il primo maggio e a celebrare il 4 luglio come Giorno dell’Indipendenza dal coronavirus, ha disposto l’invio di un milione di dosi alla settimana a una ventina di reti di farmacie presenti nel paese: i grandi drugstores come Cvs o Walgreens, che hanno l’abitudine di vaccinare ogni anno contro l’influenza, ma anche i grandi distributori americani come Walmart, Costco o Publix.

Si tratta di un partenariato pubblico-privato che può vantare 40.000 punti di distribuzione. A metà febbraio l’assegnazione settimanale è stata raddoppiata a due milioni di dosi; e anche gli stati, che per parte loro ricevono circa 15 milioni di dosi alla settimana, possono assegnare direttamente una parte dei loro vaccini alle farmacie. Il che consente di coprire capillarmente il paese e di raggiungere anche i territori meno garantiti da altri canali di somministrazione (centri sanitari, ospedali, ecc).

L’America, si dirà, è l’America. E da noi? Vi ricordate di disegno di legge sulla “concorrenza”? La battaglia per la liberalizzazione dei farmaci di “Fascia C”, quelli che devono essere prescritti dal medico e sono completamente a carico dei cittadini? Lo scontro tra i ministeri? La raccolta delle firme per aprire un mercato che i farmacisti tengono in pugno? La reazione delle lobby? Ecco, partiamo da lì.

A partire dal 2006, ai sensi del decreto Bersani-Visco, anche le attività di tipo commerciale (comprendenti le parafarmacie) possono vendere farmaci da banco, purché sia presente all’interno un farmacista iscritto all’ordine professionale. Successivamente, con il decreto “Salva Italia” emanato dal governo Monti nel 2011 in tema di liberalizzazioni si è cercato di estendere la vendita di medicinali inclusi nella “Fascia C” (farmaci con obbligo di ricetta bianca) anche alle parafarmacie, vista comunque la presenza di almeno un farmacista. Ma date le resistenze corporative e l’opposizione di Federfarma, alla fine si trovò un compromesso per il quale i farmaci su prescrizione non si sarebbero potuti vendere al di fuori delle farmacie ma, allo stesso tempo, il governo si impegnava, di concerto con l’Aifa, a ridurne il numero aumentando, di fatto, il numero di medicinali per cui non è richiesta la ricetta. Le liberalizzazioni non sarebbero comunque valse per i farmaci della lista stupefacenti, per quelli con ricetta non ripetibile, per i farmaci del sistema endocrino (pillola anticoncezionale) e quelli somministrabili per via parenterale e soprattutto non sarebbero scattate nei comuni con meno di 12.500 abitanti. Con un successivo intervento, il governo Monti modificò i criteri di assegnazione della titolarità e della distribuzione sul territorio; inoltre, si stabilì la completa liberalizzazione degli orari e l’autonomia nella decisione del prezzo dei farmaci da banco. Insomma, si cercò di accontentare un po’ tutti, senza modificare più di tanto il sistema (un esempio eloquente è proprio l’apertura promessa, poi ritrattata, nei confronti dei farmaci di “Fascia C”, conclusasi con una sforbiciata alla lista dei medicinali non vendibili liberamente). Le uniche misure adottate in seguito dal governo Renzi riguardarono la possibilità per le società di capitali di detenere una o più farmacie e l’abolizione del tetto massimo di quattro farmacie facenti riferimento a un’unica società di persone.

Sarebbe ingeneroso affermare che non si è fatto nulla per cambiare le cose e aumentare la competitività del settore. Ma le rivoluzioni (e le liberalizzazioni) annunciate, come spesso accade, si sono tradotte in compromessi tra le parti in causa: troppo poco per avere effetti reali sul mercato. Sia chiaro, in Europa non siamo i soli in questa condizione. Anzi, come ha scritto Stefano Gallinaro, “la situazione italiana si colloca a metà strada tra quella di alcuni paesi mediterranei, dove la regolamentazione del mercato appare funzionale alla protezione di alcuni interessi corporativi più che al bene comune, e quella di altri paesi nordici dove una maggiore libertà di insediamento e contrattazione ha portato in generale a un servizio più snello e di migliore qualità”.

Si stima che nel 2006 in Italia vi fossero circa 2.500 attività, di cui circa 300 corner farmaceutici nella grande distribuzione organizzata. Alla data del 13 gennaio 2015 le parafarmacie attive in Italia erano 5.329.

Ad esempio, i primi corner “Coop salute” sono stati aperti nel 2006. L’impegno di Coop a favore di una liberalizzazione della vendita di farmaci Otc (i cosiddetti farmaci da banco, dall’inglese Over the counter, letteralmente “sopra il banco”) e Sop (dall’italiano Senza obbligo di prescrizione), risale al novembre 2005 con la campagna “Farmaci più liberi, prezzi più bassi” che nell’arco di pochi mesi raccolse 800.000 firme a sostegno di una petizione popolare per l’avvio della liberalizzazione. Nel maggio del 2008, Coop ha lanciato il primo farmaco a marchio: un farmaco Otc, associazione di acido acetilsalicico e acido ascorbico (330 milligrammi più 200 milligrammi), venduto al prezzo 2,10 euro per 20 compresse, meno della metà di prodotti di marca equivalenti. Rispetto ai prezzi medi praticati dalle farmacie tradizionali, Coop Salute permette un risparmio in media, sul solo farmaco, del 25 per cento. Oggi i corner Coop Salute propongono un assortimento di oltre 4.000 prodotti, tra cui Otc/Sop, prodotti omeopatici, veterinari, prodotti di parafarmaco e, solo in circa 50 punti vendita, oltre 500 articoli sanitari. Tutto con la garanzia di assistenza e professionalità di farmacisti iscritti all’Albo.

E proprio Coop, nei giorni scorsi è intervenuta nel rilancio della campagna vaccinale e in una lettera indirizzata da Marco Pedroni, presidente Coop Italia e Ancc-Coop (Associazione nazionale cooperative di consumatori) al ministro della Salute Roberto Speranza e al generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 ha offerto la disponibilità dei suoi spazi. “In particolare – si legge nella lettera – per un più rapido successo della campagna vaccinale, Coop è disponibile a mettere a disposizione i suoi oltre 1.100 punti di vendita, di cui molti di grandi dimensioni, con ampi parcheggi e baricentrici rispetto agli insediamenti urbani, tutti dotati di servizi idonei e abituati a rispettare stringenti criteri di sicurezza”. E ora che l’Italia dispone di un piano vaccinale anti Covid, ora che, grazie al generale Figliuolo, vaccineremo sulle spiagge, vaccineremo nelle colline, nei campi e nelle strade; ora che l’Ema ha riabilitato AstraZeneca e che anche i farmacisti sono pronti a vaccinare, non sarebbe male se ci dessimo una mossa e, per parafrasare il celebre discorso di Churchill, si consentisse all’esempio del Nuovo Mondo, con tutta la sua forza e la sua potenza, di muoversi a salvataggio del Vecchio.

Il guaio è che la distribuzione moderna non è mai stata molto amata in Italia (e di conseguenza il suo contributo alla modernizzazione del paese è stato molto inferiore a quel che avrebbe potuto essere). Del resto, che la crescita della distribuzione moderna abbia incontrato ostacoli e sia stata frenata in modo evidente dalla difesa di tante rendite di posizione piccole e grandi è una storia arcinota. Mentre il presidente della Repubblica francese, François Mitterrand, sosteneva che “la grande distribuzione doveva essere la portaerei per l’economia del paese” (la Francia ha infatti puntato sullo sviluppo della distribuzione moderna in modo convinto e coerente, facendone un asset strategico, con un vantaggio di cui hanno goduto tanti settori produttivi – a cominciare dall’agricoltura francese che non a caso è la prima in Europa – ma anche i consumatori e le loro famiglie), da noi invece le scelte strategiche e la visione d’insieme sono mancate e la distribuzione moderna è da sempre una sorta di Cenerentola bistrattata. Manca quasi del tutto la consapevolezza di quanto l’intera filiera alimentare e la grande distribuzione siano strategiche. Del resto, proprio durante la pandemia si sono avuti segnali chiari dell’assoluta mancanza di peso politico del comparto (che pure sfiora i 240 miliardi di fatturato annuo e i 33 miliardi di valore aggiunto e occupa un milione di addetti). Non c’è stato alcun riconoscimento del suo ruolo sociale fondamentale, nessuna comprensione delle difficoltà e dei contraccolpi sul business per alcune sottocategorie importanti, assurde chiusure di reparti interi e di gallerie di centri commerciali che, di fatto, hanno solo contribuito ad alimentare una concorrenza sleale tra imprese, comparti e formati. Al punto che molte volte la grande distribuzione è lo specchio dei limiti e dei difetti che il “sistema Italia” ostenta con sconcertante noncuranza.

L’Italia, si sa, è una Repubblica fondata sulle corporazioni. Dalle dinastie accademiche all’alta burocrazia, passando per notai, giornalisti, farmacisti, magistrati, avvocati, associazioni di categoria e sindacati. Non sorprende perciò che il vaccino, una prestazione sanitaria salva-vita, si sia trasformata in una scelta discrezionale a favore dei più rappresentati, dei più influenti e dei più forti (a scapito, manco a dirlo, dei più deboli).

In Friuli Venezia Giulia, tanto per fare un esempio, la Regione ha deciso di vaccinare magistrati e dipendenti dei tribunali (anche se chi lavora in tribunale svolge solo in parte mansioni a contatto col pubblico, specie in smart working) in quanto “lavoratori di pubblica utilità”, ma non gli avvocati, che pure frequentano quelle stesse aule insieme a giudici, pubblici ministeri, cancellieri, testimoni e imputati, (oltre a frequentare le carceri per incontrare i propri assistiti) e assolvono a una funzione di garanzia indispensabile: la difesa dei diritti di libertà della persona di fronte alla micidiale potestà punitiva dello stato.

Fateci caso, nella corsa corporativa al vaccino, si dà per scontato che siano vaccinati con priorità docenti universitari che non vedono uno studente da anni, ma non si vaccinano le cassiere che anche nei giorni più drammatici del lockdown hanno continuato a lavorare a contatto con la gente.

Non per caso, nella sua lettera al ministro, Coop ha dovuto ribadire la necessità di inserire anche i propri dipendenti fra le categorie da considerare prioritarie per la vaccinazione: “Ultimata la prima fase mirata alla tutela degli operatori sanitari, forze pubbliche e soggetti fragili – ribadiamo l’importanza di assicurare al nostro personale, e in senso più ampio ai lavoratori del commercio alimentare, una priorità di vaccinazione; si tratta della tutela di attività che garantiscono un servizio essenziale al pubblico fin dall’inizio della pandemia”. Pur in condizioni di assoluta sicurezza, i 55 mila dipendenti di Coop incontrano ogni settimana non meno di 10 milioni di soci e clienti, con un rapporto che non ha eguali nelle altre categorie professionali. La vaccinazione del personale permetterà non solo di rafforzare ulteriormente la sicurezza della rete di vendita, ma garantirà maggiore tranquillità ai cittadini e favorirà quella ripresa dei consumi fondamentale per il rilancio economico del paese”.

Niente che non sapessimo già. Ma visto che la maggior parte di noi ha una capacità infinita di dare per scontate le cose, conviene ricordare che i supermercati sono rimasti sempre aperti, che si sono attrezzati per offrire un servizio di consegna a domicilio (e anche agevolazioni e sconti sulla consegna) per gli anziani e che le cassiere e gli addetti della grande distribuzione, anche in questi mesi in cui le nostre vite sono cambiate e il mondo è sottosopra, sono rimasti al loro posto, dietro al bancone. E ora c’è chi mette a disposizione i propri punti vendita per la campagna vaccinale. “Adoro i supermercati”, diceva il grande scrittore giapponese Murakami Haruki. Un motivo ci sarà.

Alessandro Maran
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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