Liberare Navalny - Fondazione PER
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Liberare Navalny

di Alessandro Maran
«La condanna a 19 anni per Alexei Navalny, oltre al resto delle altre condanne e della detenzione dura, è una mezza notizia. C’è e non c’è. Qualche protesta istituzionale, qualche alzata di spalle, basta così. Basta? Non basta. Il condannato ha evitato di morire avvelenato, è stato curato in Germania, è tornato nella Russia di Putin per continuare a testimoniare il dissenso in forme che possono o no piacere ma che in un paese ordinario, non dico liberaldemocratico ma passabilmente tollerante, è consentito senza il rischio di morte o di incarcerazione praticamente a vita nel solito universo concentrazionario.
“Liberare Navalny” dovrebbe essere una campagna internazionale visibile e rumorosa. Ci vorrebbero fior d’appelli di intellettuali, di imprenditori, di figure pubbliche dello star system, di gente comune, di politici di ogni schieramento, di ogni paese, di lavoratori, insegnanti, militanti politici, chissà, perfino giornalisti.
Il volto di Navalny dovrebbe essere riconosciuto a prima vista, stampato su migliaia di manifesti stradali, dovrebbe diventare una bandiera di mobilitazione la sua storia, la crudeltà indecorosa del suo trattamento dopo il ritorno in patria, la freddezza con cui viene sottoposto al boia di stato che lo processa per “estremismo”, senza addebitargli alcunché in termini di fatto e bollandolo come un nemico del regime (….) Bisognerebbe dare ope legis a questi dissidenti la cittadinanza europea, italiana francese tedesca spagnola britannica, bisognerebbe che il Papa di Roma tirasse fuori artigli poco ecologici ma molto graffianti e puliti per rivendicare la libertà per i combattenti della libertà. Ma non succede alcunché…» (https://www.ilfoglio.it/…/il-caso-navalny-o-la-tragica…/).
Non succede niente, appunto. Ce lo ha ricordato ieri Giuliano Ferrara nel suo splendido editoriale. Oggi, sempre su Il Foglio, Michele Magno torna sul punto: «L’ennesima condanna di Alexei Navalny è stata accolta con un’alzata di spalle dall’opinione pubblica internazionale. In Italia, la sinistra pacifista e umanitaria non ha battuto ciglio neanche quando è stata messa fuori legge Memorial, l’ong fondata nel 1987 da Andrej Sacharov insieme con altri dissidenti sovietici per documentare l’orrore dell’universo concentrazionario staliniano. La Corte suprema russa ne ha ordinato la chiusura nella primavera del 2022 in quanto “agente straniero che riceve finanziamenti dall’estero”. Pochi mesi dopo, questa specie di “quinta colonna” è stata insignita dal Comitato norvegese – insieme all’attivista bielorusso Ales Bialiastski e all’ucraino “Center for civil liberties” – del Nobel per la Pace, per l’impegno profuso nel “documentare i crimini di guerra, le violazioni dei diritti umani e gli abusi di potere in Russia”» (https://www.ilfoglio.it/…/con-kyiv-e-con-navalny…/).
Grazie al lavoro dell’associazione russa, ricorda Magno, e ad un volume straordinario, curato da due ricercatori di Memorial, Sergej Bondarenko e Giulia De Florio – “Proteggi le mie parole”, pubblicato nel dicembre del 2022 dalla casa editrice E/O: https://www.ibs.it/proteggi-mie-parole…/e/9788833576008 -, possiamo leggere in italiano venticinque “ultime dichiarazioni” di cittadini russi arrestati per motivi politici e reati d’opinione tra il 2017 e il 2022, che raccontano la Russia di Putin e tracciano l’orizzonte di una resistenza che continua pur tra mille difficoltà e rischi.
L’idea del volume nasce infatti da una semplice constatazione: in Russia, negli ultimi vent’anni, corrispondenti al governo di Vladimir Putin, il numero di processi giudiziari è aumentato in maniera preoccupante e significativa. Artisti, giornalisti, studenti, attivisti (uomini e donne) hanno dovuto affrontare e continuano a subire processi ingiusti o fabbricati ad hoc per aver manifestato idee contrarie a quelle del governo in carica. Tali processi, quasi sempre, sfociano in multe salate o, peggio ancora, in condanne e lunghe detenzioni nelle prigioni e colonie penali sparse nel territorio della Federazione Russa. Secondo il sistema giudiziario russo agli imputati è concessa un’“ultima dichiarazione” (poslednee slovo), la possibilità di prendere la parola per sostenere la propria innocenza o corroborare la linea difensiva scelta dall’avvocato. Molte tra le persone costrette a pronunciare la propria “ultima dichiarazione” l’hanno trasformata in un atto sì processuale, ma ad alto tasso di letterarietà: per qualcuno essa è diventata la denuncia finale dei crimini del governo russo liberticida, per altri la possibilità di spostare la discussione su un piano esistenziale e non soltanto politico.
Sono discorsi molto diversi tra loro e sono la testimonianza di una Russia che, ormai chiusa in un velo di oscurantismo e repressione, resiste e lotta, e fa sentire forte l’eco di una parola che vuole rompere il silenzio della violenza di Stato. Sono le (ultime) parole dell’altra Russia.
Si sa che “le dittature degli altri non ci danno fastidio”, scrive Michele Magno citando Ennio Flaiano, e conclude: «Ne ho acquistate due copie: una per Elly Schlein, l’altra per Giuseppe Conte. Sapranno farne buon uso?».
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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