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L’idrogeno “verde”, tema centrale in tutte le capitali. Tranne che a Roma

di Caterina Avanza

Ci sono vari modi di produrre energia a idrogeno. Il più utilizzato oggi è l’idrogeno a partire dal metano, detto idrogeno “grigio” o “blu” a seconda che si preveda la cattura della CO2 prodotta. In entrambi i casi l’impatto ambientale è negativo. Vi è poi l’idrogeno prodotto a partire da energia nucleare, idrogeno detto “giallo” che ovviamente non produce CO2 ma dal bilancio ambientale non neutro a causa delle scorie nucleari che necessitano un trattamento (la Germania infatti afferma voler eliminare dal suo mix energetico l’idrogeno “giallo” a partire dal 2022). E in fine l’idrogeno detto “verde” perché prodotto a partire da energia rinnovabile – solare, eolica o attraverso un processo di elettrolisi dell’acqua. L’idrogeno “verde” è quindi un’energia a impatto ambientale neutro.

Inoltre, l’idrogeno può essere un fenomenale vettore di sviluppo delle energie rinnovabili in quanto può fornire la capacità di stoccaggio, venendo quindi a compensare la variabilità dei flussi che sono il principale handicap delle rinnovabili oggi.

Per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 (accordi di Parigi per il clima), l’Europa deve trasformare il suo sistema energetico, che oggi è responsabile del 75 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’Unione. L’idrogeno e in particolare quello “verde” è considerato come un pilastro fondamentale del mix energetico di domani. Secondo un rapporto realizzato dall’agenzia Bloomberg, nel 2050 l’idrogeno coprirà il 24% dei fabbisogni in energia dell’intero continente.

La Commissione ha infatti presentato un’ambiziosa strategia europea per l’idrogeno “verde” nel luglio scorso. In un sistema energetico integrato l’idrogeno può favorire la decarbonizzazione dell’industria, dei trasporti, della produzione di energia elettrica e dell’edilizia in tutta Europa. La strategia dell’UE per l’idrogeno si prefigge di concretare questo potenziale attraverso investimenti, regolamentazione, creazione di un mercato, ricerca e innovazione” si legge nella nota della Commissione.

Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo, vede nell’idrogeno una possibilità importante di rilancio dell’economia in chiave green: “la nuova strategia per l’idrogeno può fungere da volano di crescita per aiutare a superare le ricadute economiche della COVID19. Sviluppando e realizzando una catena del valore dell’idrogeno pulito, l’Europa farà da apripista a livello mondiale e manterrà la leadership nel campo delle tecnologie pulite.”

Il messaggio è stato recepito forte e chiaro in Germania dove la Cancelliera ha deciso di investire nove miliardi per la creazione di una filiera di idrogeno “verde”, seguita a ruota dalla Francia che ha annunciato un investimento di sette miliardi. Il ministro francese dell’economia si è spinto ancora più il là e volando a Berlino l’11 settembre ha affermato che “guarderemo come unire i nostri sforzi con la Germania. Spero che riusciremo a lanciare un consorzio franco-tedesco sull’idrogeno, che apriremo poi agli altri paesi europei”. 

Gli altri paesi europei del resto non stanno affatto a guardare, il governo portoghese ha annunciato anch’egli un investimento da 7 miliardi per la creazione di una filiera di idrogeno pulito, ed è in Svezia che nascerà Hybrit, la prima acciaieria a idrogeno. L’impianto pilota è in costruzione nel nord del paese e produrrà acciaio utilizzando idrogeno prodotto da energia rinnovabile. Le uniche emissioni saranno il vapore acqueo!

Anche la Russia di Putin non sta con le mani in mano e ha presentato recentemente un piano ambizioso per la produzione di idrogeno “blu” e “giallo” cioè prodotto da metano e nucleare (la Russia non prevede di produrre idrogeno da rinnovabili). Gazprom e Rosatom sono infatti sugli starting block! Il calcolo dei Russi è semplice: l’UE si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, per riuscirci avrà bisogno dell’idrogeno e non saprà produrne a sufficienza, dovrà quindi importarlo. Gazprom garantisce che per il trasporto dell’idrogeno è possibile utilizzare, fin da ora, i gasdotti come Nord Stream (trasporto di metano e idrogeno miscelato). E ne approfitta per aggiungere che la costruzione di Nord Stream II, sulla quale per ora gli europei sono più che reticenti, è una necessità se l’UE vuole mantenere i suoi impegni climatici!!

Si capisce quindi dall’attivismo russo, che intorno all’idrogeno non si giocano solo delle partite legate all’ambiente, all’economia, alla competitività ma anche quella della sovranità e dell’indipendenza energetica. Penso che ve lo ricordiate tutti quando Putin ha chiuso i rubinetti all’Ucraina e le ripercussioni in Europa sono state pesantissime con 17 Paesi, fra cui l’Italia, rimasti letteralmente al freddo e al gelo…

E l’Italia, in tutto ciò?

Le imprese italiane e i centri di ricerca, che sono più lungimiranti dei nostri politici, si sono già posizionati e sono membri della European Clean Hydrogen Alliance, che riunisce attori prominenti del settore, esponenti della società civile, e rappresentanti della Banca europea per gli investimenti.

Il tema è invece totalmente assente da tutte le riflessioni e i dibattiti politici, tanto che confesso di aver scoperto scrivendo questo articolo che esiste un piano italiano per l’idrogeno pulito (che sembra datare del 15 novembre 2020) che nessuno ha presentato e di cui assolutamente nessuno parla. (Per chi volesse leggersi il piano lo trova cliccando questo link).

Ho quindi scoperto che l’Italia pensa di destinare 10 miliardi di investimenti a questo piano (più di tutti gli altri paesi europei citati sopra). È un’ottima notizia in sé. Ma leggendo il documento, che del resto usa spesso il condizionale cosa che mi ha molto colpito per un documento tecnico, ci si rende conto che la battaglia sarà tutt’altro che facile. Infatti l’Italia ha accumulato un ritardo importante rispetto agli altri paesi europei a livello di produzione di energie rinnovabili. E quindi l’Italia non potrà che essere indietro nella produzione di idrogeno verde.

Ma piuttosto che mettere la polvere sotto il tappeto, non avremmo interesse a fare dell’idrogeno “verde” un’asse di sviluppo e di creazione di posti di lavoro centrale nel dibattito pubblico? Non avremmo interesse a fare in modo di giocare nella corte dei grandi e di ottenere un consorzio davvero europeo e non soltanto franco-tedesco?

Sembra che la lezione di EADS, poi Airbus, dal quale l’Italia è di fatto esclusa, non sia stata assimilata a dovere. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum!

Caterina Avanza
Caterina Avanza
avanza@perfondazione.eu

Consigliera politica al Parlamento europeo per En Marche, il movimento del presidente francese Emmanuel Macron. Laureata in Scienze politiche all’Università di Bologna, quindi master in Affari europei alla Sorbona. Sempre per En Marche è stata coordinatrice della campagna delle europee. Consulente presso importanti istituti di sondaggi fra cui l’IFOP – Istituto Francese di Opinione e Politica.

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