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L’India verso le elezioni

di Alessandro Maran
🇮🇳 Tra aprile e maggio si voterà anche in India, un Paese esteso dieci volte l’Italia e con una popolazione venti volte superiore. Le elezioni saranno probabilmente solo una formalità: il primo ministro in carica Narendra Modi punta alla rielezione per il terzo mandato ed è in testa in tutti i sondaggi.
L’India è la più grande democrazia del mondo (voteranno più di 900 milioni di persone, su una popolazione di 1,4 miliardi), è lo Stato più popoloso del pianeta ed è ormai sul punto di decollare in termini di peso economico e geopolitico. Eppure, anche lì, tira una brutta aria e anche la democrazia indiana è in declino.
Nell’ultimo numero del Journal of Democracy – National Endowment for Democracy, Ashutosh Varshney e Connor Staggs tracciano addirittura un parallelo tra le dinamiche politiche e sociali del nazionalismo indù in India sotto Narendra Modi e le politiche di segregazione razziale dell’era di Jim Crow negli Stati Uniti, tra il 1877 e la metà degli anni ’60
Davvero l’India è come il Jim Crow del Sud degli Stati Uniti? Il paragone può sembrare estremo, ma come osservano Ashutosh Varshney e Connor Staggs, con Modi, il primo ministro nazionalista indù, l’India ha visto aumentare la violenza intercomunitaria e persino i linciaggi, insieme a un’ondata di leggi e decisioni amministrative (come l’annullamento dell’autonomia del Kashmir a maggioranza musulmana) dirette, secondo i molti critici, a limitare i diritti e le libertà dei musulmani.
“È qui che iniziano i parallelismi con il nazionalismo indù di Modi”, scrivono. “Proprio come l’obiettivo principale di Jim Crow era quello di mitigare i Reconstruction Amendments – chiamati anche Civil War Amendments , sono tre aggiunte alla Costituzione degli Stati Uniti che hanno abolito la schiavitù, garantito pari diritti alle persone precedentemente schiavizzate e sancito il diritto di voto per persone di tutte le razze – e trasformare i neri in cittadini di seconda classe, i nazionalisti indù cercano di ridimensionare l’uguaglianza nella cittadinanza costituzionalmente garantita dei musulmani e di trasformarli in cittadini emarginati, meno che pienamente uguali. In questo senso, la supremazia bianca e la supremazia indù sono gemelle. Le loro storie sono diverse, ma i loro obiettivi politici e i loro discorsi sono più o meno gli stessi”(👉 https://www.journalofdemocracy.org/…/hindu-nationalism…/).
Nello stesso numero del Journal of Democracy, Rahul Mukherji riflette sullo slittamento dell’India verso l’autoritarismo sotto Modi, paragonandola al Venezuela negli anni 2000 sotto Hugo Chávez. Da quando il primo ministro Narendra Modi e il partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP) sono saliti al potere nel 2014, la democrazia indiana ha vacillato. Il governo di Modi ha ridotto lo spazio civico, attaccando la stampa, gli oppositori politici e le organizzazioni non governative (ONG) e alimentando le tensioni etniche. Lo stato ha anche utilizzato una serie di leggi per perseguitare i critici del regime.
Eppure, sostiene Mukherji, c’è ancora la possibilità che il potere del voto porti a una rinascita democratica. Generalizzando sui governi mondiali nella storia, Mukherji scrive: “Se categorizziamo in generale i livelli di repressione come bassi, intermedi e alti, allora il punto in cui un regime è più vulnerabile è a un livello intermedio di repressione: quando lo Stato sta minando lo Stato di diritto in una misura che è significativamente dannosa per l’opposizione politica e la società civile, ma la porta elettorale per la rinascita democratica non si è ancora chiusa del tutto. Questo è esattamente il punto in cui si trova l’India oggi” (👉 https://muse.jhu.edu/pub/1/article/915346).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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