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L’invasione dell’Ucraina cambia il destino dell’Ue

di Alessandro Maran

 

La settimana scorsa Le Monde ha festeggiato, in un editoriale, il via libera della Ue all’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’Unione. Approvando l’avvio dei negoziati di adesione con Kiev, scrive il quotidiano francese, l’Ue ha segnalato a Vladimir Putin che è sulla strada sbagliata; e la decisione è tanto più importante visto che negli Stati Uniti i repubblicani stanno bloccando gli aiuti militari americani (👉 https://www.lemonde.fr/idees/article/2023/12/15/une-bonne-nouvelle-pour-l-ukraine-et-l-europe_6205970_3232.html)
In realtà, come lamenta, sempre su Le Monde, l’editorialista Sylvie Kauffmann, le divisioni che attraversano l’opinione pubblica e le leadership americane non sono diverse da quelle che attraversano le opinioni pubbliche e leadership europee (👉 https://www.lemonde.fr/…/prise-en-etau-entre-trump-et…).
“La battuta a Capitol Hill – scrive Kauffmann – è che non si tratta più del ‘Grand Old Party’, ma del ‘Grand Orban Party’, tale è la convergenza tra gli obiettivi del Partito Repubblicano e quelli di Orban”. E Micheal Roth, presidente della commissione Esteri del Bundestag tedesco, sostiene che “dopo Putin, Orbán rappresenta uno dei maggiori rischi per la sicurezza dell’Europa”.
“Cosa vuole Orban?” chiede Kauffmann. “I miliardi di euro di sussidi congelati dalla Commissione europea a causa delle sue violazioni dello stato di diritto – sui quali, per inciso, ha ricevuto parziale soddisfazione. Ma non è tutto. Il piano ungherese si spinge ancora più in là. Orban vuole fermare la guerra in Ucraina in un momento in cui la Russia è in una posizione di forza. È l’unico leader europeo ad aver stretto la mano a Vladimir Putin dopo l’emissione del mandato d’arresto nei confronti del presidente russo per crimini di guerra; e il suo ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, intrattiene colloqui regolari con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Orban accusa Bruxelles di comportarsi come Mosca ai tempi dell’Urss, ma non smette mai di fare il gioco del Cremlino. I suoi detrattori sospettano che voglia paralizzare l’Unione Europea”.
Anche Trump, quand’era presidente degli Stati Uniti, ricorda Kauffmann, si scagliò contro l’Unione Europea e “Trump 2, promettono alcuni esperti americani, sarà molto peggio, meno vincolato da garanzie che saranno scomparse”. Del resto, come sottolinea Kaufman, la piattaforma elettorale Trump che imputa all’establishment globalista di aver distrutto l’America trascinandola attraverso infinite guerre in terra straniera, lo dice chiaramente: “Dobbiamo portare a termine il processo avviato sotto la mia amministrazione volto a rivalutare radicalmente lo scopo e la missione della Nato”(👉 https://www.donaldjtrump.com/…/agenda47-preventing…). Che Trump farà uscire gli Stati Uniti dalla Nato se dovesse tornare alla Casa Bianca è opinione diffusa. Questo mese lo chiarisce anche Anne Applebaum su The Atlantic (👉 https://www.theatlantic.com/…/trump-2024…/676120/).
Una differenza, però, c’è. Come ricorda Sergio Fabbrini, ”agli europei manca il sistema istituzionale attraverso cui fare emergere la posizione legittimata a rappresentarli collettivamente, oltre che le risorse per realizzarla. Il timone ce l’hanno i leader dei governi nazionali che seguono le loro distinte agende con l’inevitabile frammentazione delle risorse militari disponibili. In particolare, i leader dei principali Paesi dell’Ue sono incapaci di liberarsi dalle rispettive egolatrie per sostituirle con un sistema decisionale che consenta di promuovere una visione europea. L’Ue continua a non avere una politica estera e di sicurezza comune che possa compensare, invece che accentuare, la debolezza americana” (👉 https://www.ilsole24ore.com/…/europa-cerca-un-ruolo…).
Il che spiega il giudizio deprimente di Kauffmann su Le Monde: “Presa tra Trump e Putin, l’Europa si sta dirigendo verso il disastro, come i sonnambuli del 1914, brillantemente descritti dallo storico Christopher Clark (👉 https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858105023).
Per dirla altrimenti, ora l’Unione europea non ha scelta. Per affrontare le fratture della guerra estesa deve allargarsi. E per allargarsi deve trasformarsi.
La decisione di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina ha cambiato il destino dell’Unione europea. Due anni fa la prospettiva dell’allargamento e delle riforme sembrava remota, una questione capace di interessare solo una manciata di leader politici. La guerra di aggressione della Russia in Ucraina e l’indebolimento delle strutture dell’ordine internazionale hanno infranto le certezze su cui era stata concepita l’integrazione europea e ora l’Unione deve ripensare la sua geografia, le sue istituzioni, le sue competenze e il suo finanziamento.
A gennaio, Francia e Germania, proponendosi ancora una volta quale “motore” dell’integrazione europea, si sono impegnati, con una dichiarazione congiunta, a dare il via a quella riforma dei trattati considerata da tutti cruciale per il futuro dell’Unione. I frutti dell’iniziativa franco-tedesca si sono cristallizzati nel Report del gruppo di 12 esperti indipendenti provenienti da entrambi i paesi, reso noto il 18 settembre 2023. Il rapporto del “Gruppo dei Dodici” contiene una cinquantina di raccomandazioni su un’ampia gamma di temi: la protezione dello Stato di diritto, il superamento dell’unanimità e la formalizzazione dell’integrazione a più velocità, risorse di bilancio, modalità di riforma dei Trattati, gestione dell’allargamento, ecc. (👉 https://www.auswaertiges-amt.de/…/230919-rfaa-deu-fra…)
Ne ho scritto il 21 settembre scorso (oltre a sfogliare il rapporto, suggerisco di leggere l’articolo che due relatori del gruppo, Olivier Costa e Daniela Schwarzer, hanno scritto su Le Grand Continent: 👉 https://legrandcontinent.eu/…/allargare-e-riformare…/).
Successivamente, il Parlamento europeo ha approvato nella seduta del 22 novembre una Risoluzione con la quale chiede l’avvio di una Convenzione per la riforma del Trattato di Lisbona che dal 2009 costituisce la fonte primaria del diritto dell’Unione europea. “Il nodo centrale della Risoluzione – ha chiarito Antonio Padoa Schioppa – sta nel superamento (quasi senza eccezioni) del potere di veto attualmente presente per materie essenziali di competenza dell’Unione e nella sua sostituzione con la procedura di approvazione a maggioranza qualificata, adottando contestualmente la procedura legislativa ordinaria della Ue che richiede la codecisione del Parlamento a fianco della delibera del Consiglio. Sicurezza, difesa comune, armonizzazione fiscale, politica estera, bilancio pluriennale, nuove risorse proprie dell’Unione, persino le riforme future dei Trattati verrebbero in tal modo a rientrare nel quadro delle tante materie già oggi decidibili a maggioranza qualificata e codecisione del Parlamento europeo, in un contesto non solo efficace ma democratico” (👉 https://www.ilsole24ore.com/…/la-posta-gioco…). Che poi, come spiega Padoa Schioppa, nelle istituzioni intergovernative abbia avuto la meglio l’ostruzionismo di alcuni Stati membri (capeggiati da Polonia, Ungheria ed Austria, in numero tale da bloccare la convocazione della Convenzione da parte del Consiglio europeo) non deve sorprendere. Resta il fatto che il tema della riforma della Ue (e dell’Europa a cerchi concentrici o a più velocità) è riemerso dalle macerie dell’Ucraina ed è tornato al centro dell’agenda dell’Unione.
Il guaio è che, al solito, la Risoluzione, che pure meriterebbe molta attenzione per la sua potenziale portata, è stata ignorata dai media. Unica eccezione, di nuovo, l’articolo di Sergio Fabbrini su Il Sole 24 ORE del 28 novembre. Nell’articolo, Fabbrini deplora inoltre che negli stessi giorni in cui la nostra premier siglava il Piano d’Azione italo-tedesco, i parlamentari europei del suo partito votavano contro il progetto di rafforzamento dell’Ue che il Piano d’Azione si propone di perseguire. Fabbrini prende atto che “la premier ha fatto della incoerenza politica la cifra della sua azione in Europa” e si chiede: “Fino a quando può durare?” (👉 https://www.ilsole24ore.com/…/l-incoerenza-politica-e…).
Incrociamo le dita. Le sfide attuali, interne ed esterne all’Unione, sono di tale gravità, entità ed urgenza da imporre scelte immediate e non ulteriori rinvii.
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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