Lo Stato dell'Unione e le sfide dell'Europa - Fondazione PER
20546
post-template-default,single,single-post,postid-20546,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,no_animation_on_touch,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Lo Stato dell’Unione e le sfide dell’Europa

di Vittorio Ferla

 

Domani è il giorno dello Stato dell’Unione. Nell’aula del Parlamento Europeo, Ursula von der Leyen pronuncerà un discorso per sottolineare i passi avanti compiuti dall’Ue sotto la sua presidenza, dalla battaglia vinta sull’autonomia energetica nei confronti della Russia di Vladimir Putin al sostegno inflessibile all’Ucraina contro l’aggressione di Mosca. In assenza di recessione economica, ce n’è abbastanza per riconoscere al governo von der Leyen un bilancio positivo, al netto dei ritardi della farraginosa macchina comunitaria. Da mercoledì si apre però una nuova fase di incertezza per il blocco continentale che si chiarirà solo dopo la celebrazione delle elezioni generali del 2024 e la ridefinizione degli incarichi di vertice a Bruxelles.

In prospettiva, c’è da verificare la fermezza dei paesi membri nel sostegno a Kyiv. Mosca non ha nessuna intenzione di darla vinta e la controffensiva ucraina procede lentamente: così, un diffuso senso di stanchezza potrebbe cominciare a manifestarsi nelle opinioni pubbliche europee. Soprattutto in quella italiana, notoriamente la più porosa all’opera di disinformazione di Mosca, rafforzata dalla propaganda antioccidentale di diversi media nostrani. Soprattutto, gli aiuti costano: servono almeno 50 miliardi per sostenere il bilancio dell’Ucraina, la cui economia è piegata dalle devastazioni, e altri 20 miliardi per finanziare le forniture di armi necessarie per la difesa. Questi numeri uniti, alle altre voci che la Commissione europea dovrà mettere in conto, spaventano alcuni paesi membri. Ecco perché si fa strada l’ipotesi di collocare il capitolo Kyiv fuori dal quadro pluriennale di bilancio.

L’altra grande questione di stretta attualità è l’allargamento dell’Ue. L’ultimo ingresso di un nuovo membro risale a dieci anni fa (nel 2013 entrò la Croazia) e da allora la complessità dei meccanismi decisionali comunitari ha consigliato di rimandare nuovi ulteriori ingressi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha cambiato tutto. Per fronteggiare l’espansionismo territoriale del Cremlino, le cancellerie europee hanno abbandonato le loro ritrosie. Il bellicismo di Mosca fa cadere la vecchia soluzione degli stati cuscinetto, senza contare il desiderio di Europa manifestato dalle società civili di quei paesi. Ben otto stati bussano oggi alle porte dell’Ue, alcuni con l’obiettivo di mettere in sicurezza i loro confini dagli appetiti di Mosca, tutti con il sogno di conquistare la propria fetta di benessere.

Ma un nuovo allargamento porta con sé sfide enormi. Prima tra tutte, il cambio degli equilibri interni, con l’aumento di peso, numerico e politico, per i paesi dell’Europa orientale e il conseguente ridimensionamento dei membri storici. C’è, poi, la potenziale insidia dell’integrazione delle economie nazionali: basti pensare all’impatto dell’Ucraina, potenza agricola, sulle politiche europee che finora hanno garantito ampie sacche di protezionismo alle corporazioni nazionali degli agricoltori. La Polonia, per esempio, ha già da tempo alzato le barriere contro la circolazione delle grandi masse di grano ucraino che rischierebbe di schiacciare l’economia agricola locale. Appare evidente che l’ingresso di nuovi soci costringerà le istituzioni di Bruxelles a rivedere le politiche comuni, in particolare quella agricola e quella di coesione, rispetto alle quali paesi che un tempo erano dei beneficiari netti potrebbero trasformarsi in contributori netti.

L’altra grande sfida dell’allargamento riguarda i meccanismi decisionali. L’Ue si basa ancora soprattutto sulla dimensione intergovernativa: il sistema di voto in Consiglio prevede su molte materie fondamentali l’unanimità, proprio per rispettare la libertà e l’autonomia dei singoli membri. Un sistema che ha già mostrato in numerose occasioni tutti i suoi limiti, poiché concede di fatto un potere di veto ai governi sovranisti che vogliono mettersi di traverso. Se la tentazione di fare i free rider è molto forte in un’Europa a 27 membri che cosa succederebbe quando diventeranno 35? In alcune occasioni si rischierebbe il caos. D’altra parte, l’uno vale uno non può valere vista la diversità di peso degli stati membri: un fattore che infatti si riverbera sulla composizione del Parlamento europeo, che sarà a sua volta chiamato ad un ricalcolo dei suoi componenti.

La questione dei tempi di ingresso diventa così dirimente. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in un discorso al Forum di Bled il 28 agosto scorso, ha proposto il 2030 come data di scadenza entro la quale l’Ue dovrebbe accogliere i nuovi membri. Ma i rumors dicono che proprio Ursula von der Leyen non sarebbe d’accordo, preferendo una valutazione dell’idoneità dei candidati da realizzare su misura dello stato richiedente. In questo clima, va registrato l’orientamento della Francia a definire un nuovo approccio verso i paesi dei Balcani occidentali, l’Ucraina e la Moldavia: “una integrazione graduale e progressiva” che dovrebbe rendere l’allargamento meno traumatico.

Così, mentre l’Ue si prepara a diventare sempre più ampia e complessa, ci si chiede se a guidare questi processi sarà ancora Ursula von der Leyen (per lei si parla pure di un trasferimento alla guida della Nato). Sulla ricandidatura per un secondo mandato della leader popolare tedesca bisognerà capire l’orientamento del suo compagno di partito Manfred Weber, capogruppo del Ppe che detiene la maggioranza relativa dei seggi nell’emiciclo. Nei giorni scorsi, Weber ha riconosciuto che il futuro dell’Ue dipenderà ancora dall’intesa tra popolari, socialisti e liberali. Anche l’eventuale ingresso di Fidesz, il partito di estrema destra del presidente ungherese Viktor Orban, nel gruppo politico conservatore Ecr presieduto da Giorgia Meloni, non sarebbe sufficiente a spostare gli equilibri. Le ultime elezioni nazionali dicono inoltre che la spinta propulsiva dei populisti di destra è meno forte delle previsioni. Insomma, anche a giudicare dai recenti sondaggi sulle prossime elezioni, il sogno di una maggioranza europea di centrodestra accarezzata da Matteo Salvini resterà tale, mentre Emmanuel Macron, liberale, e Olaf Scholz, socialista, svolgeranno ancora un ruolo centrale negli assetti istituzionali post-elettorali. Difficile che Meloni si autoescluda da questi giochi, ma per partecipare dovrà accettare di sostenere la maggioranza attuale senza grandi margini di negoziato. Però, per la guida della Commissione o del Consiglio, la premier italiana dispone di un asso che può mettere tutti d’accordo: il suo nome è Mario Draghi.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.