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L’UE sul fronte dei diritti fondamentali. Ma l’Italia resta a guardare

di Rosario Sapienza

 

Il 2 dicembre 2020 la Commissione europea ha pubblicato la sua Strategia per rafforzare l’applicazione della Carta europea dei diritti fondamentali [COM (2020)711], in occasione del ventesimo anniversario della proclamazione della Carta, che cadeva il 7 dicembre scorso.

Può essere utile ricordare qui che la Carta è pensata come un complemento ai tanti documenti nazionali e internazionali sui diritti umani e che essa impegna al suo rispetto in primo luogo le istituzioni dell’Unione e in secondo luogo gli Stati membri quando applicano il diritto dell’Unione.

Ciò ha dato luogo a non pochi problemi applicativi che non è questo il luogo per affrontare, per fortuna del cortese lettore.

Tuttavia, l’applicazione della Carta da parte degli Stati membri è ben lungi dall’essere soddisfacente. E dunque, per la seconda volta (la prima fu nel 2010) la Commissione propone una Strategia, cui si atterrà nei prossimi anni, per incentivare e monitorare la performance degli Stati membri.

Tanto più – la Commissione lo ricorda in esordio – che nuovi problemi si sono posti nell’ambito europeo in materia di diritti umani: i diritti dei migranti, i diritti di tutti nella pandemia da COVID 19, i diritti e la rinnovata politica di protezione ambientale del Green Deal, i diritti e la rivoluzione digitale.

Per fare tutto ciò, la Commissione perseguirà quattro direttrici d’azione, volte a promuovere l’effettiva applicazione della Carta negli Stati membri: puntare decisamente sul ruolo delle organizzazioni della società civile, dei difensori civici, dei professionisti del diritto; far diventare la Carta la bussola che indichi la giusta direzione alle istituzioni dell’Unione; accrescere nella gente comune la consapevolezza dei diritti enunciati dalla Carta.

La Commissione europea ricorda pure come questo documento sia parte di una articolata strategia di promozione della democrazia nell’era digitale, insieme con il Piano d’azione per la democrazia europea [COM (2020)790] e il Meccanismo Europeo per lo Stato di diritto [COM (2020)580].

Ricorda pure la Commissione che l’adesione dell’Unione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (della quale si è celebrato sempre quest’anno il settantesimo anniversario) rimane un passaggio fondamentale della strategia dell’Unione per i diritti umani.

Tutto ciò rafforzerà il ruolo dell’Unione quale protagonista della protezione dei diritti umani sulla scena globale.

Pertanto, la Commissione si impegna, a partire dal 2021, a presentare un rapporto annuale sull’applicazione della Carta e ricorda che la sua proposta del 2018 per un Regolamento sulle Disposizioni Comuni per l’erogazione di finanziamenti europei nel periodo 2021-2027 [COM (2018)375] prevede che per accedere a questi finanziamenti gli Stati membri dovranno dotarsi, tra l’altro, di una serie di meccanismi di attuazione della Carta dei diritti fondamentali.

Si tratta di una circostanza da non trascurare, sia perché riguarda finanziamenti importanti (quali quelli della politica europea di coesione, ma anche quelli di sostegno alle politiche migratorie) sia perché l’Italia è uno dei pochi Paesi europei che presenta ancora vistose carenze in materia.

Tra i tanti ritardi che il nostro Paese ha infatti accumulato nel corso degli anni sui complessi dossier della tutela dei diritti umani, ce n’è uno che appare particolarmente grave. In Italia non abbiamo, né mai abbiamo avuto, una specifica istituzione nazionale a tutela dei diritti umani, nonostante i tanti inviti che abbiamo ricevuto da svariate organizzazioni internazionali e nonostante i «Principi di Parigi», incorporati nella risoluzione n. 48/134, adottata il 20 dicembre 1993 dall’Assemblea Generale Onu, ne facciano esplicita richiesta agli Stati.

Fin qui, però, poco o nulla si è fatto.

Abbiamo un Comitato interministeriale dei diritti umani che ha ben operato per oltre trent’anni, occupandosi di monitorare l’attuazione in Italia delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani e di redigere i rapporti periodici che lo Stato italiano è tenuto a presentare sulla loro esecuzione.

Ma non è, per l’esiguità dei compiti e le ridotte capacità di manovra, l’istituzione nazionale che l’ONU richiede di istituire. Nel Terzo Ciclo della Revisione Periodica Universale al Consiglio ONU per i Diritti Umani, che ha esitato il documento conclusivo a marzo 2020, l’Italia ha ricevuto 45 raccomandazioni sul tema e le ha accettate, impegnandosi a rispettarle. 

Ma ancora niente, ed è un problema. Anche perché i Principi di Parigi raccomandano (anche se non impongono, in verità) che le istituzioni in parola possano conoscere di reclami proposti da singole persone. Il che sarebbe di grande utilità, perché permetterebbe di sgravare il sistema giudiziario italiano, già in evidente affanno come dimostrano le ripetute condanne collezionate negli anni a Strasburgo, dall’onere di assicurare tutela ai diritti in tutte quelle situazioni che potrebbero formare oggetto delle competenze di un organismo nazionale.

Rosario Sapienza
sapienza@per.it

Direttore di Autonomie e Libertà in Europa, contenitore di iniziative e ricerche sulla protezione dei diritti umani nei diversi territori europei. Professore ordinario di diritto internazionale nell’Università di Catania, ha dedicato particolare attenzione alle politiche di riequilibrio territoriale dell’Unione europea, collaborando con la SVIMEZ. E’ vicepresidente di Coesione & Diritto, associazione per la tutela dei diritti umani sul territorio.

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