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Ma il terrorismo jihadista non è mai realmente scomparso

di Alessandro Maran

 

La storia, si sa, è tornata. È tornata la competizione internazionale tra le grandi potenze. Le lotte per lo status e l’influenza nel mondo sono tornate ad essere caratteristiche centrali della scena internazionale. È tornato il nazionalismo. È riemersa anche la vecchia competizione tra liberalismo e autocrazia, con le grandi potenze mondiali sempre più allineate in base alla natura dei loro regimi. Ed è riapparso (ma, a dire il vero, non se n’era mai andato del tutto) il conflitto, ancora più antico, tra gli islamici radicali e le moderne culture e poteri laici che secondo loro hanno dominato, penetrato e inquinato il mondo islamico.
Dopo la caduta del califfato dell’ISIS nel 2019, il terrorismo jihadista era scomparso dai titoli dei giornali internazionali. Con l’attacco terroristico della scorsa settimana alla sala concerti alla periferia di Mosca, è tornato, sollevando tutta una serie di domande: Che cosa si può dire del gruppo che ha rivendicato l’attacco, l’ISIS-K? Perché il gruppo ha aggredito la Russia? Il terrorismo jihadista è tornato a livello globale?
Propongo un girotondo di opinioni. In primo luogo sulla compagine terroristica. ISIS-K è un ramo dell’ISIS, la “K” sta per “Khorasan”, una regione storica che si estende nell’Iran nordorientale, nell’Afghanistan nordoccidentale e in gran parte del Turkmenistan (👉 https://www.britannica.com/…/Khorasan-historical-region…). Oggi, il gruppo è conosciuto come una filiale dell’ISIS in Afghanistan, dove ha intrapreso un’insurrezione jihadista contro i talebani al potere. In passato, mentre le truppe statunitensi lasciavano l’Afghanistan nel 2021, l’ISIS-K ha compiuto un micidiale attentato nell’affollato e caotico aeroporto di Kabul (👉 https://www.lemonde.fr/…/taliban-kills-mastermind…). Quest’anno, all’inizio di gennaio, l’ISIS-K ha colpito più lontano: come ha riferito Reuters, l’intelligence statunitense lo ha ritenuto responsabile di due devastanti attentati in Iran (👉 https://www.reuters.com/…/us-intelligence-confirms…/).
Per quanto riguarda i collegamenti tra ISIS-K e ISIS su scala più ampio, l’esperta di terrorismo e professoressa della Clemson University Amira Jadoon ha affermato, durante una tavola rotonda dell’ottobre scorso sull’ISIS-K ospitata da The Washington Institute for Near East Policy, che tra ISIS e ISIS-K sembra esserci un certo grado di collegamento organizzativo e finanziario (👉 https://foreignpolicy.com/…/isis-moscow-concert-hall…/). L’ISIS-K recluta da tutta la regione, ha detto inoltre Jadoon; e, riassumendo l’argomento principale di un libro sull’ISIS-K di cui è stata coautrice insieme ad Andrew Mines, ha affermato che “la selezione strategica delle alleanze da parte del gruppo, così come le sue rivalità con i gruppi locali, sono state assolutamente centrali non solo per la sua ascesa iniziale ma anche per la sua capacità di superare le perdite e poi risollevarsi dopo il 2021” (👉 https://www.rienner.com/…/The_Islamic_State_in…).
Perché attaccare la Russia? Come sottolinea Colin P. Clarke del Soufan Center in un’intervista con il redattore capo di Foreign Policy Ravi Agrawal, Mosca ha combattuto contro i ribelli musulmani in Cecenia e Daghestan, e l’Unione Sovietica ha condotto una guerra in Afghanistan per nove anni (👉 https://foreignpolicy.com/…/isis-moscow-concert-hall…/). L’editorialista di Bloomberg Marc Champion osserva inoltre che gli islamici estremisti “non fanno alcuna distinzione tra il colonialismo russo e quello occidentale. Per quanto riguarda lo Stato Islamico o al-Qaeda, gli interventi militari di Putin in Siria e Cecenia non sono diversi da quelli americani in Iraq o Libia”. Detto altrimenti, Putin ha dimenticato che lo Stato islamico lo considera parte dell’Occidente (👉 https://us-east-1.envoy.cirrus.bloomberg.com/…/moscow…).
Dunque, il terrorismo jihadista è tornato? Sul magazine online American Purpose (👉 https://www.americanpurpose.com/…/afghan-terrors-return/), Jeffrey Gedmin ripete una delle tesi contro il ritiro dall’Afghanistan: lasciando l’Afghanistan, sul posto gli Stati Uniti hanno anche lasciato le condizioni per l’inasprimento del terrorismo jihadista transnazionale (sul punto, in questo vecchio articolo osservavo che il ritiro americano “costringerà gli avversari dell’America – e dell’Occidente – ad affrontare i difficili problemi locali che avrebbero volentieri lasciato agli Stati Uniti”; che “la vittoria dei talebani potrebbe rivelarsi problematica anche per la Russia perché i gruppi islamisti del Caucaso, ostili al governo russo, potrebbero rifugiarsi proprio in Afghanistan, come hanno fatto in passato”; che “gli Stati Uniti non possono più permettersi di risolvere i problemi legati alla sicurezza a quegli stati che non perdono occasione per creare problemi agli americani. E se, andandosene dall’Afghanistan, creano loro qualche mal di testa, tanto meglio”: 👉 https://www.linkiesta.it/…/stati-uniti-afghanistan…/).
Scrivendo su The Conversation, Jadoon e Sara Harmouch ritengono che l’ISIS-K abbia ambizioni ben più grandi: “Prendendo di mira una grande potenza come la Russia”, scrivono, il gruppo “mira a proiettare un messaggio più ampio di intimidazione rivolto ad altri stati coinvolti in azioni contro lo Stato Islamico e a minare il senso di sicurezza dell’opinione pubblica. Inoltre, operazioni come l’attacco di Mosca cercano di consolidare la posizione dell’ISIS-K all’interno della più ampia rete del gruppo dello Stato Islamico, garantendo potenzialmente più sostegno e risorse” (👉 https://theconversation.com/how-moscow-terror-attack-fits…). D’altra parte, come appunto Clarke del Soufan Center racconta nell’intervista ad Agrawal di Foreign Policy, il terrorismo jihadista non è mai realmente scomparso. Si sa che sono gli attacchi in Europa a finire in prima pagina (gli attacchi nel mondo in via di sviluppo non causano lo stesso grado di allarme globale), ma i gruppi jihadisti governano, ad esempio, ampie porzioni di territorio nell’Africa occidentale.
L’attacco di Mosca ha rivelato la debolezza delle potenze mondiali di fronte al terrorismo jihadista? Non necessariamente, secondo Daniel Byman, professore della Georgetown University e senior fellow del CSIS | Center for Strategic & International Studies, che nel corso dell’ultima puntata di GPS, ha sottolineato appunto che gli Stati Uniti hanno avvertito la Russia del pericolo in anticipo, il che suggerisce che l’intelligence americana ha una certa capacità di monitorare efficacemente gruppi come questo (👉 https://edition.cnn.com/…/gps-0324-russia-isis-attack.cnn?). Allo Stimson Center, Arman Mahmoudian ipotizza che l’ISIS-K potrebbe aver preso di mira la Russia e l’Iran perché potrebbe sembrare che, tra le potenze mondiali, abbiano meno capacità di intelligence e di sicurezza o, nel caso della Russia, possono sembrare distratti da un’altra guerra (👉 https://www.stimson.org/…/moscow-attack-reflects…/). Infine, sempre parlando con Agrawal di Forein Policy, Clarke del Soufan Center esprime anche una certa preoccupazione. “La mia sensazione è che per quel che riguarda gli analisti antiterrorismo la panchina sia corta”, afferma Clarke. “Non voglio stare qui a dire che il terrorismo è una minaccia esistenziale, che il disastro è imminente. Esistono minacce reali che esigono risorse che sono limitate: la Cina, l’intelligenza artificiale… ma allo stesso tempo non dovremmo prendere i soldi destinati a una persona e usarli per pagare qualcun altro … Dobbiamo conservare molte di queste competenze (acquisite attraverso la cosiddetta guerra globale al terrore dell’America) perché se entri in un centro di intelligence e hai solo due o tre analisti che lavorano sulla questione, e alcuni di loro guardano ad Al Qaeda come, sai, “Ne ho sentito parlare al corso di storia”, è un po’ preoccupante per me” (👉 https://foreignpolicy.com/…/isis-moscow-concert-hall…/).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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