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Ma in Europa, si è notato un “effetto Draghi”?

di Michele Marchi

Osservando questo Consiglio europeo di fine febbraio 2021, occorre andare oltre un comprensibile sentimento di mesto déjà-vu. Di nuovo in video-conferenza, i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Ue, non hanno offerto l’immagine di un’Unione più forte, né più coesa. E il messaggio raggiunge, occorre ricordarlo, opinioni pubbliche sfiduciate e stanche da dodici mesi di chiusure, privazioni materiali, lutti e prospettive future piuttosto fosche.

Ebbene se si vuole razionalizzare e sfidare la complicatissima e anche un po’ deprimente contingenza, due sembrano essere gli elementi principali di riflessione. Il primo è di natura congiunturale e il secondo ha una dimensione strutturale e dunque di lungo periodo.

Il primo punto riguarda la cosiddetta “novità Draghi”. In realtà, come molti hanno rilevato, il nuovo Presidente del Consiglio italiano non è certo una new entry a Bruxelles. Ha partecipato per anni ai consessi europei come presidente della Banca centrale. Questa è però la sua prima presenza come leader “politico” del nostro Paese.

La domanda sorge spontanea: si è notato un “effetto Draghi”? L’impressione è che l’ex presidente della BCE abbia fatto sentire il suo peso e mostrato la sua autorevolezza. Si è colta in maniera evidente una vera e propria “scossa” impressa dal capo di governo italiano. Su tre punti in particolare Draghi è parso tranchant. Ha espresso tutta la sua contrarietà all’ipotesi di cedere vaccini da utilizzare fuori dall’Europa, in una fase così delicata per la pandemia nel Vecchio Continente.

Questo nemmeno troppo velato “prima gli europei” contribuisce anche a sgombrare il terreno dalla lettura del Draghi tecnocrate. Al contrario si è trattato di un messaggio “politico”, nemmeno troppo indiretto, per rassicurare opinioni pubbliche spaventate che spesso rischiano di cadere vittima di ogni genere di propaganda. La vicinanza del leader depotenzia le pulsioni radicali e populiste. Stessa fermezza nel ribadire la necessità di prolungare oltre il 12 marzo il provvedimento che blocca le esportazioni di vaccini per le aziende farmaceutiche che non abbiano prima ottemperato alla corretta distribuzione degli stessi in base ai contratti sottoscritti. E infine di grande efficacia è apparsa la doppia “strigliata” rivolta alla commissione von der Leyen e ai Paesi membri.

Draghi ha ribadito quanto sia inutile continuare a ripetere che le case farmaceutiche, e in particolare AstraZeneca, sono in ritardo, quando in realtà i primi ad essere in ritardo sono i Paesi membri nei piani di vaccinazione. Rispetto ai cinquanta milioni circa di dosi consegnate, meno di trenta sono state somministrate. E tali responsabilità sono tutte in capo agli Stati nazionali. D’altro canto, Draghi non ha nascosto la sua irritazione nei confronti della presidenza della Commissione quando quest’ultima ha mostrato le ottimistiche tabelle relative alle consegne di dosi di vaccino per il secondo semestre dell’anno, sottolineandone la scarsa credibilità dopo i numeri disattesi del primo semestre.

L’impressione complessiva è quella di un volontarismo ed un’autorevolezza che ci si potevano attendere, ma che è estremamente positivo trovare confermati nel nuovo inquilino di Palazzo Chigi. Se dal breve periodo allarghiamo lo sguardo alla dimensione strutturale, il recente Consiglio europeo ha confermato il vero e proprio effetto “disvelamento” della pandemia. Lo shock Covid-19 ha mostrato il livello di interconnessione e di totale interdipendenza tra i Paesi dell’Ue. Il simbolo di tale presa di coscienza è rappresentato dalla Germania di Angela Merkel. Il suo europeismo “eroico” nasce da questa constatazione.

L’immersione in un sano realismo ha prodotto la svolta della fase aprile-dicembre 2020. Tutta l’architettura economica, ma anche giuridica ed istituzionale, alla base del Recovery fund e di Next Generation EU è legata a tale approccio. Non ci si sarebbe spinti così avanti sino a lambire la mutualizzazione del debito se non ci fosse stata una chiara presa d’atto dell’interdipendenza tra i Paesi dell’Ue, e in particolare tra quelli che condividono la moneta comune. Per essere ancora più espliciti: è stato l’incubo di un “rischio Italia” che si sarebbe in breve tramutato in “rischio Europa” a far assumere le iniziative del maggio scorso. Bisogna chiarirsi anche su un altro punto, anche questo reso limpido dalla pandemia: interdipendenza non è sinonimo di solidarietà. È pura utopia pensare che i membri dell’Ue abbandonino la logica dell’incontro/scontro e del braccio di ferro politico quando operano all’interno delle istituzioni Ue.

È un’altra la formula su cui puntare, quella della corretta, leale e fattiva cooperazione, come presa d’atto, appunto, dell’interdipendenza. Ebbene in questo senso il recente Consiglio europeo ha mostrato quanta strada vi sia ancora da percorrere.

Nonostante i ripetuti di richiami, provenienti dalla Commissione e anche da numerosi Paesi membri, si sta procedendo a chiusure di frontiere in maniera unilaterale. Allo stesso modo si è accantonato un franco ed efficace dibattito sul passaporto vaccinale. E infine l’auspicata autonomia produttiva sui vaccini, e in generale sui dispositivi sanitari così drammaticamente necessari, necessiterebbe di scelte condivise ed implementate secondo uno spirito cooperativo.

Con la sua drammaticità e la sua forza distruttiva, il Covid 19 sta spazzando via i dettagli e portando in superficie i veri nodi problematici, le contraddizioni di lungo periodo. E in questo senso razionalità e realismo sembrano essere gli unici strumenti per pensare ad una possibile uscita dalla crisi che l’emergenza sanitaria ha soltanto esacerbato. A un’Ue sottoposta a un bagno di sano realismo, corrisponde un’Italia che ha portato alla guida del suo governo un grand commis capace di affrontare, nel recente passato, momenti drammatici con razionalità e metodo. Si spera che il Paese sappia sfruttare questa occasione. L’effetto Draghi potrà essere una scossa per Roma almeno quanto per Bruxelles.

 

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Michele Marchi
marchi@per.it

Professore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna. Si occupa di storia politica dell’Europa del XX secolo con particolare attenzione per quella francese e per il rapporto tra politica e religione in Francia ed in Italia. Per Rubbettino ha pubblicato "Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a de Gaulle" (2012). Membro del comitato di redazione della "Rivista di Politica", della redazione della rivista "Ricerche di Storia Politica" e della rivista "Nuova Informazione Bibliografica".

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