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Ma in Iran Donald Trump non cerca la guerra

di Vittorio Ferla

 

«Ho ordinato l’attacco per fermare una guerra, non per cominciarne una. Il mondo è un posto più sicuro dopo l’uccisione di Qassem Soleimani». Donald Trump aveva spiegato così il blitz contro il leader militare iraniano. E, nonostante la sua fama di gran bugiardo, è assai probabile che stavolta il presidente americano abbia detto la verità. Certo, la sensazione iniziale è che Trump abbia agito sulla base dell’impulso dei “falchi” repubblicani. Tra questi i senatori Tom Cotton e Lindsey Graham che nei mesi scorsi hanno sempre sostenuto che l’inazione avrebbe soltanto peggiorato il comportamento dell’Iran. Secondo la Cnn, il loro messaggio era netto: «L’Iran comprende solo il linguaggio della forza: devi essere in grado di usarla se vuoi avere dei risultati». Una influenza rilevante nella scelta di attaccare a fini di deterrenza è stata esercitata anche dal segretario di Stato Mike Pompeo e da alcuni leader militari: anche il generale Mark Milley, capo dello stato maggiore congiunto dall’ottobre 2019, ha appoggiato la linea dei falchi.

Tuttavia Trump dice il vero quando afferma che la guerra non è nelle sue intenzioni. Per capirlo bisogna innanzitutto ricordare il licenziamento, nel settembre 2019, di John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale, animato da convinzioni imperialiste e guerrafondaie che lo hanno portato a scontrarsi con Trump sui dossier di politica estera più scottanti: Iran, Corea del Nord e Afghanistan. Ma anche le reazioni dei personaggi più influenti del mondo Gop, ovvero del partito repubblicano americano, aiutano a capire le intenzioni del presidente. Alcuni di loro – in particolare il conduttore di Fox News, Tucker Carlson e il senatore del Kentucky Rand Paul – hanno criticato l’attacco aereo su Soleimani. Proprio Carlson, leader dei repubblicani anti-interventisti, teme che «l’America possa procedere pesantemente verso una nuova guerra in Medio Oriente» ed evidenzia le potenziali insidie di uno scontro. Altri giustificano l’attacco come una iniziativa necessaria contro il regime islamista iraniano, ma proprio perché si tratta di una mossa limitata. Un punto chiave che ricorda a Trump le promesse di liberare gli Stati Uniti dal peso delle guerre in Medio Oriente.

Mike Cernovich, animatore dei social media di destra, figura influente nei circoli online pro-Trump, aveva criticato gli attacchi in Siria, ma non è preoccupato per il recente blitz: «Non sono a favore, ma non sono certo contrario, e non sto andando fuori di testa». Il motivo è semplice: per Cernovich – come per altri – «l’intervento in Siria appariva come una ingerenza in una guerra civile con il rischio di trascinare gli Stati Uniti in un altro pantano. La rappresaglia per la morte degli americani in Iraq è giustificata, ma ci opporremo a una ulteriore escalation». Anche Seth Weathers, che in passato aveva coordinato la campagna di Trump in Georgia nel 2015, ha affermato che sosterrà gli attacchi aerei se l’Iran si vendicasse di Soleimani, ma non certo la guerra di terra perché «farebbe incazzare molte persone». Perfino il leader di Turning Point Usa, Charlie Kirk, un attivista che diffonde il verbo di Trump nei campus universitari, ha twittato: «Questo presidente ha proclamato chiaramente e con coraggio che le grandi nazioni non combattono guerre infinite. Spero che Donald Trump farà la cosa giusta come comandante in capo per evitare che gli Stati Uniti restino impelagati nella regione di sabbia e morte».

Il sentimento espresso da Kirk non è affatto isolato in America. Come spiega Alessandro Maran, già senatore del Pd ed esperto di politica internazionale, «è da un pezzo che gli americani vogliono tornare alla “normalità” e che le amministrazioni Usa, compreso Obama, fanno a gara per rassicurare gli americani che baderanno alla politica interna, occupandosi di politica estera il meno possibile. Specie dopo i fallimenti in Afghanistan e in Iraq». Gli Stati Uniti non vogliono mandare più i propri giovani a morire in guerre complicate e interminabili. Trump è stato eletto anche per questo: anche lui è un “restrainer”. Come ha spiegato infatti Barry Posen, professore di scienze politiche al Mit, nel libro intitolato appunto Restraint, l’America deve fare meno nel mondo e investire soltanto in ciò che sa fare meglio, ovvero il controllo dei beni comuni globali attraverso la forza aerea e marittima (e il dominio dello spazio), riducendo le forze militari sul terreno.

Se questo è il clima avrebbe senso oggi un impegno militare in Iran? Come spiega Joseph W. Sullivan, già membro del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca dal 2017 al 2019, «a partire dal settembre 2019, gli Stati Uniti sono diventati un esportatore netto di petrolio, per la prima volta dagli anni 40. Da quel momento, pertanto, gli aumenti globali del prezzo del petrolio sono diventati positivi per l’economia degli Usa». «Questa novità – chiarisce Sullivan – impedisce all’Iran di colpire gli Stati Uniti con lo shock dei prezzi del petrolio: per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, interrompere il flusso di petrolio dal Medio Oriente non causerebbe danni agli Stati Uniti». Di fronte ad un avversario così modesto perché Trump dovrebbe fare la guerra?

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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