Ma l'allevamento e la zoonosi fanno parte della nostra storia evolutiva | Fondazione PER
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Ma l’allevamento e la zoonosi fanno parte della nostra storia evolutiva

di Deborah Piovan* e Roberto Defez**

 

 

È difficile restare lucidi quando si combatte un’emergenza. Ce ne rendiamo conto leggendo alcuni tentativi di spiegare la pandemia da SARS-CoV-2, che talvolta cadono in tentazioni deterministiche portate all’estremo.

 

L’esistenza del caso

Assistiamo ad un particolare tipo di naturismo che, concentrato a demolire un certo neopositivismo, pare dimenticare l’esistenza del caso come fattore connaturato – è il caso di dire – alla vita stessa e alla sua evoluzione.

Avere paura è legittimo; di più: è doveroso. Ci scopriamo vulnerabili e, se ci è consentito il paradosso, ciò è salutare. Uno dei pericoli da evitare è quello della paralisi, del fatalismo. Tanto per citare l’ormai famoso David Quammen, il cui libro Spillover abbiamo tutti riletto in queste settimane: “Tra le caratteristiche fondamentali dell’evoluzione […] c’è l’assenza di uno scopo. Pensare che tutto si muova con un fine significa cedere a una fallacia pseudoreligiosa, che può avere appeal dal punto di vista emotivo (“la rivincita della foresta”), ma è del tutto errata”.

È vero: molte zoonosi derivano da stretta convivenza tra animali e uomo, perché essa aumenta le probabilità che un patogeno casualmente mutato in direzione favorevole contagi l’uomo. Se poi casualmente si evolve la trasmissione da uomo a uomo, allora può partire l’epidemia.

Ed è vero: l’alterazione di habitat naturali ad opera dell’uomo ha in molti casi favorito le zoonosi. Gli esempi raccontati da Quammen sono parecchi, dalla crescita della popolazione di peromisco dai piedi bianchi che ha portato a una diffusione abnorme della malattia di Lyme nel nord est degli Stati Uniti, alle colonie di pipistrelli portatori di virus micidiali come Marburg e Nipah.

 

Un disegno denigratorio del sistema produttivo agricolo

Nel corso delle settimane di pandemia abbiamo assistito a numerosi tentativi di sfruttarla per contribuire a costruire un disegno denigratorio, disegno peraltro in atto da anni in maniera sistematica, ai danni dell’immagine del sistema produttivo agricolo.

L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di collegare l’apparizione del virus Sars-CoV2 alla diffusione degli allevamenti intensivi, sia per la loro supposta produzione di polveri sottili, sia per la loro caratteristica di intensificazione dei fattori produttivi.

Entrambe le accuse sono prive di fondamento, dati alla mano, ma rappresentano un rischio per l’immagine delle imprese del settore presso la pubblica opinione, e di conseguenza per la serenità con cui il decisore politico italiano ed europeo può operare per la promozione dell’intensificazione sostenibile dell’allevamento e dell’agricoltura, unica via sostenibile per l’economia del comparto agroalimentare del continente e del ambiente in cui esso opera.

Una delle accuse rivolte al settore degli allevamenti è quella di essere responsabile di buona parte del particolato sottile presente in atmosfera, fatto messo poi in sbrigativa correlazione con la diffusione dell’epidemia.

In realtà i valori di PM10 di origine agricola sono scesi del 30,3% nel periodo 1990-2018. I valori di PM2.5 di origine agricola sono scesi del 28,6 % nello stessi periodo (Donatello Sandroni in questo quaderno). Gli ossidi di azoto di emissione agricola sono calati del 17,7%, l’ammoniaca del 23,3% (ibidem).

L’intensificazione sostenibile, pertanto, mostra di avere degli effetti positivi misurabili sulla qualità dell’ambiente. La correlazione fra particolato e diffusione di Covid19, poi, non è affatto dimostrata, è un mero esercizio di fantasia.

 

L’intreccio tra allevamento e zoonosi

Allevamento e zoonosi si intrecciano molte volte nel corso della loro storia. Basti ricordare che, come scrive William McNeill nel classico La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, abbiamo in comune con i bovini una cinquantina di malattie, più o meno altrettante con le capre e le pecore, una quarantina con i maiali, ventisei con i polli: tutti animali che abbiamo iniziato ad allevare migliaia di anni fa. Con loro ci siamo evoluti, con le loro malattie abbiamo imparato a convivere e da esse a difenderci.

È un’evoluzione non solo strettamente biologica, ma anche culturale: l’allevamento fa parte della storia del nostro sistema immunitario, ma anche delle nostre tradizioni culturali. L’influenza – termine non casuale – che esso ha avuto nello sviluppo delle nostre civiltà è innegabile. Non mancano scoperte scientifiche che possiamo attribuire alla nostra tradizione di allevatori: non per niente il vaccino ha questo nome, perché scoperto grazie alla contaminazione fra allevatori e vaiolo bovino, è stato successivamente messo a punto e si porta ancora dietro quel nome.

 

L’importanza delle norme igieniche

Da allevatori abbiamo anche imparato l’importanza delle norme igieniche. Pensare di paragonare i moderni allevamenti che troviamo in Italia e in Europa alle situazioni di malsana promiscuità tutt’ora esistenti in alcune zone più arretrate del sud-est asiatico è fuori luogo.

I nostri allevatori hanno da tempo imparato a proteggere se stessi e i propri consumatori e a tutelare il benessere dei propri animali. Questo grazie al progresso nelle conoscenze e all’implementazioni di sistemi ispirati al rispetto di principi di etica, chiaramente normati a livello europeo.

Ci potremmo fermare un attimo a guardare quanta strada abbiamo percorso. Nel 1956 sono state liberate le ultime case nei Sassi di Matera: lì la commistione tra animali e uomini era spaventosa, con gli escrementi animali che fungevano da riscaldamento del tugurio.

Oggi la nostra cultura ci rende inaccettabile la scomparsa di tante vite umane per la pandemia. Ma in Africa o in India queste morti non vengono nemmeno conteggiate essendo meno del 1% dei morti per malaria: le malattie trasmesse dalle zanzare causano annualmente 725 mila morti al mondo.

La nostra cultura ci rende insopportabile la scomparsa di ultranovantenni per il coronavirus perché, come ricordava Philippe Daverio, noi nasciamo anche dalla fuga di Enea dal rogo di Troia. Una fuga nella quale l’eroe non può che caricarsi sulle spalle il vecchio padre Anchise, ossia anche la memoria e le tradizioni. Ma tradizioni portate in un nuovo mondo, cultura che non resta ferma e paralizzata, ma che si muove e si adegua ai tempi mutati.

 

La capacità di adattamento e di innovazione

Facciamocene una ragione: abbiamo iniziato migliaia di anni fa a modificare piante e animali, e loro hanno modificato noi, la nostra biologia, il nostro sviluppo fisico, le nostre civiltà. Siamo legati a doppio filo all’agricoltura e all’allevamento. È un processo da cui non si torna indietro.

Ci siamo evoluti raffinando la nostra capacità di adattarci al cambiamento, usando la cultura e quindi l’innovazione: a chi impaurito cerca di far fare un passo indietro alla nostra civiltà, raccomandiamo invece di farne due avanti. In fondo, per quanto ne sappiamo siamo l’unica specie che ha trasformato in etica la propria istintiva e naturale convenienza di gruppo.

McNeill ricorda che le epidemie sono sempre state catalizzatrici di eventi storici significativi: prendiamo le redini di quanto troveremo alla fine di questa epidemia e governiamo le nostre esistenze. La presenza della specie umana su questo pianeta è qualcosa di extra-ordinario, richiede l’applicazione di tutto il nostro ingegno per essere gestita nel rispetto dell’ambiente e delle altre forme di vita, richiede coraggio extra-ordinario.

 

*Deborah Piovan, imprenditrice agricola, laureata in Scienze Agrarie presso l’Università di Pisa, con diploma della Scuola Superiore di Studi Universitari Sant’Anna di Pisa. Ha ricoperto vari ruoli di rappresentanza nell’associazionismo agricolo. Si occupa di divulgazione delle tematiche relative all’innovazione nel settore agricolo, in particolare dell’accettazione da parte della società delle biotecnologie per il miglioramento genetico. È membro del Consiglio dell’Associazione Luca Coscioni, della Società Italiana di Genetica Agraria, dell’Accademia dei Georgofili e della rete SeTA.

**Roberto Defez è primo ricercatore all’Istituto di Genetica e Biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del CNR di Napoli, dove dirige il gruppo di ricerca di Biotecnologie microbiche. È membro dell’Associazione Luca Coscioni, dell’Accademia Nazionale dell’Agricoltura e della rete SeTA.

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