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Mario Draghi tra atlantismo e ricostruzione economica

di Amedeo Lepore

 

L’intervento di Mario Draghi al “Global Solutions Summit 2021” di fine maggio ha delineato, con una chiarezza non sempre colta dai commentatori, i cambiamenti del contesto internazionale e il ruolo che può concretamente svolgere l’Italia. È, infatti, su questo asse che si snoda la parte più rilevante della strategia del Presidente del Consiglio, interessato a ricomporre la frattura di questi anni tra il nostro Paese, la sua politica e le dinamiche mondiali. Dall’orientamento del Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale alle scelte di decisa ricollocazione euroatlantica, fino alle posizioni da leader europeo determinato a valorizzare il ruolo dell’Italia, Draghi ha fatto intendere a quale livello voglia giocare la sua partita. Del resto, dopo una pausa del processo di globalizzazione e l’avvio di una riorganizzazione delle catene globali del valore su basi più ristrette, gli effetti della pandemia stanno spingendo verso nuove forme di multilateralismo.

 

Riannodare le fila della globalizzazione

La ricerca di una soluzione ai complessi problemi scaturiti dalla crisi sanitaria, dal mutamento climatico e dall’ampliamento dei divari e delle disuguaglianze ha mostrato l’inadeguatezza dei sistemi chiusi e la necessità di riannodare le fila della globalizzazione. Inoltre, la guida del cambiamento di paradigma assunta dal nostro Paese, con la presidenza del G20, è strettamente connessa alla prospettiva indicata da Draghi, secondo cui: “Il mondo ha bisogno del mondo intero e non di un insieme di singoli Stati”. Dopo un periodo di enfasi eccessiva su fenomeni di deglobalizzazione rivelatisi infondati, come ha scritto Daniel Gros su “Project Syndicate”, si è tornati a prevedere la ripresa di un processo esattamente opposto: l’inizio di una nuova globalizzazione.

Alcuni osservatori immaginano l’apertura di un “superciclo” differente dal passato, fondato sulla transizione verde e sull’innovazione digitale, con effetti sulla domanda e sull’offerta. Nel breve termine, a seguito del lockdown, la spesa dei consumatori nei Paesi ricchi è passata dai servizi ai prodotti, facendo aumentare la richiesta di materie prime e provocando ripetute tensioni sui prezzi. In questo quadro, tuttavia, è stato possibile contribuire, con una riapertura delle attività più rapida delle attese, anche all’innalzamento degli investimenti e al risveglio dell’economia. Nel lungo termine, l’attuazione dei piani di intervento pubblico e il rilancio dei processi di accumulazione produttiva rappresentano, insieme alle riforme di sistema, una poderosa leva di potenziale sviluppo e benessere.

Il “Centre for the New Economy and Society” del World Economic Forum, nel white paper dedicato ai percorsi politici per una trasformazione economica, ha proposto una via di uscita dalla “prospettiva globale altamente incerta” indotta dalla crisi pandemica. Nel documento si sostiene che le sfide attuali richiedono una rigenerazione economica di dimensioni senza precedenti, sottolineando la possibilità che l’emersione di nuovi settori guidati dall’innovazione, insieme a una progressiva metamorfosi degli ordinamenti fiscali, delle competenze e del mercato del lavoro, delle opportunità sociali e delle capacità di resilienza, dia impulso a un nuovo modello di crescita.

Il consolidamento di questo scenario necessita di una svolta e di un coordinamento internazionale negli approcci di politica macroeconomica anche su altri versanti, come quello dell’indebitamento pubblico e dei rischi di inflazione nei Paesi più avanzati, o quello della diffusione del Covid e della fragilità sanitaria nei Paesi più indigenti. L’accordo del G7 per un’aliquota globale minima del 15% per la tassazione delle multinazionali Big Tech è, come ha affermato Draghi, un “passo storico verso maggiore equità e giustizia sociale”, che deve essere rafforzato da indirizzi e misure adeguate per affrontare le povertà e le disuguaglianze a livello mondiale.

 

Il nuovo multilateralismo e il ritorno della prospettiva euro-atlantica

L’Italia può inserirsi a pieno titolo in questo contesto, avvalendosi di un’azione efficace di governo. Il nostro Paese non ha solo un presente in marcia, ma pure un passato da cui attingere. Negli anni del dopoguerra, l’età dell’oro fu considerata un vero e proprio miracolo perché fu in grado di unire due politiche diverse, quella della stabilità finanziaria e dell’apertura ai mercati esteri con quella dell’intervento pubblico e degli investimenti. È presumibile che la scommessa di Draghi di guardare a una nuova fase della globalizzazione e, in questo ambito, di puntare a una rinnovata competitività dell’Italia nel suo insieme, Nord e Sud, colga nel segno dei processi in corso e possa corroborare le speranze di un sovvertimento positivo del nostro destino.

Due aspetti essenziali della strategia del Presidente del Consiglio appaiono dirimenti e rimandano esplicitamente al periodo successivo al secondo conflitto mondiale, quando fu indispensabile ricostruire l’economia devastata dagli eventi bellici attraverso un poderoso programma di ripresa e, al tempo stesso, superare l’isolamento dispotico del regime fascista, collocando prontamente l’Italia in un sistema di alleanze internazionali. Draghi ha prefigurato la sua scelta per un nuovo multilateralismo e per una chiara prospettiva euro-atlantica fin dal suo insediamento. Nelle dichiarazioni programmatiche alle Camere, il premier ha fatto preciso riferimento alla nascita del governo “nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori”.

Queste affermazioni sono state pronunciate prima dell’indicazione, contenuta sempre nel discorso del 17 febbraio al Senato, dell’irreversibilità della scelta dell’euro e della sempre maggiore integrazione dell’Unione Europea, anche in direzione di un bilancio comune, evidenziando uno stretto legame tra la storia dell’Italia e il suo futuro. In quella circostanza, infatti, Draghi ha ricordato che la linea europeista e atlantista scaturisce dalle decisioni del dopoguerra e ha seguito un percorso capace di apportare “benessere, sicurezza e prestigio internazionale”, facendo del nostro Paese quello che è oggi. Lo scenario di un’ulteriore apertura internazionale, di un multilateralismo attivo ed efficace, di una cessione di sovranità nazionale per acquisire sovranità condivisa non è un sintomo di debolezza, ma la dimostrazione che non c’è forza nella solitudine: al contrario, “c’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”.

 

I pilastri della politica estera italiana

L’orientamento atlantista si è consolidato nel corso di questi mesi, con la sistematica attuazione della visione globale alla base della formazione di questo governo e con il dispiegamento di una linea distante da quella oscillante e a tratti avventata, sul piano delle alleanze, delle precedenti compagini. L’evenienza per la consacrazione di questa prospettiva, durante l’ultimo G7, è stata l’incontro bilaterale tra Mario Draghi e Joe Biden sulla spiaggia di Carbis Bay, quando il nostro premier ha ribadito che “i due pilastri della politica estera italiana sono l’europeismo e l’atlantismo”, asserendo che, mentre mutano molte cose, a cominciare dalla situazione politica, la collaborazione strategica con gli Stati Uniti è destinata a non cambiare mai.

Questo confronto non è stato caratterizzato solo da dichiarazioni di principio, ma anche dalle proposte di Draghi per la riforma e il rafforzamento delle organizzazioni internazionali, a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, recuperando, altresì, il ruolo centrale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per la crescita economica. È lo schema degli accordi di Bretton Woods e delle relazioni globali del dopoguerra, che si ripresenta nella realtà odierna, dopo la pandemia, con un rinnovato impulso al rilancio economico e alla trasformazione della società e degli assetti produttivi, commerciali e finanziari attuali. In quella sede, inoltre, i due Presidenti, proprio in occasione del centosessantesimo anniversario dell’avvio dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e l’Italia, hanno concordato pure un impegno comune per le sfide globali e per gli obiettivi di natura internazionale, riguardanti specialmente Cina, Russia e Libia o, più in generale, il “Mediterraneo allargato”.

In questo modo, si è sancita la definitiva conclusione dell’era trumpiana e l’inizio di una nuova fase della politica mondiale, orientata a ripristinare l’alleanza atlantica con nuovi protagonisti e a spalancare le porte a un sistema di relazioni a schema variabile, ma con un asse italo-americano all’interno dello scacchiere occidentale e un trinomio tra Francia, Germania e Italia alla guida del continente europeo. Il successivo incontro nella capitale tedesca tra Mario Draghi e Angela Merkel ha contribuito a chiarire ulteriormente il quadro dei rapporti internazionali e l’asse “profondo, duraturo e solido” tra Roma e Berlino. Si sta ristabilendo, quindi, la forma originaria delle collaborazioni tra i Paesi che generarono il processo di integrazione europea e appare superato il miope unilateralismo a supporto di intese come quella, ormai sulla via del tramonto, per la Nuova Via della Seta con la Cina, che, peraltro, si è vista congelare dal Parlamento europeo l’accordo denominato “Comprehensive Agreement on Investment”.

La nuova cruciale tappa di questa proiezione dell’Italia sulla scena globale è rappresentata dal periodo di leadership di Draghi al G20, accolto con estremo favore da Biden, che ha già elogiato la sua attenzione alle tre priorità di fondo costituite da persone, pianeta e prosperità. È la prima volta che il nostro Paese assume la direzione del più importante forum internazionale, caricandosi della enorme sfida della ripresa dell’economia mondiale dopo l’impatto pervasivo della crisi da Covid-19. La presidenza italiana, in questo ambito, si propone di incoraggiare un’azione centrata sulle necessità delle persone, guardando ai soggetti e ai territori più deboli, come al ruolo delle donne e dei giovani; su un rilancio in grado di garantire sempre maggiore sostenibilità, incentivando le energie rinnovabili e promuovendo la stabilità climatica e il miglioramento ambientale; su un benessere durevole, capace di colmare il divario digitale e incrementare la produttività, senza abbandonare nessuno all’arretratezza.

 

La ripresa economica

La risalita economica è l’altro caposaldo dell’iniziativa di Draghi, che lo avvicina, non solo idealmente, ai protagonisti della più fortunata stagione nazionale, quella della ricostruzione e dello sviluppo seguita alla seconda guerra mondiale, quando l’Italia riuscì a fare il doppio balzo in avanti del ripristino di una struttura produttiva distrutta e della trasformazione da Paese agricolo-industriale a Paese compiutamente industrializzato. L’epoca attuale, per certi versi simile a quella di una condizione postbellica, impone un nuovo processo di modernizzazione, che affronti coraggiosamente lo snodo di un mutamento sistemico. In questo orizzonte, si comprendono gli avanzamenti del pensiero e dell’iniziativa di Draghi, che, innanzitutto, ha ritenuto di fronteggiare l’emergenza pandemica attraverso una campagna accelerata di vaccinazioni di massa e un insieme di misure volte a sostenere i settori economici e gli strati sociali più colpiti, senza perdere di vista la connessione con provvedimenti di carattere più duraturo. Durante questa prima fase, il richiamo al “debito buono”, contrapposto a forme di spreco delle risorse e assistenzialismo, è servito a indicare la necessità di un impiego rigoroso e affatto sterile della spesa pubblica.

In un secondo momento, con la predisposizione della versione finale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, potenziato molto rispetto alle prime due stesure del precedente governo, Draghi ha puntato decisamente a interventi sul lato dell’offerta e al ripristino del processo di accumulazione per completare il percorso di recupero e rianimare la trama della crescita. Il Next Generation EU è espressione della scelta per una politica di investimenti, che può realizzarsi solo se saldamente intrecciata con una concreta strategia di riforme a livello nazionale e con un impianto operativo pronto a rivoluzionare i tempi e i modi di azione dell’amministrazione pubblica. Il modello delle sei missioni del PNRR (innovazione digitale, transizione ecologica, infrastrutture, formazione e ricerca, inclusione e coesione, salute) è molto diverso dalle programmazioni del passato, sia perché contiene obiettivi trasversali, a cominciare dagli interventi per Mezzogiorno, giovani, donne e disabili, sia perché è concepito come uno strumento da arricchire e precisare progressivamente, attraverso il dispiegamento successivo di bandi e progetti. Già entro la fine del 2021, sono previsti una trentina di piani di investimento e una ventina di riforme.

 

La rinascita nel segno dell’europeismo

Mentre scriviamo, l’approvazione a pieni voti del PNRR da parte della Commissione Europea e la presenza di Ursula von der Leyen a Cinecittà hanno permesso di vivere una “giornata di orgoglio” nazionale, che, pur essendo solo l’inizio dell’opera di attuazione del programma di ripresa, mostra per intero il mutamento di paradigma incarnato dal Presidente del Consiglio. L’Italia, in pochi mesi, è passata a essere, da Cenerentola del continente europeo, a interlocutore centrale e protagonista attivo dello scenario internazionale, nell’auspicio che possa perfino diventare “motore della crescita in Europa”. Un ribaltamento di prospettive di questa portata non era facilmente immaginabile, ma sta avvenendo. Il contesto italiano resta complicato, sia per la persistenza dei problemi economici, a cominciare dal rischio lavorativo e dall’impoverimento di vasti strati sociali, sia per la fragilità di indirizzo della politica e dei partiti, che denotano ancora l’inadeguatezza a un cambio strutturale.

Tuttavia, la situazione presenta segni di recupero e vitalità, soprattutto nei comparti manifatturieri e in alcune produzioni innovative, che, non appena la macchina del sistema economico italiano si è rimessa in moto, hanno segnalato una forte capacità di rilancio, spinta e risalita. Mario Draghi non è la riprova della necessità di un uomo solo al comando, tutt’altro. La sua opera ferma e lungimirante alla guida del Paese, appena all’inizio, può costituire un primo tassello per l’affermazione di una nuova classe dirigente, competente e aperta. Vi sono, infatti, esperienze individuali e collettive, maturate in luoghi diversi delle istituzioni, dell’economia, della cultura e della società, che possono contribuire, con una visione generale e un impegno risoluto, al rinnovamento e alla ricomposizione del sistema politico, al risanamento e al progresso dell’Italia.

L’idea della rinascita del nostro Paese non è un’ipotesi illusoria o una semplice figura retorica. In realtà, l’impostazione e l’elaborazione di Draghi sono una rappresentazione di un’esigenza nazionale: mettersi in discussione, riscoprire la possibilità di porsi all’avanguardia dei processi di trasformazione e tornare a svolgere un ruolo di riferimento a livello internazionale. Atlantismo ed europeismo, come prodotti della nostra storia e idea condivisa di futuro.

Amedeo Lepore
lepore@per.it

Professore di Storia Economica presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli e docente presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss – “Guido Carli” di Roma. È componente del Consiglio di Amministrazione e del Comitato di Presidenza della SVIMEZ. È stato assessore alle Attività produttive della Regione Campania. Ha pubblicato volumi e saggi, in Italia e all’estero. Tra i più recenti: "La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale: un modello per lo sviluppo economico italiano", Rubbettino; "Mercado y empresa en Europa", Universidad de Cadiz

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