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Max Weber cent’anni dopo

di Alessandro Cavalli

 

1. Metodologo per necessità non per vocazione

Max Weber è morto a causa dell’epidemia di spagnola nel giugno 1920 all’età di 56 anni. Quest’anno, 2020, all’insegna dell’epidemia del Covid19, si è anche conclusa l’edizione dei 45 volumi che raccolgono la sua opera omnia. Quando si celebrano i centenari è quasi d’obbligo porsi la domanda dell’attualità del pensiero o dell’opera di un autore un secolo dopo la sua morte. Ci sono probabilmente alcuni temi weberiani sui quali ha senso chiedersi se e quanto siano ancora attuali. Nell’ultimo secolo però le società umane sono cambiate così radicalmente e a ritmi così incalzanti quanto forse mai in tutti i secoli precedenti. A me sembra che, più che dell’attualità dei temi e dei risultati delle sue ricerche, abbia senso chiedersi se il richiamo a Weber serva per orientarsi per affrontare i problemi dell’oggi che sono diversi dai problemi di ieri. Sono convinto che quello che ci serve oggi è la nostra capacità di impadronirci del suo modo di pensare piuttosto che dei risultati delle sue ricerche. A partire dalla sua idea del posto della sociologia nel quadro delle scienze storico-sociali.

L’ultimo incarico di insegnamento assunto da Max Weber nel 1919 all’Università di Monaco era così intitolato: Scienza sociale (Gesellschaftswissenschaft), storia economica (Wirtschaftsgeschichte), economia politica (Nationaloekonomie). Precedentemente, prima della malattia che lo colpì al cambio di secolo, aveva ricoperto ad Heidelberg una cattedra di Economia e Scienza della Finanza (Finanzwissenschaft), prima ancora a Friburgo la cattedra era anch’essa di Nationaloekonomie. I suoi studi nella formazione universitaria erano stati prevalentemente nell’ambito del diritto e della storia delle istituzioni. Se stiamo quindi alle denominazioni formali dei suoi insegnamenti dovrebbero essere prima di tutti gli economisti e gli storici del diritto e dell’economia ad onorarlo quest’anno (2020) nel centesimo anniversario dalla morte.

Lo sviluppo storico dell’economia politica ha seguito vie diverse da quelle che aveva praticato Weber, mentre è stata la sociologia ad adottarlo come uno dei suoi padri fondatori. Non tanto però la sociologia immediatamente successiva alla sua morte, quanto la sociologia che ha in parte riscoperto Weber come classico della disciplina attraverso la lettura che ne aveva dato Talcott Parsons nel 1937. Non si toglie nulla all’importanza della riscoperta parsonsiana rilevandone l’unilaterale selettività. Weber serviva a Parsons nella costruzione del suo impianto teorico, ma nella sua lettura andava perduta l’intrinseca commistione della nascente sociologia con la storia, in particolare con la storia dell’economia, del diritto e delle istituzioni.

Giustamente molta attenzione è stata dedicata agli scritti epistemologici e metodologici anche se non bisogna dimenticare che Weber non si occupa di questi problemi in astratto, per un interesse primario e intrinseco; i metodi sono degli strumenti e il loro uso corretto dipende dalla loro adeguatezza agli scopi conoscitivi che emergono nel corso della ricerca. Il fatto che per Weber la riflessione metodologica non sia un fine in sé ma solo un mezzo non diminuisce per nulla la sua rilevanza fondativa per le nostre discipline e cioè le scienze storico-sociali. Che molti sociologi si siano dimenticati della storicità dei loro oggetti di ricerca è una prova dell’utilità di un richiamo costante all’insegnamento weberiano. Lo stesso dicasi per la contrapposizione corrente nella sociologia contemporanea tra il partito dei quantitativi e il partito dei qualitativi (o, meglio, dei quantitativisti e dei qualitativisti). Per Weber il dato deve essere fattuale, cioè empiricamente fondato e, infatti, parla della sociologia come di un’Erfahungswissenschaf, di scienza fondata sull’esperienza, non importa se il dato sia misurabile in base a qualche scala, oppure soltanto colto nelle dimensioni qualitative della somiglianza o differenza, dell’analogo e del diverso. Le sue ricerche empiriche lo stanno a documentare.

Anche i concetti “tipico ideali” sono il risultato di un’accentuazione unilaterale (einseitige Steigerung) di proprietà che il ricercatore seleziona dalla realtà empirica. Kantianamente è sempre il soggetto conoscente a compiere le scelte che conducono la ricerca, ma il ricercatore non può far violenza alla realtà. La lezione weberiana mi sembra ancora del tutto valida, bisogna però tener conto del fatto che il suo approccio alla concettualizzazione costruisce implicitamente una «tipologia di tipi ideali» i quali sono strumenti che il ricercatore costruisce per mettere ordine nel caos della realtà, non sono rappresentazioni della realtà. Weber parte dall’impostazione neo-kantiana di Rickert per il quale la realtà è ontologicamente un heterogenes continuum, cioè è composta da un’infinità di oggetti ognuno dei quali presenta un’infinità di aspetti. Solo il soggetto conoscente può orientarsi in questa doppia infinità selezionando in base ai propri criteri l’oggetto e la direzione della ricerca.

In quanto strumenti, i concetti non hanno validità in sé, la loro validità dipende dai risultati che si ottengono mediante il loro uso. Così, è un concetto tipico-ideale individualizzante quello di capitalismo moderno che serve a Weber per distinguere il sistema economico fondato sull’impresa razionale che utilizza il lavoro (formalmente) libero, dal capitalismo dell’antichità e dalle imprese puramente speculative ed è tipico-ideale, questa volta generalizzante, anche il costrutto dell’homo oeconomicus, caro all’economia neoclassica, il quale è tipico-ideale nel senso che non deve essere interpretato ipostatizzando che l’attore sia effettivamente razionale, ma utilizzato come caso-limite per cogliere come e in che misura la realtà empirica si scosti dal modello.

Certo, per rimanere nell’esempio del concetto di capitalismo, possiamo legittimamente chiederci se ha ancora un senso oggi utilizzare lo stesso concetto (nel senso attribuito da Weber) quando il valore delle transazioni finanziarie è un multiplo del valore delle imprese che producono merci e servizi e quando i grandi giganti del web accumulano ricchezze enormi vendendo informazioni ricavate dagli algoritmi. I concetti hanno spesso una grande inerzia e rischiano di sopravvivere alla realtà che volevano catturare. Stesso discorso vale per il concetto di homo oeconomicus che poteva avere un senso in un mondo di tanti piccoli imprenditori in concorrenza tra loro, ma oggi non serve più per cogliere i comportamenti di produttori e consumatori in un’economia oligopolistica. Anche i concetti hanno una loro storicità e possono adeguatamente servire sia che vengano trasformati in indicatori (in un approccio quantitativo), sia che servano per cogliere analogie e differenze (quindi in un approccio qualitativo)

 

2. Il valore aggiunto del metodo comprendente

Alla contrapposizione quantitativo-qualitativo corre parallela la contrapposizione tra procedimento esplicativo e comprendente dietro la quale c’è la distinzione tra natura e cultura e ci sono le corpose tradizioni delle Naturwissenschaften e delle Geisteswissenschaften. Weber chiaramente non nega la distinzione ma non la vede come contrapposizione. Alla base c’è una concezione antropologica che vede i fatti sociali come costituiti da azioni umane e quindi potenzialmente conoscibili attraverso la comprensione del senso che gli attori (ma anche gli osservatori) attribuiscono alle azioni stesse. Per spiegare (erklãren) le azioni umane abbiamo quindi a disposizione un percorso privilegiato, aggiuntivo attraverso la comprensione (verstehen), ma questo non mette in discussione il fatto che conoscere scientificamente vuol dire comunque spiegare, cioè ricondurre le conseguenze (gli effetti) alle condizioni o ai fattori che le hanno prodotte (le cause).

Quando si parla di comprensione ci si muove nell’orizzonte del senso che gli esseri umani attribuiscono alle loro azioni, alle azioni degli altri. Weber usa l’espressione “senso intenzionato” e infatti molto spesso le intenzioni ci aiutano a fornire una spiegazione causale o, meglio, la comprensione delle intenzioni ci esime dal ricercare altre spiegazioni causali. Se dico: “Caio è partito perché voleva fare un paio di giorni di vacanza”, attribuisco immediatamente alle sue intenzioni la causa della sua partenza. Il problema si complica quando l’effetto non è più imputabile alla intenzione-causa. E’ il caso degli effetti inattesi, sia “virtuosi”, sia, più spesso, “perversi”. Weber è ben consapevole che i calvinisti non avevano nessuna intenzione di promuovere lo spirito del capitalismo. Il senso della loro azione era la certitudo salutis, non l’accumulazione di capitale. Sono stati i loro successori a dirottare verso il denaro il senso del loro agire. Il concetto di “effetti non intenzionali” (già presente nel proverbio “la via dell’infermo è lastricata di buone intenzioni”) è a mio avviso uno snodo teorico cruciale della sociologia moderna e Weber è stato uno dei primi a coglierne la grande portata.

 

Comparazione e spiegazione

A proposito di modelli di spiegazione è importante sottolineare che Weber contempla la possibilità: 1. che i nessi causali possano essere esplorati in entrambe le direzioni, come in un circuito di azione-reazione-retroazione (ad esempio, le credenze religiose influenzano atteggiamenti e comportamenti, ma questi a loro volta condizionano le credenze e così all’infinito); 2. Non c’è mai una sola causa ma un intreccio-costellazione di cause e, quindi, 3. come ha ben chiarito Pietro Rossi, il modello di spiegazione causale si risolve in un modello di spiegazione condizionale.
Il grande disegno comparativo della sociologia delle religioni è orientato a spiegare come mai “solo in Occidente” si è sviluppata quella particolare forma di capitalismo dove l’aggettivo “moderno” serve a distinguerlo da altre forme di capitalismo che erano comparse nella storia. Weber prende in considerazione una pluralità di fattori che anche altrove avrebbero potuto favorire la nascita di qualcosa di simile e individua nello spirito del capitalismo, le cui origini sono rintracciabili nella religiosità di alcune varianti del protestantesimo, il fattore altrove mancante che invece è presente in Occidente.

La logica comparativa è utilizzata ai fini dell’imputazione causale andando alla ricerca della presenza/assenza di uno, o più, dei fattori che possono a seconda dei casi aver favorito od ostacolato l’insorgere dell’effetto. Non si può non intravvedere in questo approccio il modo di procedere dell’esperimento virtuale che aggiunge o elimina un fattore per osservare se l’effetto cambia o rimane invariato. La struttura logica del metodo comparativo usato da Weber non è diversa dalla logica del ragionamento controfattuale e dei modelli di simulazione. Quando Weber si chiede che cosa sarebbe stato della civiltà occidentale se a Maratona avessero vinto i persiani invece dei greci applica lo stesso modello di imputazione causale/condizionale.

Questa visione della causalità come condizionalità è coerente con l’idea che il mutamento può avere origine in diversi ambiti, o sfere, e poi diffondersi e ripercuotersi su altri ambiti e retroagire da dove era venuto. L’idea di complessità è già presente anche se Weber non è interessato ad elaborare una teoria della complessità. Egli si concentra sugli effetti prodotti da particolari credenze religiose sulla mentalità capitalistica e quindi sui comportamenti degli imprenditori e anche dei lavoratori, ma ciò non esclude che in altri casi siano state trasformazioni nella sfera della politica, ad esempio la vittoria di una fazione su altre fazioni, ad innestare mutamenti nell’economia, nel diritto ed anche nella religione, come quando intere popolazioni sono state convertite per volontà di chi esercitava o si era appropriato del potere. Solo la storia ci può dire, caso per caso, quali sono stati i fattori che si sono rivelati decisivi per produrre il cambiamento, solo la storia può servirci per dipanare il groviglio delle cause e degli effetti. E in questo non è neppure detto che anche il caso non giochi un ruolo talvolta decisivo.

 

Razionalizzazione e mutamento

Da quanto abbiamo visto risulta netta l’assenza di determinismo nell’impostazione della ricerca weberiana. Il passaggio a mio avviso decisivo per capire l’impianto teorico presente, anche se non esplicitato, è che il processo di razionalizzazione, ancorché pervasivo, non genera coerenza ma solo interdipendenza tra le diverse sfere. Ogni sfera è governata da una propria relativa autonomia (Eigendynamik o Eigengesetzlichkeit) anche se influenza e subisce le influenze delle dinamiche delle altre sfere. Il rapporto tra le diverse sfere è di tensione (Spannung), che talvolta diventa aperto conflitto.

Così, la fratellanza universale, predicata dalle religioni cristiane, entra in tensione con le esigenze dell’economia e della politica, anche se questa tensione può risolversi in un compromesso (come quando la Chiesa non solo giustificava ma praticava la schiavitù), oppure in irriducibile opposizione. Così le esigenze della politica entrano inevitabilmente in tensione/conflitto con le esigenze dell’economia e non si può mai dare per scontato l’esito di questa tensione. La regola non è mai l’equilibrio o l’armonia che non esclude però alleanze, tregue, armistizi e anche sospensioni più o meno temporanee delle ostilità. Ogni sfera non si riduce ad un rapporto unilaterale di dipendenza dalle altre sfere, la direzione del condizionamento non è fissata una volta per tutte: questo vuol dire Weber quando si rifiuta di contrapporre ad una visione unilateralmente materialistica una visione altrettanto unilateralmente spiritualistica. Non c’è posto per delle concezioni che vedano qualche forma di determinismo, sia pure anche solo «in ultima istanza».

Che la direzione dei nessi di condizionamento debba essere accertata e verificata in sede di ricerca storica di volta in volta e non una volta per tutte, non vuol dire che non si possano fare anche delle generalizzazioni capaci di cogliere tendenze di lungo periodo come nel caso del processo di razionalizzazione. Qui si tratta di descrivere/spiegare un processo storico di lunga durata, quello che noi oggi indichiamo come modernizzazione e che, come ci ha spiegato uno studioso weberiano come Eisenstadt, assume forme diverse, pervade tutte le sfere della vita e procede in modo tutt’altro che lineare ed omogeneo.

Parte dalla sfera della religione con l’eliminazione di ogni residuo di credenze e pratiche magiche, penetra poi in tutte le altre sfere producendo effetti che non hanno niente a che fare con la dimensione religiosa. In economia il processo di razionalizzazione si esprime come calcolo razionale nell’ambito dell’impresa capitalistica; in politica nelle istituzioni dello Stato burocratico moderno, nella sfera giuridica come diritto razionale, e non si arresta neppure nella sfera dell’arte, come illustra magistralmente Weber nel saggio sui fondamenti razionali della musica. Per Weber però l’avanzata del processo di razionalizzazione non significa “progresso”, anzi, le frasi conclusive del saggio sull’etica protestante, con la potente metafora della stahlhartes Gehäuse, sembrano quasi una concessione al Kulturpessimismus del tempo. Proprio oggi nel mezzo dei cambiamenti annunciati dalla pandemia dobbiamo riconoscere che la sua grandezza, e attualità, consiste proprio nell’essersi tenuto eroicamente lontano sia da visioni apologetiche sia da profezie di sventura.

Argomenti
Alessandro Cavalli
cavalli@ciao.it

Già professore ordinario di Sociologia all’Università di Pavia, ha diretto la rivista "il Mulino" ed è stato presidente dell'Associazione omonima, di cui è tuttora socio. Ha svolto e coordinato per l'Istituto Iard diverse indagini sugli insegnanti italiani (Il Mulino, 1992 e 2000).

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