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Medio Oriente, i rischi di un allargamento del conflitto

di Alessandro Maran

 

Il Medio Oriente è tornato una polveriera e sono in molti, sin dal 7 ottobre, a temere il possibile ampliamento del conflitto a livello regionale.
I segnali sono preoccupanti. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attentato in Iran. Israele ha ucciso il vice leader di Hamas in Libano e alla fine del mese scorso, ha ucciso un membro anziano delle Guardie rivoluzionarie iraniane in Siria. Giovedì gli Stati Uniti hanno colpito a Baghdad le milizie irachene appoggiate dall’Iran, apparentemente, come scrive Hélène Sallon su Le Monde, per mandare un messaggio all’Iran sugli attacchi per procura contro le forze statunitensi nella regione (👉 https://www.lemonde.fr/…/en-irak-les-etats-unis…). Resta poi da vedere se anche il partito armato Hezbollah (che è anche gruppo terroristico sostenuto dall’Iran e partito dominante della politica libanese) si farà trascinare nella guerra di Israele contro Hamas (👉 https://www.haaretz.com/…/0000018c-cc0f-dc35-adee…).
Gli sviluppi più preoccupanti si sono verificati nel Mar Rosso, dove i militanti Houthi sostenuti dall’Iran (impegnati in una lunga e violenta guerra civile per il controllo dello Yemen) hanno iniziato ad attaccare le navi mercantili internazionali. “Gli attacchi dei ribelli Houthi yemeniti alle navi mercantili dirette al Canale di Suez attraverso il Mar Rosso stanno causando una delle maggiori interruzioni del commercio mondiale dai tempi della pandemia di Covid-19”, ha scritto Cristina Galindo su El País e gli Stati Uniti, insieme agli alleati (Australia, Bahrein, Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Singapore e Regno Unito), hanno messo in guardia gli Houthi sulle “conseguenze”.
The Economist la definisce una “nuova crisi di Suez” (👉 https://www.economist.com/…/a-new-suez-crisis-threatens…) facendo riferimento al conflitto avvenuto nel 1956 tra l’Egitto e una coalizione composta da Israele, Francia e Regno Unito sulla penisola del Sinai (👉 https://www.britannica.com/event/Suez-Crisis). Sottolineando la sua grande importanza per il commercio globale, la rivista scrive: “Bab al-Mandab è uno stretto angusto tra l’Africa e la penisola arabica attraverso il quale normalmente scorre circa il 12% del commercio globale in volume, e forse il 30% del traffico globale di container. È diventata una zona off-limits poiché gli Houthi, con sede nello Yemen, attaccano le navi, apparentemente a sostegno dei palestinesi a Gaza”.
Sulla World Politics Review, Alexander Clarkson scrive: “Che il movimento Houthi alla fine acquisisse il potenziale bellico per paralizzare una rotta marittima cruciale per l’economia globalizzata sarebbe sembrato inverosimile quando fu fondato nel 1992 (…) Gli osservatori esterni sono stati colti di sorpresa dalla velocità con cui il movimento ha scelto lo scontro con le potenze globali in risposta agli eventi di Gaza (…) Con tutte le principali compagnie di navigazione che dirottano le loro navi lontano dal Mar Rosso e le tariffe assicurative che salgono alle stelle per le poche navi commerciali ancora disposte ad attraccare a (il porto yemenita di) Hodeidah, la minaccia dello scontro con gli Stati Uniti, gli europei e forse anche l’India ha portato a un ulteriore deterioramento delle condizioni di coloro che vivono sotto il dominio Houthi” (👉 https://www.worldpoliticsreview.com/yemen-houthis-red-sea/).
C’è chi ritiene che una guerra su vasta scala, che riproporrebbe come un incubo la prospettiva di un conflitto generalizzato tra i grandi e decisivi attori del mondo (come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti e il loro circuito di alleanze) non sia per il momento nell’interesse né degli Ayatollah né di Israele e che ci siano comunque anche molti fattori (economici, politici e militari) che lasciano sperare che gli attori del potenziale conflitto possano fermarsi un passo prima dell’apocalisse.
Si resta perciò appesi, scrive oggi Giuliano Ferrara, “ai lunghi, brodosi, insidiosi e lucidi discorsi del capo Hezbollah, Nazrallah, per saggiare la situazione e valutare il futuro militare e politico di un’area incandescente, in preda a un grande incendio, un complesso di forze fazioni e paesi che vive in un sentimento di odio reciproco senza apparente riscatto sul piano della diplomazia, degli interessi di stato”. Ma “il cuore della crisi”, sottolinea Ferrara, “è nella progressiva perdita di fiducia di Israele nella possibilità di convivere con i suoi vicini palestinesi. Questa perdita di fiducia, che ha motivazioni fortissime, è la vera tragedia sia per Israele sia per i palestinesi, è la vera minaccia oggettiva a una composizione dei conflitti, è la porta aperta su un allargamento del teatro di guerra”. “Hamas con la sua furia negazionista e la sua accanita e belluina rabbia contro gli ebrei – conclude il fondatore de Il Foglio – ha fatto rinascere non già la questione palestinese ma uno stato-guarnigione disposto a tutto perché non ha niente da perdere (👉 https://www.ilfoglio.it/…/israele-nella-bufera…/).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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