Mentre l'Africa ribolle, gli stati del Golfo si aprono al pragmatismo - Fondazione PER
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Mentre l’Africa ribolle, gli stati del Golfo si aprono al pragmatismo

di Alessandro Maran

 

Come ci ricorda Charles Dickens nell’incipit travolgente di uno dei suoi romanzi più famosi, “Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della follia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi…”. È sempre così. E se ci guardiamo attorno, ci sono sempre tante ragioni per deprimersi e altrettante per sperare e da cui ripartire.
La cattiva notizia di questi giorni (tradizione vuole che di fronte ad una notizia buona e a una notizia cattiva si cominci da quella cattiva) riguarda l’ondata di colpi di stato in Africa. La presa del potere la scorsa settimana da parte dei militari in Gabon, subito dopo un’elezione controversa, segna l’ottavo colpo di stato nell’Africa centrale e occidentale negli ultimi tre anni ( https://www.reuters.com/…/with-gabon-africas-coup-wave…/). Il golpe militare avviene poco dopo che una giunta ha preso il potere in Niger, un’altra ex colonia francese, a luglio.
Le critiche si sono appuntate soprattutto sull’impegno dell’Occidente (poco brillante, agli occhi di alcuni) a favore della democrazia e dello sviluppo economico nella regione (https://foreignpolicy.com/…/gabon-coup-military-africa…/). Su Der Spiegel, Heiner Hoffmann descrive il crescente sentimento anti-occidentale nella relativamente stabile ex colonia francese del Senegal, dove i giovani esprimono a Hoffmann il malcontento nei confronti del governo democraticamente eletto e della percepita dipendenza del loro paese dalla Francia. Hoffmann sottolinea “quanto Parigi sia impotente di fronte alle critiche”, alcune delle quali incentrate sull’influenza culturale ed economica, e “quanto i leader francesi siano ignari dell’umore del paese” (https://www.spiegel.de/…/anti-western-sentiment-growing…).
Sui motivi di quello che sta accadendo in alcune delle ex colonie africane francesi, sul magazine francese L’Obs, Sarah Diffalah ha intervistato Alain Antil, direttore del centro per l’Africa sub-sahariana presso il think tank francese Institut français des Relations Internationales, (che ha ripubblicato l’intervista senza paywall: https://www.ifri.org/…/coups-detat-afrique-putschistes…). Antil sostiene che i leader francesi sono stati sordi riguardo all’eredità coloniale. “Il discorso dell’allora presidente francese Nicolas Sarkozy a Dakar nel 2007, durante il quale dichiarò che ‘l’uomo africano non è sufficientemente entrato nella storia’ è stato percepito come uno schiaffo (…) Ancora di recente, (il presidente francese) Emmanuel Macron ha dichiarato che il Mali, il Burkina Faso e il Niger ‘non esisterebbero più’ senza le operazioni militari francesi. Senza rendersene conto, il presidente ha alimentato il risentimento”.
Antil concorda con l’ipotesi di Diffalah che ritiene possibile che l’Africa occidentale e quella centrale stiano vivendo una sorta di Primavera araba capovolta. Dopo che potenti forze sociali hanno spinto la regione verso la democrazia negli anni ’90, con l’incoraggiamento post-coloniale della Francia, Antil conclude: “Oggi siamo in una fase inversa” (https://www.nouvelobs.com/…/coups-d-etat-en-afrique-les…)
Una volta tanto, la buona notizia riguarda il Medio Oriente. Ovviamente, non tutto è tranquillo in Medio Oriente. La Siria rimane un disastro atroce; la guerra civile continua nello Yemen; e come ha scritto recentemente Steven A. Cook su Foreign Policy, le sorti dell’Egitto sono precipitate sotto il presidente Abdel Fattah el-Sisi (https://foreignpolicy.com/…/egypt-economy-debt-imf…/).
Ma in tutta la regione le cose sembrano migliorare. Sul Wall Street Journal, Eliot Brown e Rory Jones descrivono in dettaglio come le monarchie del Golfo, aiutate da un rimbalzo dei prezzi dell’energia, stiano attirando l’interesse globale con le loro palate di soldi (https://www.wsj.com/…/the-middle-east-becomes-the…). Una serie di accordi diplomatici tra ex rivali – per esempio, la distensione tra Arabia Saudita e Iran, mediata quest’anno dalla Cina, e gli Accordi di Abramo tra Israele e una manciata di paesi arabi, mediati da Trump – hanno posto il pragmatismo e la pace all’ordine del giorno, una svolta delineata da Albadr Alshateri su The Cairo Review of Global Affairs (https://www.thecairoreview.com/…/from-cold-war-to…/).
Nel numero di questa settimana, The Economist riflette sulle prospettive di durata di questo rilancio geopolitico (https://www.economist.com/…/the-gulfs-boundless…). Gli stati del Golfo stanno sperimentando un modello di “pragmatismo autocratico”, scrive la rivista, e ci sono chiari segnali che gli arabi in generale daranno più importanza alla prosperità e alla stabilità che alla democrazia (si segnalano le riforme liberalizzatrici, tra cui un maggior numero di donne alla guida in Arabia Saudita). In un briefing più lungo, l’Economist esamina queste tendenze, ma anche alcuni importanti avvertenze. La prima è che il Golfo cerca di diversificare le proprie economie basate sugli idrocarburi prima che il mondo passi all’energia verde, ma questo sforzo potrebbe fallire. Inoltre, vecchie spaccature e conflitti politici potrebbero riapparire: il conflitto israelo-palestinese potrebbe, ad esempio, divampare nuovamente e gli Stati del Golfo potrebbero, ad esempio, scommettere troppo sull’ascesa della Cina (https://www.economist.com/…/the-gulf-countries-want-to…).
Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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