Mentre Putin fa sparare i cannoni, l’Occidente usa le armi della finanza - Fondazione PER
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Mentre Putin fa sparare i cannoni, l’Occidente usa le armi della finanza

di Vittorio Ferla

 

Mentre Putin conduce una guerra arcaica, basata su una filosofia ottocentesca, con gli strumenti militari del 900, l’Occidente reagisce compatto con le armi moderne della finanza globale. Le sanzioni rapide e severe di Usa e Ue possono rappresentare per la Russia uno shock economico assai doloroso. Il 26 febbraio scorso europei e americani hanno annunciato, insieme ad altre misure restrittive, il congelamento degli asset della Banca di Russia che si trovano nei paesi del G7. Le riserve di oro e valuta della Banca centrale russa, cresciute negli ultimi anni fino a 643 miliardi di dollari, costituiscono la ‘Fortezza Russia’ che Putin ha costruito dopo l’annessione della Crimea. In questi anni la Russia ha sacrificato lo sviluppo sociale e il benessere dei suoi cittadini per garantire stabilità al rublo e ai conti dello stato. Oggi, però, le sanzioni occidentali rendono inaccessibile una parte di quelle riserve, pari a 250 miliardi di dollari. La paralisi imposta alla Banca centrale russa si aggiunge a sanzioni che bloccano l’ingresso di altre entrate. Una serie di banche russe sono state iscritte nella lista nera di America ed Europa. Il resto lo fa il blocco dell’accesso a Swift, il sistema di messaggistica che garantisce le transazioni finanziarie. Una misura che riguarda il 70% del mercato bancario del paese e che di fatto impedisce importazioni ed esportazioni.

Le armi economiche dei paesi occidentali sembrano perfino più letali di quelle tradizionali usate dall’esercito russo. Il rublo vale oggi meno di un centesimo di dollaro, mentre servono 128 rubli nel cambio con 1 euro. La Banca centrale russa ha portato i tassi di interesse da 9,5% al 20% per scongiurare la fuga di capitali e per proteggere i cittadini dai rischi di inflazione. Già venerdì scorso, l’agenzia S&P Global ha ridotto il rating del debito russo allo stato di “spazzatura” e i cittadini russi hanno formato lunghe code per prelevare denaro dai bancomat.

Nonostante la severità di queste misure, molti analisti sostengono che non saranno sufficienti. In primo luogo, perché, a differenza dei missili, le sanzioni non hanno effetto immediato. Poi, perché gli oligarchi potranno spostare risorse in altri paesi. Ancora: il mercato occidentale è fatto di un miliardo e mezzo di persone, ma poi ci sono gli altri mercati – primo tra tutti la Cina – con altri 6 miliardi di consumatori. Infine, le riserve finanziarie della Russia, per quanto ridotte, potrebbero consentirle comunque di resistere a lungo. Non è d’accordo con questa vulgata Rob Person, docente di Relazioni Internazionali presso l’Accademia Militare degli Stati Uniti a West Point, New York, e osservatore delle vicende della Russia post-sovietica. “La Russia ha dovuto esaurire le sue riserve piuttosto pesantemente dopo la crisi finanziaria globale del 2009-10 e dopo la recessione indotta dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2014 e dalle conseguenti sanzioni. Il che significa che questo non è un salvadanaio senza fondo”, spiega Person su Twitter. Dopo l’invasione del 2014, Putin ha utilizzato i fondi disponibili per sostenere i soggetti (tra cui le banche statali) presi di mira dalle sanzioni occidentali. “Non si trattava solo di stimolo economico, ma di sostegno politico per i suoi compari”, avverte Person, in quanto la corruzione che sta alla base del “controllo di Putin sulla direzione del flusso di risorse non è una caratteristica del sistema politico. È il sistema politico”. Con quei soldi “Putin minaccia i suoi compari di tagliarli fuori da tutto se non fanno come dice”. Alla fragilità di questa economia burocratico-mafiosa si aggiunge la dipendenza dalle entrate del petrolio e del gas. Questa aumenterà, avverte Person, “man mano che Putin spenderà i fondi per coprire un disavanzo di bilancio in espansione a causa della probabile recessione e dell’aumento delle spese militari”. In pratica, Mosca sarà sempre più sensibile all’aumento dei prezzi del petrolio. Inoltre, la capacità della Russia di sostenere sanzioni severe a lungo termine sarà limitata dalla riduzione degli investimenti occidentali nel paese. La debolezza di Putin sta anche nel fatto che la maggior parte degli investimenti per lo sviluppo in Russia viene dallo Stato e, spiega Person, “tutto il denaro che Mosca sta bruciando nella sua guerra contro l’Ucraina è denaro che non andrà mai a sostenere politiche che potrebbero effettivamente aumentare la crescita economica e lo sviluppo della Russia”. Insomma, andando avanti così, il salvadanaio della Russia è destinato a svuotarsi. Le debolezze croniche del paese – investimenti insufficienti, forza lavoro in calo, dipendenza eccessiva dalle entrate petrolifere e corruzione sistemica – non offrono incentivi alle riforme. Un quadro fosco che rende Putin consapevole che la Russia, gigante militare ma nano economico, non può competere alla pari con le altre grandi potenze. Ecco perché, secondo Person, “farà tutto ciò che può per abbattere il suo principale rivale geopolitico – gli Stati Uniti – e i suoi partner e alleati a livello globale”.

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Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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