Messina, il porto e lo Stretto. Nota a margine dell’iconografia di un mito - Fondazione PER
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Messina, il porto e lo Stretto. Nota a margine dell’iconografia di un mito

di Lucia Trigilia

“Nobile Siciliae caput” è l’antico motto che identifica la città di Messina. Nel 1841 Marco Malagoli Vecchi nel Mediterraneo illustrato descriveva la prosperità e la bellezza della città come inscindibilmente connessa con il suo porto: “il più commerciante di tutta la Sicilia: vi si vedono vascelli di tutte le nazioni, francesi, turchi, americani […] Il porto di Messina è per avventura il solo del continente in cui la natura abbia quasi fatto tutto da sé; essendo formato da una lingua di terra semicircolare, che gli abitanti chiamano il braccio di San Raineri; è tanto sicuro che i bastimenti si ormeggiano solo da un lato. La superficie delle acque di questo bacino è sempre quieta e liscia, mentre al di fuori le correnti e i flutti vengono a battere e a infrangersi contro quest’argine naturale lungo circa ottocento passi e largo ottanta.”

Il “Teatro Marittimo” di Messina, noto col nome di Palazzata, è descritto come “l’ottavo miracolo del mondo”, progettato per essere di eccellente architettura ma anche funzionale allo scambio delle merci nelle immediate vicinanze dell’ormeggio nel porto: “vi si ormeggiano davanti i bastimenti di modo che le merci possono esser subito messe in magazzino, poiché il pianterreno di quei magnifici edifici, che per la loro architettura regolare non formano che una sola fabbrica, serve di magazzini al commercio. Il moto continuo cagionato dal trasporto delle merci, l’aspetto del mare coperto da una quantità di vascelli d’ogni sorta, la vista di quella lunga serie di belle fabbriche da una parte del porto, quella del porto medesimo che si vede con un sol colpo d’occhio, e che è sormontato dai forti e più lungi dalle montagne della Calabria, tutti questi oggetti insieme uniti costituiscono un complesso dei più magnifici, che è per certo ciò che Messina offre di più ridente e di più bello”, conclude Malagoli Vecchi.

Il “teatro di palazzi” di Messina, capolavoro delle trasformazioni urbane d’epoca barocca, costruito tra il 1622 e il 1625 da insigni architetti, tra cui è Simone Gullì, viene distrutto dal terremoto del 1783. La lunga e compatta teoria di edifici che segue la falce del porto, come un’unica Palazzata, è interrotta solo da 18 porte. Questa eccezionale edificazione che incanta i forestieri è espressione del potere economico interpretato da una grande visione architettonica. La classe più facoltosa abita la teoria di palazzi, in cui vivono nobili e mercanti. Seta, damaschi e broccati sono le celebri mercanzie che attraggono vascelli dalla Toscana, dall’Inghilterra, dalle Fiandre, dalla Francia per il Levante. Ma non mancano i prodotti dell’agricoltura.

Per la condizione geografica sullo Stretto, Messina è considerata “claves insulae” e della città si vantano, oltre ai mercati, la straordinaria accessibilità, situata nella rete delle maggiori arterie di traffico dei porti mediterranei.

Il privilegio della posizione geografica e le potenzialità mercantili

Non sono solo i resoconti di viaggio e i primi libri illustrati sul Mediterraneo a tenere in gran conto Messina, che ha il privilegio di una imbattibile posizione e forti potenzialità mercantili, ma perfino gli stessi documenti pubblici di fine Ottocento, come rivelano ad esempio gli Atti del Consiglio Provinciale della città tra 1863 e 1923, studiati da Giuseppe Campione. Il sistema proposto si innesta in una rete che dovrebbe riguardare le province di Catania, Caltanissetta, Agrigento ed Enna. Altri riferimenti riguardano il sistema dei collegamenti verso Palermo, sistema che si analizza come proseguimento della ferrovia Eboli-Reggio che dovrebbe riguardare la costa settentrionale della Sicilia. Le comunicazioni ferroviarie e viarie sono oggetto di dibattito in molti altri Atti. Si vedano ancora quelli del 1881 in cui si discute per le spese della tratta ferroviaria Messina-Palermo. Essi rivelano una chiara consapevolezza del significato dei luoghi, della sua identità, della sua anima. E della potenzialità di rapportarsi con il resto dell’Italia, del continente europeo e i suoi porti principali. Ma non solo. Per tornare a quegli Atti, si parla di una capitale situata tra il Mediterraneo e l’Adriatico sulla rotta che deve seguire la rete commerciale da levante a ponente, da Nord a Sud. Chiari sono i riferimenti progettuali posti in relazione fin da allora col tema delle comunicazioni ferroviarie e viarie, i cui tracciati vengono previsti in relazione alla quantità e alla varietà di produzioni agricole e della confluenza su Messina dei territori extra provinciali.

La frattura del terremoto del 1908

Dopo l’Unità d’Italia si rivive una storia della città e del territorio circostante su cui sembrano gravare irrisolti i problemi di sempre: viabilità, ferrovie, traffici marittimi, attività economiche. Accadrà poi la terribile frattura del terremoto del 1908, ma al di là di quella spaventosa ferita nel corpo della città e nel tessuto di Reggio a noi sembra di ripercorrere una storia che arriva fino ad oggi per l’incapacità o la non duttilità di saper cogliere le occasioni che si presentano per Messina, descritta storicamente come la più fiorente città di Sicilia, nel Regno di Napoli seconda solo alla capitale. Si è parlato di rottura della continuità e di possibilità naufragate nella necessità polarizzante della ricostruzione. Il sistema di cui si parla dovrebbe creare una rete di moderni collegamenti che saldano il Sud con il Nord dell’Europa e dei continenti, ma il mito sembra affondare nella realtà. Nella incapacità delle varie classi dirigenti che si sono succedute al governo del paese di mettere a frutto un valore che esiste ed è reale: il sistema dello Stretto con le sue potenzialità non solo paesistiche ma anche economiche. Quel sistema si rispecchia per paradosso solo nelle vedute di eccellenti pittori e disegnatori antesignani. Una memoria visiva che val la pena di richiamare.

L’iconografia di Messina

Mi concentro allora sulle iconografie di Messina in età moderna, la cui ricchezza è tale da potersi dare qui soltanto qualche cenno, magari seguendo il filo conduttore che suggerisce di iniziare proprio da Antonello di Giovanni de Antonio, meglio conosciuto come Antonello da Messina. Il pittore tra i più grandi del Rinascimento dipinge per primo verso il 1455, nella Crocifissione di Sibiu (Museo di Bucarest) la sua città natale sullo sfondo del drammatico racconto rappresentato in primo piano. Già “idoleggia il giovane siculo, scrive Cesare Brandi, la straordinaria situazione della sua città, con i Peloritani e le Eolie”. Emergono da questa visione non solo gli aspetti paesistici più rilevanti, ma anche quegli elementi alla base della fortuna della città: il porto e lo Stretto. Per Cesare de Seta, come in altre tele di Antonello, inondate dalla luce del cielo e dai riflessi azzurri del mare, si riconoscono i colli peloritani, le mura, il Duomo, la grande falce del porto, la lanterna sulla punta più estrema del molo a definire il limite e allo stesso tempo il centro del porto. Nella Crocifissione di Anversa, pure firmata da Antonello e datata 1475, la peculiarità dell’ambiente messinese, caratterizzata sullo sfondo dalla sagoma dell’Aspromonte oltre lo Stretto, è molto di più che una felice suggestione. Recenti studi orografici mettendo a confronto, con la tecnica della sovrapposizione, le colline dipinte da Antonello con quelle reali hanno dimostrato che il paesaggio ritratto è molto probabilmente il panorama dello Stretto di Messina, visto dalle colline della valle del torrente Camaro. Ma altri dettagli sono pure riconducibili alla città dello Stretto, come il castello di Mata-Grifone. Oltre il braccio di mare illuminato dalla magia della luce e dal profilo dell’Aspromonte si intravedono le colline punteggiate di agrumi. Anche nella Crocifissione di Londra si vedono contesti periurbani che rimandano ancora a quelli messinesi. Antonello ha portato nei suoi dipinti ovunque è andato la luce abbagliante dello Stretto, l’azzurro di quel mare e i tratti urbani che più hanno identificato Messina. Pieter Bruegel nel suo viaggio della metà del Cinquecento esegue un disegno che, seppure nella dimensione fantastica, esprime un modo di percepire la città dominata dalle imponenti fortezze che la qualificavano tra le prime piazzeforti del regno. Nel 1644 Abraham Casembrot, pittore fiammingo, realizza una spettacolare Veduta dello Stretto di Messina conservata nel Museo nazionale San Martino di Napoli, che inaugura all’inizio del Seicento l’iconografia dello Stretto. Il dipinto ritrae meticolosamente la città intorno al 1670 con ogni particolare topografico, ma anche con un gran numero di velieri nel porto che danno l’idea di una città opulenta. E a proposito di velieri, non si può dimenticare Il porto di Messina dipinto da Jacob Philipp Hackert nel 1791 (Palazzo Reale di Caserta) in cui si vede una città che ha saputo rialzarsi dal terremoto del 1783, il cui scenario di distruzione con il Teatro marittimo cadente sta nelle bellissime incisioni del viaggiatore francese Jean Houel. Il dipinto di Hackert è una veduta del porto sullo Stretto e sulla Calabria popolato da numerosi velieri, tra cui uno con bandiera genovese, attraversato da operai intenti a trasportare barili che richiamano le attività del “porto franco”. 

  Il ponte un miraggio

È indubbio che quel braccio di mare tra la Sicilia e la Calabria abbia costituito in tutti i tempi lo sfondo di racconti mitologici di cui si è andato favoleggiando e di suggestioni vedutistiche dei migliori pittori e incisori. In epoca contemporanea ingegneri e architetti si sono esercitati sull’idea di unire stabilmente il tratto di mare abitato dai mostri mitologici Scilla e Cariddi. Tralascio l’opera ingegneristica e il dibattito ultradecennale del quale a ragione si è parlato in questo numero dei Quaderni e da cui si intravede il ponte ancora e solo come un miraggio o una fata Morgana. Mi soffermo invece su qualche contributo, tra cui il progetto visionario di Giuseppe Samonà, che ha per titolo: “la Metropoli futura dello Stretto”, frutto di “un concorso Internazionale di idee per un collegamento stabile viario e ferroviario tra la Sicilia ed il Continente”. Nel 1969 l’ANAS e le Ferrovie dello Stato avevano indetto il concorso per il quale il progetto di Samonà risultò il secondo classificato. “La Metropoli futura dello Stretto” è il titolo che di per sé rivela l’idea progettuale del grande architetto. Oltre a rispondere all’esigenza dell’attraversamento del braccio di mare con la soluzione del ponte, Samonà si occupa di tutto il suo territorio per le sue potenzialità. In questa occasione l’architetto elabora una serie di schizzi preparatori alla soluzione conclusiva del progetto che ha il suo focus sul Pilone e sul Ponte. Il grande Pilone pensato da Samonà non è solo un colossale elemento strutturale ma una architettura viva da abitare. Si tratta di una ipotesi visionaria di grande efficacia che contiene l’idea di fondazione di una nuova città contemporanea, la quale sembra aver azzerato l’esistente e ha il mare dello Stretto come focus. Il progetto richiama molteplici aspetti tutti fondamentali per l’assetto di quell’area: paesaggistici, urbanistici, di viabilità, di portualità e insieme infrastrutturali. L’attenzione sull’architettura dei Piloni, enormi elementi alti trecento metri, per loro natura funzionali ed essenziali al sistema strutturale, rivela una sintesi di paesaggio e urbanistica, di infrastruttura e architettura. La loro forma è frutto di una ricerca lunga e complessa che mette insieme tutte queste discipline, al di là della tipologia di ponte sospeso a due campate di cui si è discusso in questi anni. Quello di Giuseppe Samonà è stato giudicato un bellissimo progetto architettonico, forse non sufficientemente richiamato per la visione da cui muoveva e le soluzioni proposte. Che sull’area dello Stretto, inteso nel complesso come sistema paesistico, culturale, urbanistico ed economico di rilevante importanza dell’area mediterranea, si siano concentrate in epoca contemporanea grandi firme di architetti o di vere e proprie archistar lo conferma un altro progetto che guarda questa volta alla sponda della Calabria. Daniel Libeskind, l’architetto statunitense di Ground Zero dopo la caduta delle Torri gemelle, vincitore del concorso per il Museo ebraico di Berlino e autore di molteplici progetti come il padiglione di Osaka o il piano per l’Alexander Platz di Berlino, è pure autore nel 2011 di un progetto assai evocativo ma anche simbolo di contemporaneità: il centro direzionale di Villa San Giovanni e le architetture connesse al Ponte sullo Stretto, immaginato come polo di attrazione culturale destinato ad ospitare strutture espositive, commerciali, congressuali ed alberghiere, ma anche di rigenerazione urbana per il lungomare di Villa San Giovanni. Il progetto di centro direzionale da poter riproporre nell’area messinese è un valore aggiunto agli aspetti paesaggistici e urbanistici della costa calabrese interessata dalla possibile realizzazione del ponte. Da Ground Zero al Mediterraneo per “rappresentare la libertà di movimento”, è questo il messaggio di Libeskind che aggiunge: “l’opera di attraversamento dello Stretto di Messina crea una connessione unica tra le due coste, offrendo al contempo una nuova possibilità di sosta in un luogo straordinario, un luogo fatto di contemplazione ma anche di divertimento. Infatti, il ponte è di per sé un oggetto che unisce, simbolizzando la libertà di movimento”. Luogo di aggregazione e di incontro tra culture, questa è l’importanza e il significato del ponte del XXI secolo per Libeskind, che accomuna l’idea del ponte alla ricostruzione di Ground Zero a New York.  Una grande opportunità di valorizzazione del territorio, concepito come laboratorio culturale vivo e vitale, di cui il Ponte con le sue soluzioni ingegneristiche avanzate costituirebbe di per sé il principale polo di attrazione. Di fatto l’avanzata progettualità del Ponte sullo Stretto ha contribuito negli anni, non a risolvere i problemi di accessibilità di quell’area, ma all’affermarsi nel mondo di altri primati finora imbattuti. Il ponte di Akashi Kaikyò in Giappone, zona ad alto rischio sismico, è stato fino al 2022 il ponte sospeso più lungo del mondo. Ma oggi il primato va al ponte dei Dardanelli in Turchia, che con una luce centrale di 2, 23 km connette l’Europa all’Asia.

Forse un nuovo polo museale a Messina “città del ponte”

Mentre si va in stampa irrompe una notizia che è un auspicio, mentre tornano in mente l’idea del progetto di Giuseppe Samonà e quella del polo direzionale espositivo di Daniel Libeskind in cui si fondevano insieme memoria e contemporaneità, paesaggio e cultura, architettura e valori urbani, tradotti in una nuova economia. Si apprende che sono in corso interlocuzioni tra il Ministero della Cultura italiano, il Ministero della Cultura francese e il Centre Pompidou per la nascita di una nuova sede del MAXXI di Roma a Messina (che ha già una seconda sede all’Aquila). L’iniziativa rientrerebbe nel “dossier Stretto” che comprende pure l’annosa e dibattuta questione del ponte. Potrebbe aprirsi un nuovo scenario per fare della città un punto di riferimento del Mediterraneo con un grande polo museale il MAXXI-Med di importanza internazionale, che si dice dovrebbe contribuire alla costruzione dell’immagine e dell’identità della “città del ponte”.

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Lucia Trigilia
trigilia@per.it

Professore associato di Storia dell’Architettura Moderna nell’Università di Catania e Direttore scientifico del Centro Internazionale di Studi sul Barocco. Ha curato numerose iniziative editoriali ed espositive (a Roma, Parigi, Mdina, Strasburgo)  e ha coordinato il dossier scientifico per l’inserimento delle città del Val di Noto nella lista Unesco del “patrimonio dell’umanità”. E’ responsabile di progetti di rilevanza nazionale, come il PON NEPTIS, nell’ambito del Distretto Tecnologico dei Beni Culturali di Sicilia. Dirige “Annali del Barocco in Sicilia”.

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