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Midterm: la democrazia americana sotto stress, mentre Trump torna a sfidare Biden

di Vittorio Ferla

Democratici in ripresa rispetto ai repubblicani. Ma Joe Biden resta impopolare. Profonda insoddisfazione degli elettori per lo stato del paese. Sono questi i risultati principali dell’ultimo sondaggio di Nbc News in vista delle elezioni di midterm che si svolgono oggi negli Stati Uniti d’America. L’evento politico più importante del 2022 per la politica americana avrà conseguenze determinanti nei prossimi anni anche nel resto del mondo.

Nell’ultima rilevazione il 48% degli elettori si era espresso per la vittoria del Gop, il partito repubblicano (47% per i Dem). Dopo questo sondaggio, le parti sembrano invertite. Ma sono oscillazioni minime. Viceversa, la disapprovazione dei cittadini americani nei confronti del presidente in carica resta elevata. La cosa non deve stupire: le elezioni di metà mandato premiano tradizionalmente l’opposizione al governo. Le ragioni sono di solito due. La prima: gli elettori del partito del presidente partecipano di meno perché il controllo della Casa Bianca li tranquillizza anche di fronte all’eventuale perdita di controllo del Congresso. La seconda: l’elettorato si muove in occasione del midterm per bilanciare in senso opposto le politiche del governo in carica.

Il tasso di approvazione di Biden, oggi solo al 44%, è molto simile a quello di cui godevano i suoi predecessori Barack Obama (45%) e Donald Trump (46%) nei sondaggi di midterm precedenti. In quella occasione il loro partito perse il controllo di almeno una camera del Congresso. Né sorprende la distribuzione del consenso del presidente in carica. Joe Biden gode dell’apprezzamento degli elettori neri (il 78% sta dalla sua parte), dei latini (52%), degli elettori delle città (50%) e delle donne (48%). Il consenso precipita tra gli elettori delle periferie urbane (43%), gli uomini (38%), gli elettori bianchi (37%), i residenti nelle aree rurali interne (29%) e gli indipendenti dai partiti (28%). Un altro dato preoccupante riguarda la situazione degli swing states, ovvero gli stati che tradizionalmente oscillano tra democratici e repubblicani dove l’indice di approvazione del presidente non supera il 40%.

Ecco perché sarà molto interessante monitorare l’andamento di alcuni scontri particolarmente significativi. Una delle sfide più importanti è quella che riguarda la Pennsylvania, dove i sobborghi delle città costituivano fino al 2016 il Blue Wall democratico, saltato con l’arrivo di Trump. Qui si sfidano per un seggio al Senato il democratico John Fetterman, la cui campagna elettorale è stata penalizzata dall’ictus che lo ha bloccato per qualche tempo, e il repubblicano Mehmet Oz, celebre chirurgo che deve la sua fama alla conduzione di uno show televisivo che porta il suo nome. In Georgia, invece, la sfida per il Senato tra il democratico Raphael Warnock e il repubblicano Herschel Walker, entrambi di etnia nera, servirà per capire se il trend che favorì i democratici nel 2020 (Biden conquistò i grandi elettori dopo 28 anni dalla vittoria di Bill Clinton) fu solo un episodio o l’inizio di una nuova tendenza.

Ma la notizia più imbarazzante per Biden è che 53 americani su 100 disapprovano l’operato del presidente, 70 su 100 pensano che il paese stia andando nella direzione sbagliata e 81 su 100 sono preoccupati e insoddisfatti per l’andamento dell’economia statunitense. Insomma, sul cielo dei democratici sembra addensarsi un banco di nubi. 

L’appello di Joe Biden dei giorni scorsi è abbastanza angosciante: “Alle urne, per tutti noi sarà in gioco la democrazia”, ha detto il presidente in uno degli ultimi comizi. Le ragioni sono, almeno in parte, comprensibili. La frattura provocata dall’assalto alla Casa Bianca del 6 gennaio 2021 ha lasciato ferite profonde. C’è una larga parte dell’elettorato repubblicano che ancora oggi pensa che Biden sia un usurpatore e che Trump sia stato escluso per una congiura di palazzo basata sulla frode elettorale. La strategia di delegittimazione del voto da parte dei repubblicani continua anche in queste ore. Gli esponenti del Gop hanno aperto dei contenziosi in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin allo scopo di chiedere l’annullamento del voto postale, uno strumento utilizzato parecchio dall’elettorato democratico. Così, dei banali errori formali che dovrebbero essere interpretati a vantaggio della libertà di voto vengono utilizzati dal Gop per alterare i conteggi delle schede proprio negli stati considerati in bilico. Allo stesso tempo, in Florida, le nuove norme elettorali restrittive approvate per iniziativa del governatore Ron DeSantis hanno un impatto sproporzionato sugli elettori neri: rendono più difficile il voto per molti, possono provocare l’intervento della polizia a guardia del rispetto del procedimento elettorale e alimentano uno stato di confusione e di paura.

Questo clima di delegittimazione del risultato elettorale, inedito per la storia statunitense, getta un’ombra sinistra sul futuro della democrazia americana, sempre più polarizzata, proprio mentre Donald Trump lascia intendere che tornerà alla carica in vista delle prossime elezioni presidenziali. Allo stesso tempo, il rischio di esacerbare eccessivamente i termini della competizione potrebbe diventare un boomerang per i democratici. In occasione dell’assalto al Campidoglio le istituzioni federali hanno retto. Molti repubblicani hanno fatto da argine alle intemperanze fascistoidi dell’ex presidente quasi-golpista. Infine, è ancora da verificare che il ritorno di Trump possa davvero realizzarsi nelle forme e con i numeri del passato. La posta in gioco delle elezioni di midterm, per ora, sembra meno drammatica di quanto faccia credere la drammatizzazione dei democratici. Piuttosto, bisogna ammettere alcuni punti deboli che in questi giorni minano il consenso per l’amministrazione Biden. In primo luogo, l’esplosione dell’inflazione che negli Usa presenta caratteristiche molto diverse dall’Europa: l’aumento dei prezzi è stato alimentato da politiche di spesa eccessivamente generose, nate a giusto titolo per contrastare l’impasse dell’economia provocato dalla pandemia, con l’effetto però di drogare le dinamiche di mercato e di gonfiare a dismisura il potere d’acquisto dei consumatori. In secondo luogo, cresce la preoccupazione per la sicurezza. Negli ultimi mesi i democratici hanno cercato di porre un freno agli eccessi delle forze dell’ordine dopo i casi di omicidio di cittadini neri da parte di agenti della polizia. Tuttavia, l’esasperazione ideologica di queste giuste cause si è tradotta nell’adozione di politiche lassiste in materia di sicurezza e controllo del territorio. Con la conseguenza che oggi la criminalità è aumentata e che sono proprio i neri e i latini, i soggetti più indifesi, ad essere vittime di questa recrudescenza.

Non vanno infine sottovalutate le conseguenze delle elezioni americane sul fronte internazionale. Vale in special modo per le elezioni presidenziali, vale pure in buona misura per quelle di midterm, capaci di orientare l’indirizzo della presidenza nei rimanenti due anni di incarico. Ancora una volta, le preoccupazioni economiche dell’elettorato potrebbero avere un impatto sulle scelte di politica estera. Nel momento in cui le famiglie americane sono concentrate sulla difesa del proprio benessere l’impegno negli scenari di crisi – primo tra tutti, quello ucraino – potrebbe diventare un peso sempre meno sostenibile, come già accadde per l’Afghanistan. Gli americani potrebbero decidere di ripiegarsi su se stessi, nella logica dell’America First, chiedendo una riduzione degli aiuti economici e militari al governo di Kiev. Questo indirizzo unito al peggioramento della crisi della democrazia americana sarebbe un esito abbastanza inquietante per il resto del mondo occidentale. Ma farebbe la felicità di Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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