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Midterm, niente onda rossa repubblicana. E Trump teme l’astro nascente DeSantis

di Vittorio Ferla

 

“La decantata onda rossa non ha mai colpito la riva”. Questa frase di Dan Balz, autorevole firma del Washington Post, sintetizza bene – e con un sospiro di sollievo – il risultato delle elezioni americane di midterm. I repubblicani sognavano di fare della mappa federale un mosaico dominato dalle tessere rosse, come il loro colore ‘sociale’. Ma le tessere blu reggono. I repubblicani vanno verso il controllo della Camera con 197 seggi contro i 172 dei democratici (la maggioranza sta a 218). Al Senato per ora è pareggio: 48 seggi blu e 47 rossi. Con alcuni stati che potrebbero andare al ballottaggio. Nulla di nuovo: già il Senato uscente vive su un equilibrio perfetto (50 a 50), intaccato solo dal voto decisivo della vicepresidente Kamala Harris, democratica, che, in virtù della carica, ricopre anche il ruolo di presidente del Senato.

Come ricorda su Twitter il deputato del Pd Dario Parrini, nelle 11 elezioni di midterm che si sono svolte negli Usa dal 1982, “per 10 volte, quindi sempre, salvo che nel 2002, la maggioranza alla Camera è stata conquistata dal partito avverso al presidente in carica. E in tutti questi 10 casi il vincitore ha preso più seggi di quanti stavolta ne avranno i repubblicani”. Pertanto, conclude Parrini, “se davvero i Rep si fermano a 221 seggi su 435 è un dato clamoroso. Il precedente più basso risale al 1998: regnante Clinton, i Rep di Newt Gingrich ottennero la maggioranza alla Camera (che avevano preso nel 1994 per la prima volta dal 1955, e confermato nel 1996) conquistando solo 223 seggi su 435”. Donald Trump, che voleva una vittoria travolgente per giustificare il suo ritorno per le presidenziali del 2024, non ha molto di cui rallegrarsi. In Arizona e Nevada le gare decisive per il controllo del Senato sono ancora incerte. La Georgia dovrebbe andare al ballottaggio. La legge elettorale del Peach State – qui si producono le migliori pesche di tutti gli states – prevede che il vincitore debba raggiungere il 50% dei consensi. Altrimenti si va al secondo turno. Che si svolgerà a dicembre: potrebbero passare settimane prima di avere il quadro definitivo. In Georgia, il governatore uscente, il repubblicano Brian Kemp, ha vinto battendo per la seconda volta Stacey Abrams, celebre attivista per i diritti dei neri americani. Nel 2020 la Georgia, paese conservatore di tradizione schiavista, era stata cruciale per la vittoria delle presidenziali da parte dei democratici (Biden superò Trump con un risicato 0,3% in più). E se alla Camera, come da tradizione, i repubblicani hanno già conquistato 9 seggi sui 14 disponibili, al Senato la storia è diversa. Il democratico Raphael Warnock, senatore uscente, conduce con il 49,2% contro il repubblicano Herschel Walker (48,7%). Ciò conferma che le speranze di trionfo totale di Donald Trump sono state ridimensionate: la sua corsa verso le presidenziali del 2024 sarà piena di ostacoli.

Di sicuro, i democratici hanno tenuto meglio del previsto. Molto si deve agli elettori della Generazione Z, proprio mentre il Gop ha fatto il pieno dei voti degli over 65. “Il ricambio generazionale non sarà tenero con il Partito Repubblicano di Trump”, aveva dichiarato tempo fa al sito Axios John Della Volpe, direttore dei sondaggi presso l’Harvard Kennedy School Institute of Politics e Ceo della società di ricerca SocialSphere. Tra i 70 milioni di giovani americani nati a partire dalla metà degli anni 90 parecchi rifiutano gli eccessi del trumpismo. Un esercito elettorale importante che si ingrosserà ancora in vista delle presidenziali del 2024. “Il mondo salvato dai ragazzini” si potrebbe dire, rubando il titolo del romanzo di Elsa Morante: se gli Usa continueranno a fare la loro parte nello scacchiere globale a difesa delle democrazie lo dovremo pure al voto dei giovani zoomers americani. Proprio a rappresentare questa onda lunga dei giovani progressisti della Generazione Z arriva per la prima volta al Congresso Maxwell Alejandro Frost, un democratico di 25 anni, vincitore del seggio di Orlando nello stato della Florida. Frost si autodefinisce “giovane nero latino del sud”, viene dal mondo dell’attivismo ed è impegnato su temi tipicamente liberal: salario minimo, diritto all’aborto, assistenza sanitaria universale, ampliamento della Corte Suprema, restrizioni alla detenzione di armi da fuoco.

Nonostante la perdita della maggioranza alla Camera, buone notizie per i dem arrivano anche da alcuni stati chiave della rust belt – letteralmente “cintura di ruggine” – la zona nel nordest a forte concentrazione industriale dove Trump aveva sfondato nel 2016, rovesciando anni di dominazione democratica, e dove Biden ha recuperato nel 2020. In Pennsylvania, per esempio, il procuratore generale Josh Shapiro diventa governatore dello stato battendo l’avversario repubblicano Doug Mastriano, uno dei pasdaran trumpiani, in prima fila nella propagazione della Big Lie, la ‘grande menzogna’ che considera fraudolenta la vittoria presidenziale di Joe Biden. Ciò conferma un classico delle competizioni bipolari: il candidato moderato (in questo caso Shapiro) più facilmente può conquistare il consenso di elettori ‘centrali’ – indecisi, indipendenti e perfino repubblicani moderati – a scapito del candidato estremista. A dire il vero, la Pennsylvania premia anche un candidato squisitamente progressista nella corsa per il Senato. Si tratta di John Fetterman che batte il repubblicano Mehmet Oz, medico e celebrity televisiva. “Questa vittoria è per il futuro di ogni comunità in tutta la Pennsylvania, per ogni piccola città o persona che si è sentita abbandonata, per ogni lavoro perso, per ogni fabbrica che è stata chiusa e per ogni persona che ha lavorato sodo”, ha detto Fetterman nel discorso della vittoria, mostrando la capacità di riportare il Partito democratico nelle aree della classe operaia bianca che ultimamente gli aveva voltato le spalle. Un’altra lezione importante in vista delle presidenziali del 2024.

Certo, il sistema politico americano resta estremamente polarizzato in tribù che si guardano in cagnesco. Basti pensare che Trump è riuscito già a piazzare, tra governatori e parlamentari, ben 200 eletti che si qualificano come ‘negazionisti elettorali’: costoro contestano radicalmente la legittimità delle presidenziali che hanno consegnato la Casa Bianca a Biden e ripetono che quelle elezioni furono ‘rubate’ per i brogli praticati dai democratici. Così si spiegano gli appelli per la difesa della democrazia lanciati da Barack Obama e da Joe Biden negli ultimi giorni della campagna elettorale.

Tuttavia, l’esibita gioia di Trump nasconde una profonda delusione. In parte, perché i repubblicani hanno vinto sì queste elezioni, ma non nella misura che si auguravano. In più, ad agitare i sogni di rivalsa dell’ex presidente c’è la Florida dove ha vinto alla grande Ron DeSantis, riconfermato governatore con quasi 20 punti sul suo avversario Charlie Crist. DeSantis ha anche fatto il pieno dei voti dei latinos: 57%, superando parecchio la soglia del 46% raggiunta dd Donald Trump nel 2020. Ciò spaventa i democratici che vedono l’elettorato ispanico spostarsi verso destra. Ma spaventa anche The Donald perché ora DeSantis potrebbe candidarsi alle presidenziali, raccogliendo la grande massa di scontenti che finora ha subito il controllo dispotico di Trump sul partito ma che potrebbe finalmente aver trovato un’alternativa più decente. Ecco perché pochi giorni fa il tycoon lo aveva chiamato, storpiandone il nome, “DeSanctimonious”, come per dargli del bigotto o del demonio. In vista del 2024, per Trump questo demone potrebbe diventare un incubo.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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