"Mini Mike" finalmente al debutto. Ma la strada verso la Casa Bianca è ancora lunga | Fondazione PER
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“Mini Mike” finalmente al debutto. Ma la strada verso la Casa Bianca è ancora lunga

di Vittorio Ferla

 

L’esordio di Michael Bloomberg nelle primarie democratiche è finalmente arrivato. Questa notte il magnate americano ha partecipato al dibattito previsto a Las Vegas in vista dei caucus del Nevada che si svolgeranno il 22 febbraio. Finora erano cinque i candidati ammessi al dibattito: Joe Biden, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar, Elizabeth Warren e Bernie Sanders. Per acquisire il diritto di partecipare al dibattito, i candidati devono avere almeno uno dei tre requisiti approvati dal Partito Democratico americano: un delegato conquistato ai caucus dell’Iowa o alle primarie del New Hampshire; quota 10% in almeno uno dei quattro sondaggi nazionali approvati dal Democratic National Committee; quota 12% nei sondaggi di Carolina del Sud o Nevada. Con il sondaggio nazionale di NPR, PBS NewsHour e Marist, pubblicato l’altroieri, Bloomberg ha superato la soglia minima necessaria del 10%. Il miliardario è sceso in campo molto tardi e finora ha saltato le prime tappe delle primarie. Adesso, però, il suo nome cresce nei sondaggi.

 

«L’ingresso tardivo del multi-miliardario Michael Bloomberg nell’affollata gara del 2020 e la sua strategia del Super Tuesday sono stati accolti con profondo scetticismo, ma sembrano assai oculati perché i democratici moderati sono divisi e sempre più alla disperata ricerca di un salvatore», spiega Eric Lutz giornalista freelance per Guardian, Vanity Fair e New Republic. «Le prime pessime prestazioni di Biden, unite alle future proiezioni a tinte fosche, hanno aperto una finestra per altri candidati moderati. Ma Bloomberg, magnate dei media con risorse illimitate e la volontà di spendere miliardi, potrebbe trarre il massimo vantaggio dai passi falsi del suo concorrente. Per questo cerca di saturare il mercato con una valanga di annunci pubblicitari». Finora Bloomberg ha speso la bellezza di 381 milioni di dollari, ma ha l’obiettivo, secondo alcuni osservatori, di impiegare nella campagna elettorale un budget totale di due miliardi. Una strategia aggressiva che preoccupa molti. «Sta cercando di comprarsi la presidenza», lo ha accusato il rivale Bernie Sanders. Sulla stessa linea, ovviamente, è anche Jacobin, la rivista della sinistra populista e radicale.

 

Tra i democratici, tuttavia, comincia a crescere il consenso. Nei giorni scorsi Lou Correa, deputato della California finora a sostegno di Joe Biden, ha dichiarato che comincia a guardare con interesse verso Bloomberg. Si tratta di un segnale importante, non solo perché conferma le difficoltà di Biden ma anche perché la California è uno stato cruciale nella corsa verso la nomination.

Gregory Meeks, rappresentante democratico al Congresso per lo Stato di New York, ha detto: «Un certo numero di candidati si trova sulle mie stesse posizioni ideologiche. Ma questo non basta. Bisogna considerare se questi candidati hanno anche la forza per essere eletti alla carica di presidente. Puoi anche avere la migliore ideologia, ma se non riesci a essere eletto che te ne fai?» Meeks è membro senior del Cbc, il Congressional Black Caucus, l’assemblea del Congresso degli Stati Uniti d’America composta esclusivamente da deputati di colore per discutere sulla condizione dei cittadini afroamericani. Si tratta pertanto di un endorsement autorevole che migliora la posizione – tutt’altro che facile – di Bloomberg sui diritti dei neri. In questi giorni, infatti, Bloomberg è sotto attacco per via delle politiche adottate in passato a New York che gli hanno imposto il marchio di ‘razzista’. Da sindaco, infatti, aveva adottato misure di sicurezza assai restrittive (il famigerato “stop-and-frisk” ovvero “ferma-e-perquisisci”) nei confronti della popolazione afroamericana e latina residente nei quartieri a rischio. Queste misure erano state poi abrogate e, proprio di recente, nel corso di diversi eventi ufficiali come quello al Christian cultural center, una importante chiesa di Brooklyn frequentata soprattutto da persone di colore, Bloomberg ha chiesto pubblicamente scusa per l’errore compiuto. Le polemiche, tuttavia, sono tutt’altro che sopite. L’altra accusa che gli avversari gli rivolgono – in prima fila la rivale Elizabeth Warren – è quella di essere stato favorevole al cosiddetto redlining ovvero una pratica abitativa discriminatoria per la quale interi quartieri a maggioranza afroamericana sono stati ritenuti inadatti per mutui e altri prestiti.

Bloomberg ha affrontato la questione razziale nel corso di alcuni viaggi elettorali in Carolina del Nord e in Texas. La scorsa settimana a Houston è tornato a scusarsi per i suoi errori di valutazione nelle politiche razziali durante il lancio di un gruppo che si chiama “Mike for Black America”: «allora non capivo il dolore involontario che quelle misure stavano causando alle giovani famiglie di colore e ai loro bambini – ha ammesso Bloomberg – avrei dovuto agire prima e più velocemente per interrompere quei provvedimenti. E per questo mi scuso». Questo atteggiamento comincia a far breccia tra gli afroamericani. Bloomberg continua a raccogliere conferme di alto profilo da membri del Congresso e da sindaci delle grandi città a maggioranza nera, tra cui Stephen Benjamin, sindaco di Columbia, nella Carolina del Sud, co-presidente nazionale della campagna di Bloomberg. All’interno del Congresso, si segnalano Lucy McBath, rappresentante della Georgia e Stacey Plaskett delle Isole Vergini: tutti membri del Congressional Black Caucus come Gregory Meeks, e tutti preoccupati come Meeks che una nomination a Sanders potrebbe non solo regalare a Trump altri quattro anni alla Casa Bianca ma anche mortificare le prospettive dei Democratici in vista del voto di novembre per la Camera. «Se il candidato è Bernie Sanders c’è il pericolo di perdere la Camera e di non riconquistare il Senato», ha dichiarato di recente al New York Times Cedric Richmond, deputato della Louisiana, ex presidente del Cbc e copresidente della campagna nazionale di Biden.

 

Anche tra gli afroamericani cresce dunque l’idea che – data la debolezza dei candidati moderati e l’eccesso di frammentazione del campo che si oppone a Sanders – Bloomberg possa diventare un’opportunità. Il magnate lo sa e sta cercando di sviluppare una strategia precisa. L’obiettivo – illustrato dal magazine Politico – è quello di concentrarsi su una manciata di Stati decisivi con un alto numero di delegati: Arkansas (31 delegati), Florida (219), Missouri (68), Carolina del Nord (110), Texas (228) e California (415). Su questi Stati Bloomberg sta investendo una valanga di risorse in termini sia di personale dedicato alla raccolta del consenso sia in termini di pubblicità in TV e pubblicità su Facebook, dove Trump ha dominato a lungo a partire dalla campagna presidenziale del 2016. Dati alla mano, il Financial Times dimostra che Bloomberg sta concentrando le sue risorse negli Stati del Super Tuesday del 3 marzo, a differenza degli altri candidati impegnati nei round di apertura delle primarie, e negli Stati che offrono il maggior numero di delegati disponibili. «Michael Bloomberg sta facendo qualcosa che non è mai stato fatto nelle elezioni Usa. Se gli riesce, non sarà ‘solo’ l’avversario di Trump per la Casa Bianca: probabilmente avrà anche cambiato per sempre le strategie delle primarie americane», ha scritto in un tweet Marco Bardazzi, direttore della comunicazione di Eni, citando proprio l’analisi del Financial Times.

 

Ovviamente, questo formidabile impegno comincia a preoccupare gli altri concorrenti. Primo tra tutti, l’avversario per eccellenza, quel Donald Trump che, ormai da alcuni giorni, riempie Bloomberg di ogni genere di insulti tramite Twitter. Ma “Mini Mike” – questa riferita all’altezza del rivale è l’ingiuria preferita dal presidente – ha raccolto la sfida: «Vengo da New York proprio come lui. Non ho paura di Donald Trump e lui lo sa. Ed è per questo che continua a twittare su di me», ha detto l’ex sindaco. Prima di arrivare alla ‘preda’ più grossa, però, Michael Bloomberg deve risolvere un problema. L’ultimo sondaggio Washington Post – Abc News, pubblicato prima del dibattito di questa notte, accredita Bernie Sanders del 32% del consenso tra gli elettori delle primarie democratiche, con un aumento di nove punti percentuali da gennaio. Proprio mentre Joe Biden precipita al 16%, il senatore del Vermont gode di un vantaggio a due cifre sia tra donne che uomini, nonché tra coloro che affermano di essere certi di votare nelle primarie o nei caucus del loro stato. Michael Bloomberg è certamente in crescita, ma si ferma per ora al 14%. Sta per cominciare una sfida superpolarizzata tra un senatore socialista e un miliardario capitalista. Per “Mini Mike” la strada è ancora lunga.

 

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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