Minneapolis in fiamme. E Trump fa l’incendiario | Fondazione PER
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Minneapolis in fiamme. E Trump fa l’incendiario

di Vittorio Ferla

 

“Essere nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte”, ha detto il sindaco democratico di Minneapolis, Jacob Frey, commentando l’assurda violenza razziale che ha ucciso George Floyd. Come lui la pensano centinaia di manifestanti che, ormai da quattro notti, protestano contro la brutalità della polizia. Chiedono giustizia per George Floyd, l’uomo di colore di 46 anni, ucciso a Minneapolis da Derek Chauvin, un ufficiale di polizia bianco che gli ha schiacciato il ginocchio sul collo per diversi minuti, bloccandolo a terra, fino a soffocarlo. Chauvin è stato già coinvolto in passato in episodi di violenza gratuiti. Subito le proteste si sono diffuse in tutta la città. Migliaia di persone hanno dato fuoco a un distretto di polizia e ad altri edifici. Nella vicina St. Paul, la polizia ha affrontato i manifestanti con i gas lacrimogeni. Più di 170 imprese sono state danneggiate o saccheggiate e la Guardia Nazionale del Minnesota è stata mobilitata in entrambe le città. Una troupe della Cnn, guidata dal giornalista Omar Jimenez, è stata arrestata dalla polizia locale e poi rilasciata ieri mattina con tanto di scuse all’emittente da parte del governatore del Minnesota, Tim Walz. Nel frattempo le manifestazioni riempiono le strade a Denver, in Colorado, a New York City, a Memphis, nel Tennessee, a Phoenix, in Arizona, e a Columbus, in Ohio.

Non è la prima volta per l’America. Perfino l’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, dice basta agli omicidi degli afroamericani e chiede agli Stati Uniti di agire per fermare gli abusi della polizia. Nel 2014 era già toccato a Eric Garner, morto nello stesso modo di Floyd durante un fermo avvenuto a Staten Island, New York. Nel 1992 una rivolta simile era scoppiata a Los Angeles a fine aprile dopo l’assoluzione di quattro agenti della polizia di Los Angeles per il pestaggio di Rodney King, ripreso e diffuso su tutti i canali tv. In quel caso, il presidente George H. W. Bush fu costretto a schierare due divisioni di militari per ristabilire l’ordine. Ma 63 persone restarono uccise, con più di duemila feriti e 12mila arresti. Circa 25 anni prima, un’altra rivolta era scoppiata a Detroit, dopo che, nella notte del 23 luglio 1967, la polizia locale aveva fatto irruzione in un club senza licenza e aveva arrestato 82 afroamericani. Nei giorni successivi le proteste misero a ferro e fuoco la città, provocando 43 morti, più di mille feriti, oltre 7mila arresti. Per ricordare i fatti di Detroit, nel 2017, la regista Kathryn Bigelow ha realizzato un film che ricostruisce la vicenda di tre giovani afroamericani uccisi dopo una notte di torture da tre agenti della polizia locale.

Negli Stati Uniti, la polizia è gestita a livello statale, non federale: molto spesso gli agenti sono membri di spicco di piccole comunità, un po’ sceriffi da far west, un po’ guida morale del luogo. E se è vero che il Minneapolis Police Department ha già licenziato Derek Chauvin e gli altri agenti coinvolti nella morte di Floyd, non è affatto detto che, visti i precedenti, la giustizia faccia il suo corso. Ecco perché, dal 2013, il movimento Black Lives Matter – che significa: “le vite dei neri hanno un valore” – con il motto I can’t breathe – “non posso respirare”, l’ultimo rantolo di supplica pronunciato dal povero Floyd – lotta contro l’oblio che circonda la morte dei cittadini afroamericani e contro l’impunità di cui ancora gode la polizia.

E che fa in tutto questo Donald Trump? Nessun commento agli episodi di brutalità della polizia contro i neri. Viceversa un tweet incendiario contro i manifestanti: “Questi criminali stanno disonorando la memoria di George Floyd – ha scritto – e non lascerò che ciò accada”. Infine la minaccia: “qualsiasi difficoltà e assumeremo il controllo ma, quando cominciano i saccheggi, cominciamo a sparare”. Come ricorda Rebecca Shabad di Nbc news, la frase fu già usata, nel 1967, dal capo della polizia di Miami, Walter Headley, e, nel 1968, dal candidato alla presidenza e segregazionista George Wallace. Proprio Headley, poi denunciato dai leader dei diritti civili, è passato alla storia come “l’architetto di una repressione del crimine che mandò cani poliziotti e agenti di pattuglia nei quartieri poveri di Miami”: così scrisse l’Associated Press nel necrologio che gli dedicò nel 1968.

Poco dopo la pubblicazione, Twitter ha nascosto il post ufficiale della Casa Bianca perché rappresenta una “glorificazione della violenza” che vìola le regole per la pubblicazione sulla piattaforma. Ma è solo l’ultimo episodio di un conflitto acerrimo. Proprio giovedì Trump ha emesso un ordine esecutivo che toglie a Twitter e agli altri social media lo scudo penale per i contenuti postati sulle loro piattaforme e che, secondo Trump, servirebbe a tutelare la libertà di parola contro la censura. Ancora una volta, con un tweet che ricorda Floyd e invita a condurre proteste pacifiche, Melania Trump ha cercato di mettere una pezza all’ennesimo eccesso del marito. Ma, come al solito, non basterà.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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