Mr. Trump, fermi questa follia! | Fondazione PER
18373
post-template-default,single,single-post,postid-18373,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.0.5,cookies-not-set,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,columns-4,qode-child-theme-ver-1.0.0,qode-theme-ver-21.0,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.0.5,vc_responsive

Mr. Trump, fermi questa follia!

di Vittorio Ferla

 

“Signor Presidente, è ora di porre fine a questa oscura farsa”. Comincia così l’editoriale che il New York Post ha dedicato mei giorni scorsi a Donald Trump. Una iniziativa clamorosa nel mondo dei media americani: si tratta infatti del quotidiano di proprietà di Rupert Murdoch, da anni in prima linea nel promuovere il tycoon fino alla conquista della Casa Bianca. La prima pagina di lunedì mostrava un presidente abbattuto e il titolo tutto maiuscolo “Stop the insanity” (“ferma questa follia”).

L’accusa della testata conservatrice è netta e senza sconti. All’ormai quasi ex presidente degli Stati Uniti d’America viene rimproverato di tutto. In primo luogo di non occuparsi dei due ballottaggi che il 5 gennaio in Georgia decideranno quale partito controllerà il Senato. Se, infatti, i democratici dovessero conquistare i due seggi in gioco la situazione nella camera alta sarebbe di assoluta parità: 50 senatori per i repubblicani e 50 per i democratici. E, a quel punto, il voto di Kamala Harris, vicepresidente incaricata e, pertanto, presidente del Senato, diventerebbe decisivo.

“Sfortunatamente – dice l’editoriale rivolto direttamente a Trump – sei ossessionato dal giorno successivo, il 6 gennaio, quando il Congresso, in un’azione pro forma, certificherà il voto del Collegio elettorale. Hai twittato che, se i repubblicani avranno ‘coraggio’, potranno ribaltare i risultati e darti altri quattro anni in carica”. In altre parole, accusa il tabloid, “stai tifando per un colpo di stato antidemocratico”. E aggiunge: “Avevi tutto il diritto di indagare sulle elezioni. Ma siamo chiari: questi sforzi non hanno trovato nulla”. Com’è noto Trump ha investito una barca di soldi per rovesciare l’esito elettorale, ma i risultati sono stati ridicoli. Proprio quello che nota, impietosamente, il New York Post: “la tua campagna ha pagato 3 milioni di dollari per un riconteggio in due contee del Wisconsin e il risultato è stato che hai perso per 87 voti in più”. E ancora: “La Georgia ha fatto ben due riconteggi, riconfermando ogni volta la vittoria di Biden”. Si tratta per di più di voti ricontati a mano, senza le macchine tecnologiche che gli avvocati di Trump avevano accusato di adulterare i conteggi. “Sidney Powell è una pazza”, chiude dunque il Post, rigettando al mittente le teorie complottistiche dell’avvocato che ha guidato il grottesco tentativo di Trump di smentire il risultato finale.

Anche il Wall Street Journal, quotidiano di ispirazione conservatrice, anch’esso controllato dalla News Corp di Murdoch, ha adottato una linea simile. “Il presidente Trump ha realizzato molto in quattro anni, ma mentre lascia l’incarico non sembra che possa fare a meno di ricordare agli americani perché gli hanno negato un secondo mandato”, esordisce un editoriale del 20 dicembre intitolato “La brutta uscita di Trump”. Che conclude bruscamente: “Mr. Trump non vuole ammettere di aver perso e può evitare l’inaugurazione se vuole. Ma la sua dolorosa routine da perdente sta cominciando a irritare anche milioni di persone che hanno votato per lui”.

Ma per Trump, l’editoriale del New York Post assomiglia quasi a una seduta terapeutica. “Capiamo, signor presidente, che sei arrabbiato per aver perso. Ma continuare su questa strada è rovinoso”, si legge nel giornale che appoggia The Donald dai tempi della sua discesa in campo. “Se vuoi cementare la tua influenza, anche preparare il terreno per un futuro ritorno, devi incanalare la tua furia in qualcosa di più produttivo”, scrive il Post, invitando l’ormai ex inquilino della Casa bianca a concentrarsi sulla sfida in Georgia. Il rischio è molto alto per lui: “Se la Georgia cade, tutto è minacciato. Lascerai il tuo partito fuori dal potere e sarà meno probabile che ascolti quello che hai da dire o capitalizzi i tuoi successi”. Ma quel che è peggio è che “i democratici cercheranno di considerarti un’aberrazione e, francamente, li stai aiutando a farlo. Il re Lear di Mar-a-Lago, che impreca contro la corruzione del mondo”. E conclude: “Concentrati sul successo dei tuoi candidati, non sulle tue lamentele, mentre ci avviciniamo all’ultima settimana. Se insisti a passare i tuoi ultimi giorni in ufficio minacciando di bruciare tutto, sarà così che sarai ricordato”. A chi si chiede quali siano i piani di Trump dopo l’uscita dalla Casa bianca, il New York Post sembra rispondere nel modo più crudo: non ci sono piani, resta solo la follia.

Vittorio Ferla
Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

Nessun commento

Rispondi con un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.