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Non ci sono scelte facili per Kabul

di Alessandro Maran

 

Due anni fa, ad agosto, Kabul cadde in mano ai talebani. Nelle ultime settimane, i notiziari di tutto il mondo hanno raccontato il disperato e disperante stato di cose dell’Afghanistan e si sono chiesti se c’è qualcosa che il mondo possa fare.
“La lista degli argomenti contro i talebani è lunga e si allunga sempre di più”, scrive Kanika Gupta in un servizio di Nikkei Asia. “Le ragazze e le donne sono state bandite dalla scuola secondaria e dall’università. Non possono lavorare per le organizzazioni non governative, il governo o la magistratura. Sono soggette a rigide regole su cosa possono indossare e dove possono andare. Più di recente, i rapporti hanno affermato che in alcune province le ragazze sono state bandite dalla scuola oltre la terza elementare, una politica che potrebbe ritardare l’alfabetizzazione femminile già in ritardo da generazioni” (https://asia.nikkei.com/…/Afghanistan-rulers-win-tacit…). Su Der Spiegel una delle donne tante afgane ascoltate da Susanne Koelbl racconta che “l’arrivo dei talebani a Kabul ha trasformato i miei sogni in incubi” (https://www.spiegel.de/…/young-women-in-afghanistan-on…).
Secondo la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, due terzi dei 28,8 milioni di abitanti dell’Afghanistan hanno urgente bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere. Inoltre, secondo le Nazioni Unite, il paese affronta una crisi di abuso di droga. Su New Lines Magazine, Michelle Jasmin Dimasai e Fazelminallah Qazizai riferiscono che i bambini spesso soffrono per i problemi economici delle loro famiglie, arrivano affamati in scuole lontane e contrabbandano illegalmente merci come tè, zucchero, parti metalliche ed elettronica attraverso il confine pakistano, rischiando di farsi male. “Senza un’istruzione moderna a livello nazionale in grado di garantire la mobilità sociale”, scrivono, “molti bambini afghani … si ritrovano con la sventura di dover rischiare la vita e l’incolumità fisica al confine” (https://newlinesmag.com/…/children-are-bearing-the…/).
Quindi cosa dovrebbe fare il mondo? Qual è il modo migliore per aiutare gli afgani? Bisogna dialogare con i talebani?
Il dibattito resta acceso, come dimostrano due articoli recenti su Foreign Affairs. In uno, Lisa Curtis e Nader Nadery sostengono la pressione, non il dialogo: sospendere le riunioni ad alto livello, “sostenere il ripristino del travel ban delle Nazioni Unite per tutti i leader talebani” e lavorare con i gruppi della società civile invece che con il governo, dicono. Il motivo, sostengono, è chiaro: rispondere in modo appropriato a comportamenti scorretti ed evitare di incentivare “promesse vuote” (https://www.foreignaffairs.com/afg…/time-get-tough-taliban).
In un altro, Graeme Smith e Ibraheem Bahiss sostengono il contrario, e cioè che è meglio dialogare dove possibile, su questioni riservate che possono portare a progressi. Le preoccupazioni per la sicurezza circa i gruppi di militanti, i diritti idrici transfrontalieri e l’adattamento climatico fanno parte della lista. “Qualunque cosa pensi il mondo, i talebani ora gestiscono un paese, con obiettivi e bisogni urgenti”, scrivono Smith e Bahiss. “La regione dell’Afghanistan non può aspettare che il mondo concluda un grande patto con i talebani sul riconoscimento diplomatico” (https://www.foreignaffairs.com/…/world-has-no-choice…).
In ogni caso, gli analisti sembrano concordare sul fatto che non ci sono scelte facili.
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Alessandro Maran
maran@perfondazione.eu

Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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