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Non di solo gas… La guerra in Ucraina tra passato e presente: stabilizzazione politica, sicurezza alimentare e commercio internazionale

di Emanuele Bernardi

 

Il perpetuarsi della guerra in Ucraina, investendo il dibattito pubblico, ha indotto anche la comunità scientifica a porre nuove domande sul presente e sul passato delle relazioni economiche, militari e diplomatiche internazionali (A. Graziosi, L’Ucraina e Putin tra storia e ideologia, Laterza, 2022). Ad uno sguardo ravvicinato e analitico la guerra in Ucraina non è soltanto un conflitto militare, per fortuna circoscritto, nel rispetto delle regole non scritte del periodo della Guerra fredda: essa ha infatti evidenziato e riportato l’attenzione sui temi dell’alimentazione, degli approvvigionamenti, del commercio delle cosiddette commodities e dei loro prezzi, in una parola sulle interdipendenze agro-alimentari che attraversano e legano il mondo. Una guerra militare che diventa ogni giorno di più anche una guerra del cibo e per il cibo. Una guerra che richiama fortemente l’attenzione sulla sua rilevanza strategica, perché il cibo, dalla sua produzione alla sua circolazione e consumo, è politica, economia, società, ambiente.

Una frattura storiografica

Guardando alla storia di questo presente, va ricordata quella che mi pare possa essere definita una vera e propria frattura storiografica. A cavallo della fine della guerra fredda, una cesura ha come nascosto, proiettandola nell’oblio, la funzione fondamentale dei ceti sociali produttori e dei lavoratori agricoli. L’asserita “morte” e scomparsa dei contadini e delle società rurali nazionali, a seguito di trasformazioni impetuose in senso industriale e il successivo passaggio alla realtà post-industriale, la diversificazione dei consumi e il susseguirsi di crisi globali e sistemiche, l’affermarsi di una certa idea di modernità e di tradizione, hanno marginalizzato vieppiù l’immagine di una delle basi su cui – a ben vedere – si sono sviluppati gli Stati nazionali a partire dall’Ottocento. Ovvero la loro capacità di produzione alimentare o di accesso alle risorse, quali terra e cibo, come strumenti per assicurare benessere e prosperità, anche demografica, in una chiave di potenza imperiale, resa possibile – soprattutto per quanto riguardava il paese first comer dell’industrializzazione, la Gran Bretagna – dall’accesso a una vasta area coloniale. Questo nesso e questa spinta alla globalizzazione (Sulla costruzione di una rete granaria globale, si vedano per esempio le riflessioni e note di C. Fumian, “The Journey beyond the Farm Gate” . Note sul commercio del grano tra età moderna e “rivoluzione commerciale” ottocentesca, in “Rivista storica italiana”, 2022, n.1, p. 214-248), rafforzate dalle due guerre mondiali, poi declinate in chiave europea con la Politica agricola comunitaria, giungono fino a noi mostrando tutta la loro rilevanza prima durante il Covid, poi nell’attuale fase emergenziale, appunto con la guerra in Ucraina. Con un dato inoppugnabile: la rilevanza strategica dei prodotti agricoli continua a essere un asse fondamentale delle politiche estere dei grandi paesi nel mondo, a partire dalla Cina per arrivare agli Stati Uniti. Un punto sensibile, all’interno delle singole nazioni e a livello internazionale, che richiama costantemente i temi della sovranità e della sicurezza alimentari, nonché della capacità delle potenze egemoni di controllare le risorse agro-alimentari del globo.

Una narrazione urbana e industriale

Ma tutto ciò non è raccontato. A partire dai mass media e nel dibattito pubblico. La stessa narrazione della guerra in Ucraina ha avuto qualcosa di surreale: monitorando La 7 e Sky TG 24, che pure hanno dato e continuano a dare grande copertura a tale avvenimento, nei primi sessantacinque giorni di guerra non vi sono stati praticamente mai riferimenti ai campi di lavoro colpiti da missili, o attraversati e resi inutilizzabili dalle forze militari, né alcun allarme era stato lanciato per quello che sarebbe avvenuto inevitabilmente, come conseguenza, alle relazioni del granaio d’Europa con gli altri paesi del mondo, ovvero il blocco del porto di Odessa e dei traffici verso paesi fortemente dipendenti dai cereali ucraini. I giornali hanno avuto lo stesso approccio: e soltanto il “New York Times” ha pubblicato allora un ampio reportage, ricco di dettagli sul blocco di diverse tonnellate di cereali e sulla potenziale crisi dei raccolti e delle operazioni di stoccaggio nei silos (War’s Disruption to Ukraine’s Farms Seeds Global Food Crisis, in “The New York Times”, 10 aprile 2022).

Quella dominante è stata in altre parole una narrazione prettamente urbana e industriale, che ha soltanto successivamente ricordato nel dibattito pubblico quanto importante sia oggi – come in passato – il porto di Odessa (si veda il breve ma efficace video di Fabio Tonacci, per “Repubblica”, in https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/porto-di-odessa-ecco-il-grano-bloccato-sulle-navi-che-il-mondo-vuole/416444/417381), snodo commerciale strategico, costantemente monitorato dai servizi di intelligence americani durante la guerra fredda, come mostra la seguente cartina, abbozzata già nel 1950:

 

 

Così come la maggior parte della storiografia sull’Italia repubblicana e sull’Europa del Novecento: da un lato, ha scontato, replicandola senza riuscire ad invertirne la tendenza, la profonda scissione, avvenuta a fine secolo col crollo delle ideologie e di una serie di “scuole” storiografiche, tra sapere economico, tecnico e politico. Dall’altro lato, la quasi totalità di quella storiografia ha sostanzialmente rimosso il paradigma delle campagne e dei contadini, dimenticando le strette relazioni di sistema che esistono tra i settori economici e della società, tra città e campagne, tra stabilità della moneta e alimentare. Relazioni sinergiche – non prive di contraddizioni – che invece hanno caratterizzato in profondità i binari della ricostruzione del nostro paese nel periodo post-seconda guerra mondiale, quando la logica delle riserve alimentari, con effetti benefici sul piano anti-inflazionistico e dei prezzi, ha viaggiato di pari passo con quella delle riserve monetarie, rafforzando la lira nel consesso internazionale e il modello export-led, almeno fino al tornante critico degli anni Settanta del Novecento. Un’azione di infrastrutturazione di consorzi e silos a livello nazionale – ancora da studiare – che vide impegnata in prima fila la Federconsorzi e la Cassa per il Mezzogiorno, anche col contributo degli aiuti americani (si vedano, ad esempio, i diffusi riferimenti nelle lettere al presidente del Consiglio del ministro dell’Agricoltura Segni durante il periodo 1946-51, in P. L. Ballini, E. Bernardi, Il governo di centro: libertà e riforme. Alcide De Gasperi – Antonio Segni, Carteggio (1943-1954), Studium, Roma, 2022).

Una logica di sicurezza alimentare che ha dominato anche la politica europea. In questo riavvolgere il nastro a ritroso, vorrei richiamare il passaggio di un discorso tenuto dal ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora nel consiglio agricolo della Comunità europea il 17 giugno del 1980, quando si affrontò il tema dei finanziamenti di bilancio per lo zucchero, alla luce del problema della stabilità dei prezzi e della sicurezza degli approvvigionamenti:

vorrei dire anche che se eventuali risorse potessero andare al bilancio, non è un fatto negativo perché abbiamo bisogno anche di dire all’esterno di questo palazzo che la politica agricola comunitaria è costata ma ha garantito un livello di produzione che nei momenti di deficit come si sta presentando per lo zucchero nel mercato internazionale, in fin dei conti è una grossa garanzia, la garanzia di non essere soggetti alle speculazioni internazionali e la garanzia che tutto sommato possono esserci non solo oneri ma anche recuperi, è un fatto psicologico importante, abbiamo seguito tutti le discussioni nei diversi paesi, della Germania federale per il costo di questa politica agricola, fuori di qui si crede che la politica agricola sopravviva solo per gli aiuti. Qui potrebbe darsi il caso oggi, lo zucchero, forse domani i cereali in cui si dimostra che se la Comunità ha pagato la politica agricola ma attraverso la politica agricola si sono garantiti gli approvvigionamenti, si sono evitate le speculazioni internazionali, quindi anche questo è un fatto estremamente importante che arrivi qualcosa da un settore che [è stato] sempre aiutato per dare la dimostrazione che la politica agricola [europea] non è sempre e solo la follia degli agricoltori ma momentaneamente è un onere proiettato con gli aumenti delle produzioni e gli andamenti dei consumatori del mondo [.] Domani sarà una grossa sicurezza per gli stessi consumatori europei. (Archivio della Comunità Europea, Verbali del Consiglio agricolo, 17 giugno 1980, ora in E. Bernardi, F. Nunnari, Costruire l’Europa. Giovanni Marcora ministro dell’Agricoltura a Bruxelles (1974-1980), il Mulino, 2023).

Fili che vanno dunque riannodati, tra storia e presente, se vogliamo consapevolmente comprendere le implicazioni geopolitiche della guerra in Ucraina, il suo portato e i suoi effetti potenziali di lungo periodo.

Emanuele Bernardi
bernardi@per.it

Professore associato di Storia contemporanea nel Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte e Spettacolo dell’Università La Sapienza di Roma. Tra le sue pubblicazioni, "La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti" (il Mulino-Svimez, 2006); "Riforme e democrazia. Manlio Rossi-Doria dal fascismo al centro-sinistra" (Rubbettino, 2010) e "Il mais «miracoloso». Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione" (Carocci, 2014). Per Donzelli ha curato, nel 2011, "Manlio Rossi-Doria, Una vita per il Sud. Dialoghi epistolari 1944-1987", e nel 2020, "La Coldiretti e la storia d'Italia. Rappresentanza e partecipazione dal dopoguerra agli anni ottanta".

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