Parlamento, proposte per regolare gli stati di emergenza | Fondazione PER
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Parlamento, proposte per regolare gli stati di emergenza

di Stefano Ceccanti

 

La questione di modalità innovative per il lavoro delle Assemblee rappresentative è aperta ovunque, anche a livello del Parlamento europeo. Non solo per gli organi rappresentativi, peraltro: basti pensare al Consiglio europeo in videoconferenza. Peraltro il Governo le ha appena varate per le autonomie territoriali, per organi costituzionalmente rilevanti. Non potrebbe essere diversamente. E’ un caso particolare del problema generale che stiamo vivendo con la pandemia. La politica non è onnipotente e si rivolge alla scienza, ma anche la scienza va avanti per prove ed errori. Quante volte in queste prime settimane, in Italia e altrove, si sono assunte determinate decisioni e poi, qualche giorno dopo, si sono corrette? Quante sono le previsioni sul raggiungimento dei picchi di contagio in questa o in quella zona?

Proprio per questo, sulla questione del Parlamento, prima di giudicare e agire bisogna anzitutto vedere. Vedere significa anzitutto prendere atto dell’incertezza e non precluderci in questa fase nessuna soluzione innovativa che abbia un qualche fondamento e che potrebbe essere necessaria nelle prossime settimane.

Proprio per questo va respinta un’obiezione faziosa di alcuni commentatori che è impastata di argomenti populisti: chi pensa di far lavorare il Parlamento proponendo modalità innovative (pacifiche altrove) è accusato di volerlo chiudere; invece chi si trincera nelle regole esistenti sarebbe l’unico difensore dei princìpi. L’amico Enrico Peyretti mi ha ricordato il concetto di epicheia ragionevole della legge. Se un principio giusto provoca nel caso concreto un esito sbagliato, almeno in quel caso va disapplicato e a problema inedito va trovata una soluzione inedita. Peraltro qui, in realtà non si sta derogando a nessun principio né norma puntuale, ma solo a importanti tradizioni, da preservare nei tempi normali.

Se scegliamo quindi di vedere la realtà in modo laico e senza chiusure preventive, possiamo passare al giudicare. Anche qui c’è un errore. L’angolatura non è quella del singolo parlamentare che potrebbe partecipare ai lavori e che può essere preoccupato per se stesso. Posta così la questione, si rientrerebbe in un caso di tutela dei lavoratori risolto coi noti protocolli, anche se la complessità di un ambiente con centinaia di persone e provenienti da tutto il Paese avrebbe comunque una sua specificità e così pure il rischio di paralisi complessiva che il Parlamento, e non altri luoghi di lavoro, può provocare. Il giudizio deve formarsi a partire da un’altra angolatura: che cosa accade in un’assemblea rappresentativa se si assiste a una selezione casuale?

Se cioè per malattia, positività, quarantena, vengono esclusi singoli eletti a cui peraltro difficilmente potrebbe comunque essere proibito l’accesso con atti del Governo (Dpr, Dpcm) ledendo la separazione dei poteri e, di conseguenza, si alterano gli equilibri politici e territoriali? Se accade ad esempio che un’intera zona rossa è esclusa dal voto per il decreto economico o se, per caso, i gruppi di opposizione si ritrovano in maggioranza perché i gruppi che danno la fiducia al Governo sono più falcidiati dal virus?

Per di più sin qui le principali decisioni sembrano programmabili sui tempi medi perché si tratta di convertire decreti, avendo quindi sessanta giorni di tempo e un margine per organizzarsi da parte di tutti, ma non possiamo escludere che si debbano prendere decisioni immediate. Per esempio una nuova decisione relativa al debito pubblico? Che accade se in quel caso manca il numero legale o è alterata la rappresentanza? Se il Governo fosse battuto per una maggioranza casuale dovuta al contagio si dovrebbe senz’altro dimettere aggiungendo problemi o problemi.

O immaginiamo che tutto si possa risolvere con la reiterazione dei decreti, invocando una nuova necessità e urgenza, peraltro nei limiti della sentenza 360 del 1996 della Corte? E’ una questione di separazione ed equilibrio dei poteri. Superati il vedere e il giudicare passiamo all’agire. Discutiamo laicamente del pro e del contro delle varie ipotesi prospettate, a partire da quella dei lavori di Commissione in videoconferenza e del voto a distanza per l’Aula. Invocare però pregiudiziali assolute sul se anziché riflettere laicamente sul come rischia però di portarci al Parlamento chiuso che tutti dicono di voler evitare.

 

 

Stefano Ceccanti
Stefano Ceccanti
ceccanti@perfondazione.eu

Vicepresidente di Libertà Eguale, membro del Cda della Fondazione PER e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma. Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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