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Paura a Bruxelles e a Kyiv, la vittoria di Trump travolgerebbe la geopolitica

di Vittorio Ferla

 

I caucus dell’Iowa con l’exploit clamoroso di Donald Trump hanno inaugurato una campagna presidenziale che lascerà le cancellerie di tutto il mondo con il fiato sospeso per l’intero 2024. L’elezione del Presidente degli Stati Uniti è la scadenza politica più importante dell’anno: da questa scelta dipenderà il nuovo assetto delle relazioni internazionali. A seconda degli interessi in gioco, ci sono paesi che vedono nell’ascesa di Trump un’opportunità, altri che la temono come un pericolo per la stabilità globale.

Le prime a gongolare sarebbero le autocrazie orientali che non vedono l’ora di dimostrare che perfino la grande e sopravvalutata democrazia americana involve verso una deriva autoritaria. Se alla Casa Bianca ritornasse lo stesso leader che ha tentato di rovesciare la costituzione, lasciando che la folla aggredisse il Congresso e cercando di corrompere i soggetti istituzionali preposti al controllo dei voti, l’America potrebbe poi avere la stessa autorevolezza del passato nel censurare i regimi illiberali? Ovviamente no. Il rischio che il secondo mandato del tycoon sia davvero letale è sempre più alto: il movimento “Maga” (Make America Great Again) è ormai diventato “un culto con un numero considerevole di credenti”, avverte per esempio Martin Wolf del Financial Times. E nei piani del candidato Gop c’è la sostituzione sistematica dei funzionari di carriera con personaggi al servizio del presidente, non più leali verso la legge e lo Stato bensì verso la persona che occupa la stanza del potere. Ma se le istituzioni sono sottomesse ai capricci del capo dello stato, beh, il risultato che si ottiene è proprio l’autocrazia. Trump è notoriamente un vendicativo e gli abusi di potere che ne potrebbero derivare rischiano di mettere in pericolo la stabilità del paese anche sullo scacchiere internazionale. Non siamo ancora al regime distopico di Gilead, protagonista de “Il racconto dell’ancella”, inventato dalla fertile mente della scrittrice canadese Margaret Atwood, ma siamo molto vicini alla tipologia di quelle democrazie illiberali di cui il turco Erdogan è un esemplare rappresentante.

A ciò si aggiungano le politiche protezionistiche promesse da Trump per difendere l’economia nazionale: introdurre una tassa generalizzata del 10% su tutte le importazioni come prevede il suo programma presidenziale e promettere “occhio per occhio, tassa per tassa” ai paesi che impongono tariffe più elevate sui beni americani alimenterebbe le ritorsioni da parte degli altri paesi, danneggerebbe il ruolo dell’Organizzazione mondiale del commercio e metterebbe in discussione le regole del mercato globale. Inoltre, Trump potrebbe annullare molte misure contenute nell’Inflation Reduction Act di Biden e ritirare gli Stati Uniti dagli impegni per l’energia pulita nei paesi emergenti e in via di sviluppo. Trump ha già promesso, inoltre, che il patto di cooperazione con i paesi dell’Asia-Pacifico negoziato dall’amministrazione Biden sarà “morto il primo giorno” del suo mandato. L’“avversario letale”, oggetto centrale delle misure commerciali protezionistiche statunitensi, è la Cina. Trump vuole “eliminare la dipendenza dalla Cina in tutte le aree critiche”, comprese l’elettronica, l’acciaio e i prodotti farmaceutici. I timori per la competizione con la Cina sono condivisi da democratici e repubblicani, ma l’effetto Trump potrebbe scaricarsi a quel punto sulla dinamica delle alleanze. Per esempio, al fine di rintuzzare l’espansione del Dragone, Trump potrebbe cercare di mettere Mosca contro Pechino, come Richard Nixon fece con la Cina contro l’Urss nel secolo scorso. Per raggiungere questo obiettivo, però, The Donald potrebbe decidere di sacrificare l’Ucraina, verso la quale non sente alcun tipo di obbligo morale né politico, e di liberarsi dagli impegni di protezione dell’Europa. Anche così si spiega la nuova recente recrudescenza dell’aggressione russa all’Ucraina. Putin sa che Trump ha promesso di porre fine alla guerra “in un giorno”. Il che significa che spingerà Zelensky a trovare un accordo rapido, anche a costo di perdere territori e autonomia da Mosca. Ecco perché Putin è il primo soggetto interessato alle sorti delle presidenziali americane e sicuramente ci metterà del suo – a partire dalle strategie di guerra cibernetica – per indirizzare la corsa a suo vantaggio. Chi teme parecchio questo esito sono, ovviamente, i paesi dell’Unione europea. In verità, negli anni scorsi, gli avvertimenti da parte americana non sono mancati. Il primo ad accusare gli europei di comportarsi da free rider all’interno della Nato è stato Barack Obama. Trump ha solo ripetuto gli stessi concetti con l’asprezza brutale che lo contraddistingue. In sostanza, dal punto di vista della Casa Bianca, il peso della Nato ricade quasi completamente su Washington e gli europei si comportano come il passeggero dell’autobus che non paga il biglietto. Da qui la richiesta di aumentare le spese di partecipazione agli impegni dell’Alleanza atlantica. Ma il problema non è soltanto economico. Come dimostrano la fuga dall’Afghanistan e la conduzione della resistenza in Ucraina, gli Stati Uniti non hanno più voglia di mandare i propri giovani a morire nei luoghi più sperduti del mondo, in quelli che, dal loro punto di vista, sono conflitti periferici che dovrebbero essere gestiti dalle potenze regionali. Durante il suo mandato, Trump ha chiarito più volte che della Nato non gli importa un fico secco. E ha anche detto a brutto muso ad Angela Merkel che, in caso di attacco della Russia, non sarebbe intervenuto per difendere l’Europa. Nel frattempo, è trascorso quasi tutto il mandato presidenziale di Joe Biden, Putin ha scelto non a caso di aggredire l’Ucraina dopo l’abbandono americano dell’Afghanistan, Hamas ha lanciato il suo pogrom contro Israele per impedire gli accordi di pace tra i paesi arabi e Tel Aviv impostati proprio dalla Casa Bianca. Tutto ciò è accaduto senza che l’Unione europea sia riuscita a concordare finalmente un approccio unitario per garantire la sua stessa difesa. Anzi, i capi di governo europei sono ostaggio dello stallo imposto dal premier ungherese Viktor Orbán al pacchetto di aiuti finanziari da 50 miliardi di euro, che serve a Kyiv per continuare a pagare stipendi e pensioni. All’inizio dell’anno, inoltre, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha accusato gli altri stati membri di non aver fornito armi sufficienti all’Ucraina per alimentare la sua resistenza. Con queste premesse, il vertice di febbraio del Consiglio europeo rischia di trasformarsi in una resa dei conti sugli aiuti militari. L’eventuale vittoria di Donald Trump il prossimo 5 novembre avrebbe l’effetto di far deflagrare definitivamente l’edificio comune europeo proprio per aver dimenticato per decenni di costruire le fondamenta delle politiche di difesa.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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