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Perché gli ucraini non si arrenderanno

di Vittorio Ferla

 

Ma quando si arrenderanno finalmente quei matti degli ucraini? La domanda ritorna da giorni nei pensosi consessi e nei salotti televisivi. L’ultimo è stato Otto e mezzo. La trasmissione de La7 ha ospitato due sere fa Iryna Vereshchuk, vice primo ministro dell’Ucraina con un passato da militare, abbigliata con regolare divisa verde da trincea. Lilli Gruber e i suoi ospiti – un direttore di quotidiano, un docente di diritto costituzionale, un esperto di geopolitica – hanno a più riprese invitato alla resa la rappresentante del governo di Kiev, chiedendo quali avrebbero potuto essere le condizioni minime per avviare un negoziato.

Proprio mentre è pienamente in corso il tentativo di Putin di strozzare la resistenza ucraina. Bombe sui civili, sui caseggiati, sugli ospedali. Città rase al suolo e altre assediate. Esodo di massa con numeri che non si contavano dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Battaglioni di mercenari ceceni e siriani che promettono ogni genere di crudeltà sui civili, anche fino all’attuazione della pulizia etnica, se la resistenza degli ucraini la renderà necessaria.

Ebbene, di fronte ai sopraccigli alzati dei partecipanti al dibattito, la Vereshchuck ha ricordato con gelida retorica militare (è la guerra, bellezza!) che la Russia, a partire dalla invasione della Crimea e del Donbass, viola sistematicamente il Memorandum di Budapest firmato nell’ormai lontano 1994. Che quel documento – concordato con Mosca – prevedeva che l’Ucraina trasferisse tutte le testate nucleari alla Russia in cambio della salvaguardia della sovranità e della integrità territoriale. Che i firmatari di quel documento – ovvero Usa e Regno Unito e, successivamente, anche Francia e Cina, oltre ovviamente alla Russia – hanno fatto troppo poco per farlo rispettare. Una ricostruzione dei fatti, insomma, completamente capovolta rispetto alla narrativa autocolpevolizzante dell’occidente secondo la quale la Russia sarebbe stata accerchiata dalla Nato. E che non contempla concessioni. Se non si comincia a capire questo, sarà difficile comprendere il punto di vista degli ucraini. I volti increduli e attoniti degli ospiti e della conduttrice di Otto e mezzo raccontavano esattamente questa difficoltà.

Mentre l’Italia ha vissuto protetta dallo scudo americano da questa parte della vecchia “cortina di ferro”, i paesi dell’Europa orientale, a lungo sottomessi all’Unione sovietica, condividono la stessa storia dell’Ucraina. Lo dimostra il formidabile discorso tenuto la settimana scorsa al Parlamento europeo da Kaja Kallas, primo ministro dell’Estonia, una delle repubbliche del Baltico che, dopo la fine dell’Urss, hanno scelto di aderire all’Ue. La Kallas è figlia di una donna deportata in Siberia su un carro bestiame durante le deportazioni sovietiche da Estonia, Lettonia e Lituania. «Noi estoni abbiamo una certa esperienza nell’essere deportati e nel fuggire dalle guerre. E abbiamo anche una certa esperienza con la Russia, che abbiamo cercato di condividere con l’Ue da quando abbiamo aderito. Oggi sono trascorsi 78 anni da quando l’Armata Rossa ha raso al suolo la mia città natale, Tallinn”, ha ricordato la Kallas agli europarlamentari riuniti a Strasburgo. La paura di ritrovarsi di nuovo i carri armati alle porte è il motivo che spinge i paesi baltici a lanciare l’allarme. Spiega bene Kallas: “L’Ucraina è stata attaccata nel 2014 perché voleva entrare nell’Unione Europea. È stata attaccata con le armi il 24 febbraio perché cerca di prendere il posto che le spetta tra noi”. Forte di un comune sentire e di una storia condivisa, l’Estonia si è espressa a favore dell’ingresso dell’Ucraina nell’Ue e ha idee molto chiare sulla necessità di una difesa comune europea. Ha detto la Kallas: “un’Europa più forte significa una Nato più forte, proprio come una Nato più forte implica una difesa europea più forte”. Sono proprio i paesi dell’Europa orientale – Estonia compresa – i più appassionati sostenitori della Nato (sono anche tra i finanziatori più impegnati, investendo il 2% del Pil). Il motivo è semplice. “Conoscevamo il nostro vicino allora e conosciamo il nostro vicino adesso”, ha spiegato la premier estone.

Il “vicino” russo risuscita oggi nei paesi dell’Europa dell’est una memoria dolorosa. Ispirato dal vecchio sogno zarista di di mettere quanta più terra possibile tra il Cremlino e i suoi nemici, Putin ha bisogno di allargarsi verso il Baltico, verso il Mar Nero, verso il Caucaso, verso l’Asia centrale. È la profondità strategica (e territoriale) che ha sempre ispirato la politica di sicurezza di Mosca. Non a caso, prima del conflitto mondiale, l’Unione Sovietica patteggiò e ottenne la divisione della Polonia con la Germania nazista. Immediatamente dopo, mosse guerra alla Finlandia rosicchiando il 10% del territorio finnico. Poi, durante la Guerra Fredda, non esitò a mandare i carri armati a Budapest e a Praga.

L’Ucraina è stata una delle vittime di questa crudele volontà di potenza. Basterebbe ricordare un evento per tutti: l’holodomor, il massacro per fame, realizzato da Stalin con una carestia indotta e pianificata, che, tra il 1932 e il 1933, sterminò ben quattro milioni di ucraini. Una tragedia, avvenuta appena due generazioni fa, ancora scolpita nella memoria della popolazione. E che dimostra che cosa pensa davvero la classe politica russa degli ucraini. Dopo decenni di sottomissione, con il referendum del 1991, il 90% degli ucraini si pronunciò a favore dell’indipendenza dalla Russia, nella speranza di uscire da un incubo. Alla luce di questa eredità storica è assai difficile immaginare una resa: significherebbe consegnarsi di nuovo alla voracità imperiale della Russia di Vladimir Putin.

Con buona pace dei pensosi analisti da salotto televisivo, gli ucraini non vogliono arrendersi. Roba da matti: vogliono cacciare l’invasore e aspirano a una vita libera. Dopo trent’anni di emancipazione dalla Russia e di faticosi tentativi di costruire uno stato moderno, si sentono a un passo dall’ingresso in Occidente. Con tutto ciò che comporta: libertà, democrazia, diritti, benessere, prosperità. Ecco perché non vogliono tornare indietro. Ecco perché non si arrenderanno.

Vittorio Ferla
vittorinoferla@gmail.com

Giornalista, direttore di Libertà Eguale e della Fondazione PER. Collaboratore de ‘Linkiesta’ e de 'Il Riformista', si è occupato di comunicazione e media relations presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa” (Rubbettino 2018).

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